Mezzanotte ed il bosco era scuro.
I faggi, con i loro sporgenti occhi, aperti nella corteccia, sussurravano tra di loro antiche filastrocche: il vento era loro portavoce. Un vento caldo di luglio, un alito svogliato e molle, senza fretta.
Il sottobosco era uno scendiletto vivo, brulicante di insetti.
La Luna padroneggiava il paesaggio, tonda, radiosa, gravida di lattiginosa luce: galeotii furono gli spavaldi raggi del sole.
Da lontano giungeva l'eco di un cane che abbaiava; i rami degli alberi vibrarono di stizza a quel richiamo così addomesticato, quasi come se, con la sola voce, quel cane avesse potuto azzannare il selvatico ed incontaminato spirito della faggeta.
D'improvviso la superficie artificiale e noncurante di quattro pneumatici soffocò il muschio selvaggio e rase al suolo le miniature di piramidi dei formicai.
La luce arrogante e cattiva di due fari stuprò gli occhi del Ghiro e squarciò le lenzuola della notte, esponendo al pubblico ludibrio l'appassionato abbraccio tra il solitario castagno e l'asfissiante edera.
Dal mostro semovente di lamiera uscirono ridendo sguaiatamente tre ventenni completamente ubriachi.
I faggi sospirarono, consolati dalla lieve brezza e rassegnati a quella quotidiana, prevedibile visita notturna.
I tre insolenti umani cominciarono a fumare a più non posso ed a riversare nella loro gola rumorosa litri di alcol, insudiciando la nera terra con scheletri di vetro.
La faggeta era isolata e fresca, d'estate, sicchè i tre erano soliti concludere i loro bagordi in quel luogo.
Ad un tratto un verso agghiacciante, sinistro e spaventoso fece sussultare i giovani: era come la risata di una strega, il saluto di un pagliaccio demoniaco un "Cia-o, Ah-Ah, Cia-o" rauco e maligno.
La paura più irrazionale ottenebrò le loro menti rallentate.
La paranoia meno arginabile irrigidì le loro articolazioni e serrò le loro mandibole.
Si scambiarono sguardi allucinati, carichi di paure ataviche, di ansie mai esorcizzate.
In un istante non si seppero più orientare nell'angolo di natura in cui si trovavano, non si ricordarono dove ormai avessero lasciato l'automobile, non riuscirono più neanche a capire come potessero vedersi l'un l'altro nel ventre scuro delle tenebre.
Uno dei tre non resistette più :il gli era guizzato in gola, le orecchie avevano cominciato a fischiare nella sua testa un motivo monotono ed ossessivo. In un impeto di irriconoscibile bestialità fuggì nel modo più rapido e scriteriato che le sue gambe potessero permettergli.
Dimenticò di trovarsi in cima alla collina.
Scordò cha da lì si poteva soltanto scendere.
S'inoltro nel bosco più fitto, laddove neppure la Luna si avventurava con le sue lunghissime braccia pallide.
Si scontrò con il vuoto di un precipizio e cadde giù come fosse già morto: innaffiò con un rivolo di sangue scuro e denso le rocce in fondo al burrone.
Frattanto gli altri due erano rimasti immobili, inerti, come pietrificati dallo sguardo di una Gorgone. Avrebbero voluto urlare cercando con le parole il loro amico fuggito.
Ma la voce si era come calcificata, appiccicando le sillabe al loro palato. Come se urlando avessero potuto richiamare qualcosa di ancor più terribile.
E di nuovo ancora il richiamo proveniente da un altro mondodi spiriti assassini: "Cia-o, Ah, Ah,Cia-o".
Nel silenzio paralizzato fluttuò, fra i rami, un piccolo lenzuolo completamente bianco: la sagoma del barbagianni.
Era lui l'incarnazione del demonio, era lui il piccolo rapace con il ceffo da stupido che più di una volta avevano acciecato con i fari dell'auto.
Poteva un volatile così apparentemente goffo parlare in quel modo arcano e spaventevole?
I faggi si scambiarono uno sguardo obliquo e complice ed il vento s'insinuò nelle orecchie dei due malcapitati: "Natura Matrigna o tu, Essere Umano, Figlio degenere?"
E poi nessuno prese sul serio il barbagianni testo di LadyWinter