Dall’alto del cielo caddero improvvisi soffi di un vento autunnale per poi spazzare da una parte all’altra le foglie aride e ingiallite e correre attraversando tra i rami degli alberi felice di ritornare, scompigliando i capelli forti, lunghi, corti, tinti, naturali, poi si imbatté su una sfacciata di un edificio abbastanza grande di colore giallo ormai consumata dal tempo e dagli agenti esterni.
Camillo si strinse il colletto contro il collo e borbottò, mentre gettò una sigaretta: <<Comincia a fare freddo. Allora l’estate è finita proprio.>>
<<Ma la scuola è cominciata già prima.>> ribatté il suo amico Adriano.
<<Ora iniziano anche le lezioni. Che palle!>> Dopo il suono stridulo del campanello, si avviò in ritardo in classe.
<<‘Giorno, professoressa Bianchi.>>
Le ragazze sussultarono. La sua apparenza non poteva fare altro che incantare: capelli scompigliati e un po’ mossi, forma sensuale dei suoi occhi e della sua mandibola forte, naso leggermente irregolare e molto affascinante, ma peccato non incantava la professoressa.
<<Camillo, ogni giorno il tuo comportamento mi è sempre più antipatico.>>
<<Che dovrei fare?>> Lasciò lo zaino tutto sciupato accanto al banco, mentre si sedette lasciando poi divaricate le gambe senza pudori.
<<Devi essere puntuale, non dopo il suono del campanello. E poi non mi piace quell’aria da vanitoso.>> Alla signora Bianchi non piaceva, perché secondo lei lui “toccava” troppo le ragazze per cui non pensò agli studi, visto che aveva un magnifico talento nella scrittura. Sempre svogliato, sporcaccione e vanitoso. Non riuscì a capire perché le ragazze pendevano dalle sue labbra. Certo era affascinate, ma se tornasse indietro negli anni, non si sarebbe innamorata di lui.
<<Ridi? Invece di parlare da uomo, ridi?>>
Camillo chiuse la bocca con forza, una mano sul grembo. <<Ho ancora diciassette anni. E poi a me piace fare il bello…>> la provocò. <<…perché in questo modo posso fare quello che voglio di una donna.>> Tutti i compagni maschi scoppiarono a ridere.
<<Zitti tutti quanti!>> gridò la professoressa alzando la testa sugli alunni. <<Come sempre, lascio perdere tanto tu non cambi mai neanche dopo le ennesime espulsioni.>> Girò la cattedra per sedervi sopra e, prima di cominciare a leggere il libro che teneva con sé, annunciò: <<Oggi verrà una nuova alunna…>>
<<Qui?>> chiese una ragazza.
<<Spero di sì se è carina.>> replicò Adriano.
<<Smettila, Adriano. Comunque è una ragazza un po’ particolare, ma molto intelligente. Volevo che lo sappiate, perché così vi preparate a non farle delle domande assurde. Farà il primo anno.>>
<<Allora avrà gli occhiali e un abito da monaca!>> sbottò Adriano divertito e gli altri risero.
<<Mi disgusta il tuo comportamento e se continui così, ti metterò un bel due.>> Accertando che l’alunno si zittì, si immerse nella lettura.
I sei ore erano un’attesa infinita, pesante e noiosa; e furono strappati al suono del campanello. Il professore De Paolo vide i suoi ragazzi scattarsi e correre gridando di sollievo, anche se la sua spiegazione non era terminata. Chiuse il libro quando già tutti erano spariti tranne Camillo.
<<Allora che volevi dirmi?>> interpellò controvoglia tenendo lo zaino su una spalla già robusta per la sua età.
<<Il tuo tema sulle persone comuni è molto efficiente, ma potevi “consumare” fino in fondo la tua capacità di scrivere. La professoressa Bianchi ed io ci siamo detti che se non fossi così svogliato, avresti tanti nove o anche dieci in voto. Sei intelligente, ma ti manca la voglia…>>
<<Quale voglia?>> lo provocò.
<<Come esperto in psicologia, vedo che ti manca quella voglia.>>
Camillo si mise gli occhiali in testa tirando all’indietro con fare deciso i capelli e sorrise con indifferenza. <<Non so nemmeno cosa sia.>> Allargò le braccia con una certa aria innocente.
<<E’ una forza, una specie di energia che ti riempie…>> si interruppe per avvolgersi in giacca. <<Forse dovresti capirlo da solo. Ma spero che ci pensi stasera. Arrivederci.>>
Mah! Camillo fece un risolino forzato e uscì dopo il professore e incontrò Adriano che lo attendeva.
