LETTERA AD UN AMICO PER UN LUNGO VIAGGIO

scritto da KRISTINA K.
Pubblicato 24 anni fa • Revisionato 24 anni fa
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Autore del testo KRISTINA K.

Testo: LETTERA AD UN AMICO PER UN LUNGO VIAGGIO
di KRISTINA K.


Anche stasera è una di quelle sere che vorrei tu fossi qui, ma non è così e non so fino a che punto è il caso di rendertene consapevole.
Mi manchi, in un modo strano, e so che in futuro sarà sempre più così.
Sono passati appena due giorni, eppure mi sembra più di una vita che mi hai detto “ciao” dietro il finestrino dell’automobile, ed io ho sorriso e ti ho detto “addio”, ma il motore in accelerazione ha coperto lacrime e parole, ed è stato meglio così.
“NESSUN POSTO È LONTANO, SE DESIDERATE ESSERE ACCANTO A QUALCUNO CHE AMATE, FORSE NON CI SIETE GIÀ?”
Non più di tre settimane, ha detto il medico, ed io ho deciso di passarle a Milano, queste tre settimane, lontana da te e dai tuoi occhi chiari, perché so soffrirei troppo a dirti addio guardandoti negli occhi.
“NON CREDERE CHE CHI RIDE SIA FELICE, CI SONO CERTE LACRIME CHE NON ARRIVANO AGLI OCCHI”.
I miei ricordi più belli sono legati a te che mi guardi negli occhi. Ed è difficile non pensare ai tuoi occhi chiari ora che la candela brucia con una velocità disarmante ogni brandello di vita felice, - mi manchi, e non è la prima volta in questa lettera e non è la prima volta nella mia vita.
Capitava di litigare per motivi atrocemente banali. Da parte mia ora posso dire con tranquillità che adoravo metterti il muso, per poi sbattere i miei occhioni nei tuoi e tu allora non potevi resistere e mi prendevi il mento fra le dita. – Perché devi sempre farmi arrabbiare? -, dicevi, sfiorandomi appena la fronte con le labbra.
Non ci sono mai stati troppi baci nella nostra amicizia e del resto è una cosa piuttosto naturale. Eppure io, per quanto innaturale, i tuoi baci li ho sempre aspettati. Lì, impalata e sognante. Ferma alla stazione quando dovevi ripartire dopo il tuo primo week-end a Milano, la sera quando mi portavi a casa ed era ancora estate e sapevo di birra fin sopra ai capelli, i pomeriggi passati a cavalcioni sugli scogli al molo o seduti sui gradini di casa mia.

La nostra era strana, come amicizia. Forse non era un’amicizia. Forse era solo una strana storia d’amore senza baci. Perché quando mi abbracciavi, quando stringevi il mio pollice, quando mi prendevi per mano nel rosa di un tramonto che non era mai lo stesso… era qualcosa fortemente di più di un’amicizia.
(Tempo ineluttabilmente passato).
Non ti ha mai sfiorato l’idea che forse potevamo essere qualcosa di più di “amici speciali”, come bisbigliava, sussurrava, mormorava la gente, e per me erano urla che rimbombavano nel silenzio…
“LA SPERANZA È SEMPRE L’ULTIMA A MORIRE”
L’ultima volta che ho pianto sulle tue ginocchia era marzo e lui mi aveva appena lasciata per l’ennesima volta. Non so cosa gli avesse portato consiglio, forse il week-end trascorso a Londra con gli amici, forse la componente di dolcezza (mia) che stava diventando predominante nel nostro rapporto… così è, comunque, che appena chiuso il telefono dalla sua chiamata densa di pentimento e frasi fatte, ho composto il tuo numero, e tu mi ha portato di nuovo al molo, e non mi hai chiesto niente.
Siamo stati in silenzio a guardare le onde che battevano sulla banchina per più di un quarto d’ora interminabile, mi hai sfiorato una guancia con un dito, contemplando i miei occhi lucidi, ed hai sussurrato: - Che cosa è successo? –
Catastrofe. Non so neanch’io da dove ho tirato fuori tutte quelle lacrime, ma tu non ti sei stancato di asciugarle. Hai cullato i miei ricordi e le mie parole per tutta la sera, calmandomi, coccolandomi, accarezzando i miei sentimenti con una piuma leggerissima e smussando gli spigoli vivi di una storia, quella con lui, che non è mai stata come l’ho voluta.
- Ricomincia da capo, ora che ne hai la possibilità –, mi hai detto.
