L’unico passo, è il rimanere fermi

scritto da Insideyou
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 12 ore fa • Revisionato 12 ore fa
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Testo: L’unico passo, è il rimanere fermi
di Insideyou

La massa era folta, assiepata, disomogenea, variegata e vasta: il vocio incessante tesseva il peculiare tempo di quella manifestazione reso apparentemente oggettivo dalle tante istanze che la componevano, tenute assieme dall'abbaglio della individualità che riconosceva e reagiva al visto modellato e proiettato dall'osservatore di ogni singolarità attraverso la stabilità del piacere, dell'accumulo e dell'appagamento, che manteneva quell'espressione materiale in un equilibrio stabile e pseudo permanente.

L’ideale, è il figlio prediletto dell’uomo sterile: la speranza è il suo abbaglio, la convinzione è il suo limite, la brama è la sua prigione ed il dolore è la sua condanna.

Non sarà affatto facile avere a che fare con te stesso, lo sai?
Quando giungerai a vedere infatti davvero da molto vicino l'espressione arida e brutale della tua meccanicità in azione e vorrai porle fine, tenterai le più abili e meschine modalità maestre per evitare di averci a che fare.
Ti dirai di avere capito, di esserti reso conto, di avere visto, di avere compreso e tutto ciò che estenderà illimitatamente quel costante dialogo con te stesso che determina e reitera il vasto rumore di quel brusìo interiore che ti colma e che ti logora dentro.
Ti giustificherai, ti incolperai, ti adorerai, ti osserverai con indifferenza oppure con distacco, ti imporrai una certa direzione per cambiare, ti riprometterai che non accadrà più, ti distrarrai con le solite evasioni fisiche e psicologiche, spirituali e materiali; ma ti lascerai sopraffare sempre da quella belva avida che dalle tue profondità oscure ti muove in superficie, ritornando ad essere così ancora una volta un burattino alla mercé del controllo, della scelta, della menzogna, del motivo e della perversione, in balìa di quella divisione e contraddizione interiore tra quelle varie parti di te stesso che tenterai sistematicamente di riunire in qualche modo con l'ennesima speranza e l'incessante volizione del controllore. Così, stai osservando e reiterando la straordinaria prigione del tuo schema, quello che si ripete da sempre in te e che, seppure con delle sequenze modificate di espressività, ti riporta incredibilmente in ogni dopo, proprio dove eri stato già nel prima.

Vedi, non ti è rimasto proprio altro, cui miseramente aggrapparti per sostenerti. Compresi i discorsi con te stesso, che sono un’ulteriore ed abile mossa per mantenerti presente, reale e diviso inesorabilmente anche dalle parole. Pertanto, quei tanti te che appaiono nell’espressività cosciente, sono sempre manifestazioni del brutale sé che si espande sotto differenti forme, violentando il tuo corpo con i sensi, stuprando la tua mente con le illusioni e trucidando il tuo cuore con gli inganni.
Questo sguardo che adesso direzioni, non è puro per poter vedere oltre ciò che sei, perché è confinato e limitato alla visione esclusiva di te stesso, della tua avidità, della tua vanità, del tuo desiderare, che è di fatto la reazione al visto che ti pone in essere nel tempo e dalla quale dai il nome di felicità a quel piacere raggiunto e provato dalla sensazione appagante in cui ti sei identificato per una certa esperienza.
Come un film proiettato in una sala di un cinema, sei catturato dalle immagini che vedi, reagisci meccanicamente ad esse, senza sapere che invece tu, sei proprio il proiettore. Può esserci visione attenta di ciò che sei senza reazione alcuna?