<<Guai?>>
<<No. Solo sciocchezze.>>
Il vento riprese a scompigliare i suoi capelli e alcuni ciuffi gli caddero fuori degli occhiali. Il sole era alto e sempre meno caldo. Si mise gli occhiali agli occhi e si accese una sigaretta.
<<Vedi quella ragazza?>>
Camillo seguì con lo sguardo la rotta partita dal suo indice e puntò infine su una fanciulla. Gli dava le spalle. I capelli erano scuri, morbidamente ondulati che le cadevano sul collo.
<<E’ nuova. Mi hanno detto che è lei.>>
<<Ah>> con indifferenza scacciò contro l’asfalto la sigaretta cha all’improvviso non gli piacque in questo momento. <<Oggi non lavori con papà?>>
<<Si. Mo’ vado via.>> Lo salutò e si avviò alla sua moto. Improvvisamente il suo sguardo sorvolò di nuovo sulle sue spalle. Era sola e sembrava aspettare. Fu soddisfatto di non trovare nulla di strano in lei. Nessuna sedia a rotelle. Le passò quasi vicino e scoprì i suoi occhi azzurri, quando si voltava.
All’improvviso si sentì stordito.
<<Ciao, che fai qui?>> fu costretto a pronunciare. I suoi occhi chiari non l’abbandonavano. La ragazza scosse la testa senza aprire la bocca.
<<Chi stai aspettando?>> Camillo si sedette sulla panchina accanto a lei. <<Sei nuova?>> La ragazza continuò a guardarlo con intensità osservando ogni sua ruga, ogni angolo del suo volto senza ancora aprire la bocca. Disperato come mai gli capitava, si grattò la nuca sorridendo poi. Vide i suoi iridi limpidi illuminarsi e sperò che parlasse questa volta. Invece no. Perbacco!
<<Perché non parli?>> Nessuna risposta. Solo una scossa di testa. Si alzò allora. <<Vedo che non ti interesso proprio. Allora vado via.>> Indietreggiò senza voltarsi per vedere la sua reazione. No, niente. Ferma, muta come una statua, ma dolce e acerba come una fragola.
<<Allora ciao.>> Sempre più imbarazzato, si girò di schiena sentendo ancora i suoi occhi addosso. Si mise in sella della moto, cercò di coprirsi bene con la giacca di pelle nera… poi si voltò. <<Ah, ti posso accompagnare se vuoi.>>
La ragazza mosse la testa con leggerezza da destra a sinistra e viceversa.
<<TI POSSO ACCOMPAGNARE SE VUOI!>> ripeté urlando. Si sentì di nuovo stordito, quando la ragazza si alzò e i passi che si facevano dalla panchina verso lui erano dolci e con grazia. Indossava una gonna di jeans e una maglietta rosa antico. Gli sorrise a labbra chiuse, mentre si preparò di salire.
<<Prendi il mio casco.>>
La ragazza lo afferrò e se lo mise in testa.
<<Mi indichi la tua strada, ok?>> Poi ingranò la marcia e si incanalò su una strada principale. Trovò soddisfacente il suo indice puntato su una stradina e voltò a destra.
<<Perché sei silenziosa? Non puoi parlare?>> Niente da parte sua. Scoraggiato seguì soltanto i suoi segni.
Quando la sua mano gli disse di fermarsi e lui frenò la moto appoggiando una gamba sulla terra inclinandosi in modo che invitasse la ragazza di scendere.
<<Qui le case sono belle. Allora sei ricca?>>
Lei non rispose e dopo aver tolto il casco, lo guardò. Un altro sorriso silenzioso. Prese dalla cartella un rossetto e si truccò le labbra, poi scrisse qualcosa e vi baciò sopra il casco. Sorpreso dal modo in cui si comportava davanti a lui, riprese il materiale. Con il cuore in gola, la vide salutarlo e incamminarsi verso la sua casa.
Gea. Era scritto sul casco. E il disegno della sua bocca era come segno di ringraziamento.
<<Gea. Gea? GEA!>> Ma Gea non s’intendeva di voltarsi.
<<Hai parlato con quella ragazza?>> Adriano si rifugiò con Camillo al riparo dalla pioggia.
