Nonni dei fiori - l'ultimo hippy -

scritto da vecchioautore
Scritto 2 anni fa • Pubblicato 2 anni fa • Revisionato 2 anni fa
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Ripropongo un racconto pubblicato tre anni fa. Probabilmente uno dei miei migliori racconti del genere: romantico. Buona lettura.
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Testo: Nonni dei fiori - l'ultimo hippy -
di vecchioautore

Nonni dei fiori (L’ultimo hippy)

Anche stavolta, ed era già una settimana che quel vecchio dall’aspetto… perlomeno originale, suonava alla porta di Elisabeth, Catherine rimase… perlomeno perplessa.
«Buona giornata, Catherine», la salutò con un filo di voce. «La signora si è alzata?»
«Sì, l’attende in salotto, vada pure», rispose con voce squillante, dedicando nel contempo un’occhiata pietosa all’outfit dell’uomo. «Arrivederci, signor Leonard.»
«Se ne va già?» le chiese, fingendosi sorpreso: in realtà lo sapeva benissimo che, la donna di servizio, quel giovedì dopo aver rassettato la camera doveva recarsi in clinica per degli esami.
«Sì, ma non si preoccupi, più tardi passerà la figlia», rispose frettolosamente, mentre staccava la borsa dall’appendiabiti. E senza aggiungere altro se ne andò.
“Sua figlia lascerà l’ufficio alle dodici e trenta, e sarà qui dopo tredici”, calcolò mentre percorreva il corridoio con fare meditabondo. “Abbiamo quattro ore buone, per far perdere le nostre tracce”.

«Come va oggi, Elisabeth?», esordì entrando nel salotto.
«Come se fossi stata investita da un treno», rispose con voce stanca, arrochita.
«Non te la senti, vuoi rinunciare?»
«Nemmeno per idea!» sbottò, forzando il tono. «Tu piuttosto, hai portato quello che ti ho chiesto?»
«Sì, li ho lasciati nel furgone.»
«Valli a prendere allora!» comandò in tono perentorio.
«Ti vuoi cambiare qui?»
«E dove se no!»
«Se poi ti vedono i vicini?»
«E chi se ne frega di quelle cornacchie!» sibilò. «Avranno cominciato a ricamarci sopra fin dal primo giorno che ti hanno visto entrare in casa.»
«Allora vado», disse Leonard.
«Sbrigati!» lo esortò Elisabeth.

«Dove lo hai trovato?» gli chiese Elisabeth, mentre estraeva l’abito dalla busta.
«Dove ho preso questi», rispose Leonard, indicando la camicia a fiori e il pantalone a zampa di elefante che indossava, «nel magazzino di un rigattiere.»
«Uhm» fece Elisabeth. Non senza fatica si alzò dalla poltrona, appoggiò il coloratissimo abito con disegni floreali al busto. “Perfetto”, pensò controllando la lunghezza – arrivava poco sopra le caviglie -. Poi trasse dalla busta i sandali, li calzò e fece un paio di passi. «Comodi», disse. «Vado a cambiarmi, accomodati pure», aggiunse afferrando l’abito che, precedentemente, aveva appoggiato sulla poltrona.
Leonard annuì e si accomodò.

Trascorsero dieci minuti. «Allora, che te ne pare?» gli chiese ruotando su sé stessa.
«Sei uno schianto!» si complimentò Leonard. «Uhm», fece poi, arricciando le labbra.
«Cosa c’è che non va?» gli chiese aggrottando le sopracciglia.
«I capelli, girati!» rispose avvicinandosi.
Elisabeth si girò.
Leonard le sciolse con delicatezza lo chignon. I lunghi capelli argentei le caddero sulle spalle.
Elisabeth fece per voltarsi. «Aspetta!», esclamò Leonard mentre, usando le unghie a mo’ di pettine, glieli divideva tracciando una riga in mezzo alla testa. «Ancora un attimo!» aggiunse mentre prendeva un nastro colorato dalla busta. «Ecco fatto, ora puoi guardarti», concluse mentre, dopo averlo appoggiato alla fronte di lei, lo annodava dietro la nuca.
Elisabeth si avvicinò allo specchio appeso sopra la credenza. «Lo stesso colore di quello…», deglutì.
«Che ti eri messa quel giorno, nel deserto», completò la frase Leonard.
«Grazie», mormorò commossa. Inspirò profondamente. «Prendimi la borsa», disse espirando, indicandola.
Leonard prese la borsa vintage con le frange, che lei aveva conservato come una reliquia nel guardaroba, e gliela passò. Elisabeth appoggiò la tracolla sulla spalla. «La mano», disse, divaricando le dita della mano destra.
Leonard non si fece pregare. Allungò la mano sinistra, le dita s’intrecciarono, i due si guardarono, si sorrisero. «Andiamo?»
«Sì, Leonard, andiamo», rispose Elisabeth, avviandosi mano nella mano.

