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Credeva davvero d’esser poeta,
camminava fiero, testa discreta,
con passo assai lento, lo sguardo assorto,
scrutava le nuvole, il vento e l’orto.
Ogni foglia era un verso caduto,
ogni goccia un pensiero assoluto.
Annotava pure le mosche in volo
convinto d’avere il genio, in dono.
Di tutto scriveva, in gran confusione:
un fiore al latte, la mente in prigione.
S’incrociavan le rime, a mo’ di riccio,
più che poësia, sembrava un pasticcio.
Titoli epici, pose teatrali,
selfie in penombra con toni geniali.
Ogni dì sfornava i “capolavori”
con buona pace dei vecchi signori.
D’inverno usava sciarpe leggere,
“fa arte”, pensava, tra mille chimere.
Sognava sempre gli applausi ed i premi
ricevette tre fischi, ma assai estremi.
Eppur sorride, beato e contento,
immerso nel dolce fraintendimento.
Perché in fondo, diciamolo piano,
ci vuole coraggio a scrivere “strano”.