<<In effetti ho parlato solo io.>>
<<Le nostre compagne hanno saputo dalle ragazze del primo anno che è ignorante e non parla niente. Sta sempre sola e muta… >> Si fermò alzando gli occhi oltre le sue spalle e di seguito Camillo si voltò. C’era lei. Capelli in una coda da cavallo, maglietta bianca sportiva, jeans Diesel, scarpe da ginnastica Nike, borsa ampia a tracolla Adidas.
<<Chi sono quelli?>> Adriano fece un cenno di testa per indicare un signore e una signora che parlottavano con la preside sotto il tendone fuori della scuola accanto a Gea.
<<E’ chiaro che sono i suoi genitori.>>
<<Sono ben messi. Secondo me sono ricchi. Per questo hanno fatto una figlia sciocca.>>
<<Ne sei proprio sicuro?>> chiese all’improvviso Camillo mettendo una sigaretta accesa in bocca.
<<No!>>
<<Chi ha gridato?>> trasalì Adriano spaventato.
<<Non io.>> rispose Camillo.
<<Non lo voglio!>>
A quel punto Camillo si voltò e fu sorpreso. Era Gea a gridare.
<<Ha parlato!>> urlò all’amico.
<<Guarda>>
Gea si divincolò dai due signori e corse al cancellone spalancato sotto la pioggia.
<<Che è successo?>> disse Adriano dopo essersi accorto che Camillo correva via.
<<Gea. Gea?>> Si vide costretto a stringerle un polso per fermarla e lei fece un mezzo giro su di se stessa.
<<Lasciami in pace>>
<<Che è successo?>>
<<Lasciami, per favore.>>
<<Dove vai ora?>>
<<Vado via. Voglio morire.>> Scrollò il braccio liberandosi del predatore e fuggì.
<<Gea, non fare così.>> gridò una voce dietro di Camillo.
<<Gaetano, ho paura che lo fa di nuovo.>> singhiozzò la signora..
<<E’ proprio immatura…>>
Camillo scacciò in fretta la sigaretta contro il muretto e salì sulla moto. Il casco sulla testa, le mani sulle manubri, ingranò la marcia.
<<Dove vai?>> urlò alla ragazza che stava correndo verso il quartiere semiabitato. Si decise di bloccarla con la moto.
<<Lasciami andare!>> gli inveì contro.
<<Se vuoi andare via dove nessuno ti vede, te lo porto io.>>
Gea rimase muta, mentre i capelli le diventarono pesanti, fradici sotto la continua poggia. Poi gli rivolse i suoi occhi azzurri e lui si sentì colpito come un coltello serrare lo stomaco, ma era un dolore piacevole. Salì in silenzio e strinse Camillo con una dolce intensità. Lui la portò proprio come voleva. Si fermarono in un luogo silenzioso e disabitato fra gli alberi come il mondo di Gea.
<<Come ti chiami?>>
<<Eh?>>
La sua voce era poco chiara. La vide sforzarsi di schiarire la voce. <<Il tuo… nome?>>
<<Camillo.>> Vedendo che lei fece la negazione con un cenno di testa: non lo aveva capito. <<Camillo>> ripeté parlando piano.
<<Credo che tu lo hai già capito… >> si fermò per vedere se lui ha compreso le sue parole. <<Sono sorda>>
<<Lo avevo pensato.>> Si prese una sigaretta, mentre sedettero su un basso muro. <<Mi dispiace.>>
<<Non mi dispiace.>> rispose ella rialzandosi. <<Perché vi dispiace che sono sorda?>> urlò all’improvviso.
<<Gea?>> Camillo fermò la sigaretta in bocca e con le braccia la avvolse in un abbraccio. Con stupore Gea rispose al suo abbraccio appoggiando la testa sul suo collo. Era strano! Era tutto strano! Era lì in quel luogo silenzioso e tra le braccia stava una sordomuta di cui sapeva solo il nome Gea. Era tutto un mistero! Ma chi era Camillo in quel momento? Non era il tipo che si commuoveva. La ragazza alzò la testa in modo che i suoi occhi incontrasse i suoi.
<<Volevo suicidarmi, sai?>>
<<Cosa?>> Camillo si tolse il materiale dalla bocca.
<<Volevo morire. Mi hai salvata, sai?>>
<<Tu lo volevi davvero?>>
<<Si.>> fu la sua laconica risposta. Non c’era bisogno delle parole, perché Camillo comprese che diceva sul serio dando un occhiata alle orribile cicatrici sui polsi. <<Ecco. L’ho fatto una volta.>>
<<Ma perché?>>
Gea sorrise come se fosse la cosa più naturale, mentre scosse la testa.