Amare è il silenzio di quella visione senza movimento interiore, in grado di cogliere l’immensità, la vastità e la bellezza dell’integrità; amarti invece è la costante reazione a quel visto che esclude tutto eccetto te: ne cogli la profonda differenza? Questo, è l'unico passo da compiere per restare fermi ed essere davvero soli, unici ed integri. Da quella vastità illimitata, dove non c'è più il tempo a scandire l'orizzonte esclusivo degli eventi proiettato solo per proteggerti, c'è lo spazio immenso della libertà, c'è il ritorno all'incommensurabile, c'è la fine della ripartizione, c'è l'intelligenza assoluta ed originale dell'unità, c’è quella sensibilità totale a tutte le cose, per tutte le cose ed in tutte le cose. Ma queste sono soltanto delle parole che non potranno mai contenere il descritto, per questo fatto, ciò che accade davvero in quell'unico passo senza movimento, occorre solamente scoprirlo da soli.

~~~

Si presentò come un monaco eremita con una importante missione da compiere. Gli era stata donata la felicità da dio e lui doveva donarla agli altri. Aveva diversi libri in mano, una tunica dai colori sgargianti, dei sandali distrutti dai molti cammini e degli occhi azzurro intenso straordinariamente profondi e chiari, tali da riuscire a plagiare persino sé stesso.

Diceva di essere felice, di aver ricevuto un compito divino e di dover trasmettere questa bellezza al mondo per condividerla. L'uomo doveva semplicemente scegliere di essere felice ed attraverso la guida dei maestri, che avevano messo il metodo su carta, la felicità era così a disposizione finalmente dei tutti, per vivere la favola della fratellanza, della gioia e dell'amore.

Si può davvero scegliere di essere felici? Ricordare di esserlo stati? Riconoscere di esserlo in un dato momento? O forse diamo il nome di felicità ad uno stato di piacere che è accaduto, rievocato o ripetuto? Se la felicità potesse essere praticata, scelta, decisa o invocata, appresa da una scrittura, da un maestro, da un interlocutore o da noi stessi, non saremo tutti felici? Il mondo lo è? La felicità può davvero essere confinata in un ricordo? In uno scritto? In un esercizio? In una pratica? Può giungere dallo sforzo per ricompensarci? Può dunque avere un inizio ed una fine? Può essere ripetuta ed applicata a piacimento?

Così si scopre che occorre essere molto cauti nel parlare della felicità. La felicità non è un prodotto, un risultato, un traguardo, un premio, una mercede o uno scambio. Non è un ricordo da rievocare o da tramandare, una speranza, un idillio, una scelta o una volizione da coltivare. Colui che riconosce la felicità l'ha già separata da lui stesso e dunque in quella divisione tra felicità e colui che la possiede, c'è già l'evidente segno della corruzione che nulla ha a che vedere con quel rigoglio interiore. Se davvero c'è felicità, il suo riconoscimento è la sua fine, è solo un ricordo, è un movimento di pensiero nascosto dietro al sentimento, dunque non è possibile sapere di essere felici e questa, è la bellezza insondabile della felicità.

Invece di dire dunque cos'è la felicità, ci si potrebbe chiedere se è davvero possibile porre fine ad ogni divisione, ad ogni attaccamento, ad ogni dipendenza, ad ogni speranza, ad ogni desiderio, ad ogni meschinità, ad ogni inganno e ad ogni illusione per fare spazio interiormente? La felicità potrebbe giungere allora senza saperlo.

Il monaco ascoltò in silenzio, non si era mai reso conto che quel desiderio di trasmettere agli altri ciò che pensava possedesse era solamente una modalità per rassicurare, confermare e convincere sé stesso. Anche un ubriaco del resto conosce la felicità: è il suo bicchiere di alcool. Come il drogato, il maniaco, il pervertito o l’uomo di successo. Dov’è allora la felicità? Quando gli fu chiesto se era in grado di mettere da parte il suo nome, la sua veste, il suo dio, la sua fede, il suo credo e la sua felicità, per scoprire se potesse davvero finire ogni dipendenza, ogni attaccamento interiore e chiedersi cos’è la felicità dalla libertà del non saperlo già, il suo sguardo cambiò. Sembrava irritato, offeso, provocato, sfidato e turbato. Si voltò e se ne andò senza dire nulla, ma poco più avanti si fermò a parlare con una certa veemenza con un passante e mentre gli stava consegnando uno di quei libri che portava con sé, riponeva nel frattempo con dovizia in tasca l'obolo sottilmente richiesto, dovuto ed ottenuto: barattare la felicità con il denaro è lo scempio della frammentazione interiore che lo teneva in ostaggio chissà da quanto.

L’unico passo, è il rimanere fermi testo di Insideyou
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