Non me lo sono fatta ripetere due volte. Siamo stati a Parigi, quell’estate, io e te. Tua madre sorrideva incurante dei denti mancanti e non perdeva l’occasione di infilarsi nel salotto di casa mia: - I nostri ragazzi… -, diceva.
Mia madre si perdeva in una confusione che era quasi paragonabile alla mia; io continuavo a ripetere che eravamo solo amici, tua madre mi vedeva già in abito bianco, innamorata di me più di quanto avresti potuto esserlo tu.
Parigi ci ha svuotati e riempiti di nuovo di emozioni nuove ed inaspettate. Abbiamo passato albe intere a parlare di noi raggomitolati nello stesso letto; e la pioggia ci ha sorpresi chiusi nello stesso giaccone; e tutte le volte l’obiettivo della macchina fotografica ci ha stampati abbracciati e felici.
Abbiamo trascorso una settimana intera a sorridere guardandoci negli occhi, ed io so che quella è stata la settimana più bella della mia vita.
“ESISTE UN SOLO MOMENTO MERAVIGLIOSO, NELLA VITA, ED È QUELLO CHE STAI VIVENDO”.
Pensavo che il ritorno ci avrebbe visti vicini come e ancora di più prima della partenza. Stavo solo aspettando quel bacio che ci avrebbe dato l’occasione di superare il confine lungo l’amicizia e l’amore lungo il quale camminavamo da tempo. Ma non è durata, dovevo immaginare che i contorni delle nostre vite erano già limati al massimo per combaciare perfettamente perché li potessimo rendere ancora più aderenti. Ho perso tutto come in una mano di poker.
È stata l’ultima sera. Un cocktail di troppo, i tuoi occhi azzurri rovinosamente troppo vicini, la camicia bianca con il colletto alzato che profumava di promesse non mantenute e di sogni venduti a caro prezzo. Nel metro, al rientro da Montmartre, ho appoggiato la testa sulla tua spalla. Hai sorriso. Ho osservato con gli occhi socchiusi ed appannati il tuo profilo. Tu mi hai accarezzato i capelli. – Forse mi sto innamorando di te -, devo aver sussurrato, - forse lo sono sempre stata -.
Poi nessuna parola: né quella sera, né l’indomani a colazione, né tantomeno durante in viaggio di ritorno in aereo. Osservando i nostri genitori con i loro sorrisi di gomma all’aeroporto ho avuto un conato di vomito. Tu mi hai salutato fra i denti, loro mi hanno spinto in macchina ansiosi di particolari e non poi non ci sei stato più.
Sono stati cinque giorni di inferno: davanti al telefono, con i gomiti sul tavolo e la testa fra le mani, ad imparare a memoria il profilo del mio telefono, ed ogni squillo, e non eri tu, il mio cuore viaggiava come il TGV fino a Parigi e tornava.
Non mi hai chiamata, e non vedo perché avresti dovuto farlo, se non avevi niente da dirmi. Ho lasciato che le mie parole si intrecciassero alle bugie, alle scuse, ai “forse ho detto una stronzata l’altra sera”, e per più di una volta ho alzato la cornetta, riabbassandola poi in fretta ogni volta che pensavo alla smorfia che ti ha sporcato il viso quando l’alcol di quella sera aveva abbassato le mie difese emotive e ti avevo detto la verità, per quanto nuda e scomoda, solo la verità.
Ho alzato la cornetta per l’ennesima volta ed ho composto un numero, ma non era il tuo. Lui, al contrario di quanto avresti potuto fare tu, ha detto che aspettava la mia chiamata da molto tempo. Inevitabilmente ci siamo rivisti, inevitabilmente siamo finiti di nuovo insieme, ed io mi sentivo troppo sola, sapendo che non ci saresti stato tu a rasserenarmi, e gli ho lasciato passare indenni tutte le sue prepotenze, tutti i suoi soprusi. Il pensiero che mi angosciava era uno solo: se mi abbandona di nuovo, non ci sarà Franco a consolarmi.
Non ho lasciato che mi mettesse di nuovo alla porta. Mi sono adattata ai suoi stati d’animo come la gelatina nello stampo, riempiendo tutto lo spazio vitale che aveva lasciato alla mia personalità, ben poco, stravolgendo me stessa laddove era richiesto, e non è stata solo una volta.
Tu non c’eri. Non c’eri le sere che lui mi usava come straccio da spolvero, e mi prendeva a parole perché ero troppo dolce, sensibile, emotiva. Non c’eri tutte le sere che mi ritrovavo a piangere con la testa appoggiata sul cuscino perché per l’ennesima volta la storia aveva preso la stessa piega ed io non facevo niente per cambiare strada.