<<No, non sorridere in quel modo. Non è bello, lo sai?!>> Camillo rigirò nervosamente la sigaretta senza ricevere una risposta. Solo un altro sorriso. <<Sei incredibile>> Le passò oltre non volendo continuare a guardarle con quel sorriso. E’ inaccettabile!, si disse. Non accettava che sorridesse come per coprire il dolore. <<Gea…>> Mentre si voltò, fu catturato da un bacio dolce, morbido e caldo.
Era come una carezza. Era un dolce risveglio dentro di lui.
<<Gea…>> ansimò, quando si staccò da lei. Si interruppe. Non c’erano parole in questo momento. Dev’essere bello il mondo di Gea. Silenzioso ed emozionante. Dove solo gli occhi comprendono l’atmosfera, ogni movimento, ogni emozione… Gea lo stava osservando intensamente. Alzò una mano per accarezzargli il bellissimo profilo.
<<Come mai sei tanto bello?>>
Lui sorrise approssimato allo scoppio di risata, cosa che non faceva molto. <<Lo chiedi a mia madre.>> rispose con ironia.
<<Secondo me, sei bello, perché sei buono.>>
Camillo sorrise con una smorfia ironica. Nessuno lo considerava buono. Lo reputavano come “pecora nera”, “un perdente”, “un cretino”. Imbarazzato, decise di cambiare immediatamente l’argomento mettendosi il poco residuo della sigaretta. <<Allora… ti devo riportare a casa… o a scuola?>>
<<No.>>
<<Non vuoi andare da nessuna parte?>>
<<Non voglio tornare né a casa né a scuola.>>
<<Ma i tuoi saranno preocc…>> venne interrotto dalla mano posta sulle sue labbra. Gea fece un cenno di negazione con la testa, poi si avviò alla sua moto lasciandogli il calore che emanavano le sue dita sulla bocca. Prese il casco su cui c’era ancora traccia del suo rossetto anche se sfocata e sorrise. Camillo capì il suo messaggio: si avvicinò e si mise in sella.
<<No…>> esclamò Gea montandosi avanti sulla moto.
<<Ehi, sai guidare?>> le disse dopo averla presa il mento in modo che lo guardasse. Lei rise e si mise il casco. <<Andiamo!>> la sentì gridare. Si stava abituando alla sua voce istintiva.
Il vento gli scompigliò i capelli e lui dovette fermare gli occhiali con una mano sulla testa, mentre con l’altra strinse la vita della ragazza. Non sapeva dove lo stava portando, ma sapeva che qualcosa era cambiato. Era come se avesse aperto gli occhi e scoperto che c’era una porta sconosciuta da aprire. La stava aprendo o aveva ancora la mano sulla maniglia incerto sul da farsi? Non lo sapeva. I suoi pensieri non dello stile di Camillo si frenarono quando la moto si accostò insieme alle altre auto. Scesero e Camillo si sentì stringere la mano che venne poi trascinata. Entrarono in un edificio e Camillo fu stranamente felice di seguirla. I suoi capelli erano agitati mentre si muoveva. Era bella da morire!
<<Che c’è?>> Camillo vide un palcoscenico dove molti attori sembravano recitare. Non c’erano gli spettatori. Era forse per una prova. Ora a ben guardarli scoprì che recitavano usando delle mani.
<<Sono attori sordi. Guarda, come sono bravi!>> Gea lo trascinò verso le sedie di prima fila. <<Vorrei recitare anch’io ma i miei zii me lo vietano severamente.>>
<<Perché?>>
Gea lo guardò con gli occhi tristi senza rispondere. Camillo capì che la donna aveva bisogno di esprimersi, di avere una vera indennità. La strinse forte, mentre i suoi occhi osservavano il movimento delle mani degli attori. Quel movimento era così dolce e raffinato… le mani che sembravano cantare, danzare… all’improvviso ne rimase incantato.
<<Vorrei fare l’attrice di teatro.>> Questa frase era accompagnata da una voce molto bassa e sorda, quasi a voler dire che questo sarà per sempre un sogno. Un sogno che non si sarebbe mai realizzata! <<Ora andiamo a mangiare. Ho fame. E tu?>>
<<Ne ho anch’io.>> sorrise lui.
Entrarono in un Spizzico e Gea scelse la tavola metallizzata un po’ emarginata dalle altre.
<<Cosa vuoi?>> chiese Camillo.
Gli occhi della ragazza sorvolavano sulla pubblicità delle pizze. <<Numero 3>>
<<Okay>> Camillo si avviò fra la folla accasciati alla cassa e lei si sedette.
<<Scusa, bella, sa che ore sono?>> un giovane le si avvicinò sorridendo.
Lei non comprese le sue parole e reagì divampandosi. Mosse la testa, mentre corrugò leggermente la fronte. <<Non ho capito…>>
Lo sconosciuto ripeté, ma ben presto capì immediatamente di non essere stato chiaro visto che la ragazza scosse la testa in un cenno di dispiacere.
<<Scusa, non sento…>> puntò segnando l’ultima parola portando un indice sull’orecchio.
<<Allora… niente.>> il giovane sorrise e si allontanò.
<<Cosa vuole costui?>> Camillo pose entrambi vassoi sulla tavola. <<Cosa voleva?>> chiese, quando gli occhi azzurri, con una grande intensità dolorosa, si posarono su di sé.
Gea all’improvviso si divampò di rabbia e frustrazione. Senza dire una parola prese il panino e vi affondò con impeto i denti.
<<Va bene.>> Camillo lasciò perdere. Ormai la conosceva: era arrabbiata sempre con se stessa. <<Secondo me, non serve che tu ti arrabbi in questo momento… perché…>> si grattò la nuca incerto, ma poi continuò. <<…questo momento mi sembra particolare e… allora sfruttalo al meglio.>> Si sentì stringere la mano e la vide sorridere.
<<Bene. Ne sono contento. Allora quelli signori che erano a scuola insieme a te erano i tuoi genitori?>>
<<No. Quelli erano i miei zii. Li odio.>>
<<Perché?>>
<<Sono benestanti e mi stanno sempre addosso… oh, non ne posso più>>
<<Ma che male c’è se ti vogliono bene?>> rise il ragazzo.
<<No>> sbottò decisa. <<Ciò che mi fanno è solo per un unico scopo. Vogliono trasformarmi come voi!>>
<<Come?>>
<<Dicono che se mi vesto bene, se imito gli udenti… sarei accettata dalla società. Ma io non sarò mai come voi. Mi sento sempre diversa e ho sempre paura senza il perché, senza volerlo… Per esempio il ragazzo che prima era venuto mi chiedeva una cosa, ma io non avevo capito, quando non riesco a comprendere le parole mi vergogno e mi arrabbio…>>
<<Calma. Calma. Non parlare veloce altrimenti non posso capirti.>>
<<Lasciamo perdere.>>
<<E i tuoi che fanno?>>
<<I miei si affidano totalmente ai miei zii.>> Si fermò osservandolo e il silenzio regnò tra loro per alcuni secondi. In un attimo i loro sguardi si incontrarono. <<Mi chiedo come riesci a capirmi che ho la voce storta…>>
<<Non lo so. Veramente non lo so.>> Sorrise imbarazzato. <<Comunque la tua voce non è storta, è solo bassa e sottile… a volte le parole che pronunci non escono. Ma io mi sforzo volentieri a capirti e ci sono riuscito.>>
Non c’era bisogno di aggiungere altre parole, perché ciò che diceva lo imbarazzava già abbastanza. Quel giorno era veramente speciale, anzi lo era stato fin ieri, quando voleva accompagnarla. La prima volta che lo lanciava i suoi occhi di colore piscina non seppe più controllarsi e il suo silenzio lo affascinava.
<<Andiamo alla Luna Park.>> sbottò scagliando tutto ciò che gli passava per la testa.
<<Mai stata qui?>> domandò Camillo di fronte alla sua faccia sbalordita.
<<No. Non ho amici, quindi non sono mai venuta qui.>>
<<Andiamo. Divertiamoci. Non sono più venuto da anni. forse quattro anni fa… Andiamo a quella giostra che mi piaceva sempre.>>
Quando il sole calava sprigionando i riflessi rossi, Gea aveva esaurito la sua voglia di giocare. Camillo, invece, aveva mal di testa.
<<Che bello. Mi sono divertita. Non riesco a credere che le giostre non ti fanno sentire tanto bene. Vuol dire allora che sono più forte di te?!>>
<<Parla piano, piccola… vediamo chi è più forte… Giochiamo alla Lancia e Vinci. Sarà l’ultimo gioco e ce ne andremo, va bene?>> La trascinò verso la bancarella e prese delle palline dopo aver pagato. Puntò lo sguardo fermo su una delle scatole e il primo lancio fu ben riuscito. E furono così gli altri lanci. La signora della bancarella gli fece notare quali premi che poteva scegliere e lui scelse la peluche più grossa e più bella. Poi gliela regalò a Gea, che sorrise e lo abbracciò forte.