Ne avevo avuto la possibilità, ma non era dipeso da me il diverso andamento delle cose. Tu non ci sei stato, fino a quando lui non ha deciso.
Hai saputo che andavo a vivere a Milano quando ormai le mie valigie erano già chiuse, imbottite dei vestiti firmati che lui mi aveva regalato in quantità industriali per compensare quel sacrificio che mi stava chiedendo. L’hai saputo da tua madre, che ti deve aver anche raccontato del brillantino che capeggiava al mio anulare, che ti deve anche aver raccontato del mio fidanzamento, che chissà se ti ha raccontato del mio sorriso, che da troppo tempo non vedeva più.
Ci siamo incontrati e riempiti di parole.
“L’ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI”.
Io avevo fatto la mia scelta e non potevo tornare indietro. Mi hai detto che avresti voluto che le cose fossero andate in modo diverso ed io non ho potuto fare a meno di darti ragione. Abbiamo trascorso i giorni che mi separavano dalla partenza a raccontarci di spezzoni di vita trascorsi insieme, e le lettere di cui mi hai inondata nei primi mesi a Milano erano per me come album di ricordi che si fondevano al grigiore di una vita diversa da come l’avevo sempre sognata, sognata con te.
Appartamento a Brera, guardaroba firmato, un fidanzato da mostrare soddisfatta alle feste eleganti, un lavoro invidiato… eppure…
“CHI DI SPERANZA VIVE DI SPERANZA MUORE”
Tu non c’eri.
Sei venuto a trovarmi con una scusa da film dell’orrore, lo Smau, non appena hai potuto trovare un treno eppure non hai messo neanche piede, alla Fiera. Hai passato tre giorni ad appuntarmi i capelli dietro le orecchie, a soffiarmi sul viso, a strusciare il mio naso contro il tuo, seduti ai Giardini di Villa Reale, lontano da sguardi e parole, in silenzio, come se ormai fosse tardi per dirti qualsiasi altra cosa. Tu hai mormorato: - Quella volta a Parigi… forse anch’io, ora… - Ho scosso la testa, appoggiandoti un dito sulle labbra. – Ora no -. Già, era troppo tardi.
L’ultima settimana che ho trascorso a casa ho avuto la conferma della malattia. Già da mesi non mi sentivo nel pieno delle mie forze. Lui avrebbe voluto che fossi incinta, forse l’avrei voluto anch’io. Ma quando la lineetta blu che è apparsa è stata una sola non ho potuto far altro che tirare un sospiro di sollievo. Non è stato altrettanto quando sono arrivati i risultati della risonanza magnetica ed il dottore ha scosso la testa. Poi mi ha imbottito di farmaci, e speranze, e statistiche, che non ho voluto né potuto ascoltare. Ho ascoltato solo le sue parole: tre settimane prima del peggioramento definitivo.
Sono tornata a casa per l’ultima volta, e le lacrime di mia madre ed i tuoi occhi azzurri mi hanno spinto a non tornare. Non ti ho detto niente, perché non cercavo più di quanto non mi hai già dato. Lui che lo sa, mi sta riempiendo di effusioni che non gli sono mai state proprie, e questo mi inacidisce ed innervosisce più della malattia in se stessa. Passo giornate intere seduta alla nostra panchina a Villa Reale ed in ogni lacrima che viene giù c’è scritto: “avrebbe potuto essere diverso…”
Avrebbe. Ma non è così. La nostra è rimasta e rimane un’amicizia senza baci i cui contorni ora sfumano nel cielo chiaro fino a sera di Milano.
Avresti potuto essere tu qui, avrei potuto essere io lì, ma non è stato così. E poi Milano, così caotica, confusionaria, frettolosa, appiccicosa e fredda non ti sarebbe piaciuta. Non ti sarebbe piaciuta perché mi somiglia troppo, Milano.
E forse, in fondo in fondo, non piace neanche a me che sono innamorata del mare.
Si sta facendo tardi, in più di un senso, ed io devo abbandonare carta e penna per dedicarmi ai miei doveri di fidanzata modello. Quando questa lettera si confonderà nella tua posta ti farai tante domande: già da ora so di non poterti dare risposte. Ti prego, accontentati di questo. Sii felice come lo sono io, per i sorrisi, le parole, ed i giorni passati assieme. Le domande lasciamole alla prossima vita, ora che a questa non ho più niente da chiedere.
“L’AMORE È LA RISPOSTA”
LETTERA AD UN AMICO PER UN LUNGO VIAGGIO testo di KRISTINA K.
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