<<Grazie.>>
<<Ora lancia tu!>>
<<No, non vincerò mai.>>
<<Dai, forza!>>
Gea accettò e le prime due palline sono sbattute dall’altra parte sbagliata.
<<Ti insegno come si fa.>> La coprì le spalle con il proprio petto emanando il calore piacevole e Gea si sentì al sicuro. Le toccò le braccia e le mosse insegnandole le regole. Lei non prestò attenzione alla sua lezione bensì al calore delle sue mani che sfioravano le sue. Per poco riuscì ad arrestare l’impulso di baciarlo, ma tuttavia si ritrovò con la testa che le gira leggermente.
<<Okay, ho capito.>> Ma non riuscì a far cadere neanche una scatola. <<Bè, ho perso.>>
<<Non importa. Andiamo via. Voglio dimostrarti una cosa.>>
La moto lasciò la città per orientarsi verso il tranquillo lungomare e Gea si strinse nella spalle rabbrividendo per il freddo. Ed istintivamente avvinse il petto di Camillo, che sussultò.
<<Siamo arrivati.>> le disse togliendosi il casco e prese la sua mano. <<Vieni>>
Si avviarono verso la scaletta che porta verso la riva rocciosa. Era notte fonda. Il mare al di là della ringhiera oscillava al vento autunnale per poi infrangere le masse rocciose. Nessun’anima viva. No, non aveva paura. La paura era stata sempre la sua unica amica anche in mezzo tra la folla, ma ora che era sola con lui, che potrebbe avere intenzioni negative, non le suscitava affatto quel senso che ti stringe lo stomaco e non voler più fare nulla attendendo il crudele destino senza alzare un dito. Mentre scese, scoprì il suo profilo illuminato dalla luna. Era bellissimo. Ma chi era quel ragazzo? Sapeva solamente che era Camillo e basta. Si era affidata a lui senza riserve e ancora ora lo stava seguendo felicemente.
<<Vieni là.>> le ordinò. Si incamminarono con fatica sulle masse, poi si ritrovarono su una stradolina di roccia. <<Andiamo al porto.>>
Giunsero ad una serie di barchette attaccati al porto. A quel punto Camillo le sorrise.
<<Quella barchetta è mia, anzi è di mio padre. Vieni. Sarà bello vedere il panorama, quando saremo un po’ lontani di qui…>> Corrugò all’improvviso la fronte. <<Non è che hai paura? Ti prometto che non ti farò nulla.>>
<<Camillo, sta’ tranquillo.>> salì con l’aiuto della mano del ragazzo. Camillo si mise a trafficare con le corde che si slacciavano e fece partire la barca fino ad un punto. Ora si trovarono abbastanza lontani dalla riva illuminata e immersi in un buio totale finché Camillo non accese una piccola lanterna posta vicina alla porta che porta verso giù, nel ventre della barca. Allora Gea poté vedere le sue labbra e quasi le venne da piangere. Quel giorno era troppo bello, che il domani avrebbe cancellato per sempre. Sarebbe rimasto solo un ricordo. O se continuasse così anche per giorni successivi, ma presto lui si sarebbe stancato di lei.
<<La sorpresa che volevo farti vedere è… alza la testa e guarda il cielo.>>
Gea lo ascoltò alzando la testolina verso su, mentre i capelli morbidi le scivolarono dal volto. Lui trovò soddisfacente che gli occhi azzurri diventavano come due grandi fari, in un immenso stupore. In cielo stava la bellissima luna piena di colore gialla. Grande, luminosa… che scientificamente stava seguendo la Terra, come se fosse innamorata di essa. Sembrava intanto che la notte fosse sorretta dai chiodini brillanti. Erano tanti, anzi tantissimi. In città non ne ha mai visto così tanti. All’improvviso i suoi occhi si riempirono di acqua e una lacrima cadde sul volto.
<<Quando mi sento frustato, vengo qui.>> disse lui. <<Gea, ma perché…?!>> Si accorse delle sue lacrime che piovevano con docilità. Le accarezzò il volto come per asciugarle. Ora le parole non servivano più, prelevavano solo i loro sguardi, che inizialmente di un inspiegabile dolore irrivelante si trasformarono in quelli di una calamità incontrollabile. E si baciarono.
Amore ingenuo testo di Morettina