«Spero che vedendomi così conciata, le prenda un colpo a quella vecchia megera», sogghignò Elisabeth mentre percorrevano, mano nella mano, il vialetto per raggiungere il furgone parcheggiato in strada.
«Con chi ce l’hai?» le chiese Leonard.
«Con la mia cara vicina che, ne sono certa, ci sta osservando inorridita dietro le tende della finestra.»
«Quale finestra?»
«Non lo so, una di quelle della casa alla tua sinistra.»
Leonard fece per voltarsi. «Non guardare!» esclamò lei, e lo bloccò stringendogli forte la mano. «Fidati, conosco i miei polli… anzi, le mie oche starnazzanti», aggiunse ridendo sommessamente. «Appena ci vedrà salire sul tuo furgone, lascerà la postazione per precipitarsi ad afferrare la cornetta e informare il vicinato che la cara Elisabeth è impazzita.»
«Non hai pensato che potrebbe informare anche tua figlia?»
Elisabeth scrollò il capo. «Non credo che abbia il suo numero di cellulare, tra loro non scorre buon sangue. Ogni volta che mia figlia passa a trovarmi, ci prova a chiederle come sto; ma Brooke non è mai andata oltre un neanche troppo cordiale saluto, mentre allunga il passo con decisione.»
«Non lo credi, ma non ne sei certa», osservò Leonard.
«No, non ne sono certa!» confermò senza scomporsi.
«E allora?»
«E allora chi se ne frega!» rispose con un’alzata di spalle. «Se anche la dovesse chiamare… quando arriverà, noi saremo lontani.»

******************************

Elisabeth e Leonard si erano conosciuti all’università. Era il loro primo anno, e quel ragazzo allampanato, eccentrico nell’abbigliarsi e anche nei ragionamenti, l’aveva affascinata fin da subito. Si erano messi insieme dopo un paio di mesi, e, nonostante Leonard avesse lasciato l’università, e i suoi genitori non approvassero che si vedesse con quel giovane hippy senza arte né parte, avevano continuato a frequentarsi anche l’anno dopo.
Fatto sta che per stargli vicino, Elisabeth, oltre a frequentare raramente e svogliatamente le lezioni, passava gran parte del tempo a fumare spinelli, insieme a lui e agli altri componenti della comunità hippy.
Nell’estate del 1968, Elisabeth, Leonard e gli altri ragazzi della comunità, con i loro furgoni colorati si erano recati a un raduno hippy nel deserto.
Il raduno era anche l’occasione per incontrare qualcuno che aiutasse Leonard e altri ragazzi in odore di coscrizione ad attraversare il confine con il Messico e trovare loro una sistemazione sicura.
Era stato un addio struggente, quello in cui Elisabeth aveva promesso solennemente di aspettare il suo ritorno. «La guerra terminerà molto presto, vedrai», l’aveva rassicurata, prima di mettersi alla guida del furgone che avrebbe portato lui ed altri sei ragazzi oltre il confine di stato.
Ma la guerra in Vietnam era andata avanti per altri sette anni. E Leonard, accampando come scusante che temeva di finire in carcere (in realtà non era nemmeno certo di essere stato reclutato), aveva atteso altri tre anni prima di decidersi a lasciare la ragazza con la quale aveva condiviso il suo esilio volontario in Messico, tornare da Elisabeth… e trovarla felicemente sposata e madre di una bambina di cinque anni.
Dopo un ultimo burrascoso incontro, durante il quale si erano rinfacciati colpe vere o presunte, le strade di Elisabeth e Leonard si erano divise, per sempre, pensavano loro.

A settantasei anni, l’abbigliamento hippy indossato come una seconda pelle, non era bastato a preservare il fisico provato dagli eccessi di una vita bohémien. Il giorno che il primario del reparto di oncologia aveva comunicato a Leonard che il tumore al polmone gli avrebbe lasciato pochi mesi di vita, aveva deciso di farla finita “Potrei lanciarmi da quella finestra aperta… otto piani… cinque, sei secondi… e fine dei giochi”, stava pensando dopo aver lasciato lo studio del luminare, mentre attraversava il corridoio della clinica con passo lento, strascicato, per raggiungere la finestra e lanciarsi nel vuoto.
E lo avrebbe sicuramente fatto, se una voce flebile alle spalle non avesse attirato la sua attenzione. «Leonard, sei tu?» aveva udito.
Leonard, dopo essersi voltato, si era messo ad osservare con sguardo interrogativo la donna anziana accomodata sulla carrozzina.
«Sono io, Elisabeth», aveva ripreso lei.
«Elisabeth?!» aveva esclamato stupefatto. «Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ci siamo scornati?»
Lei aveva sorriso senza gioia. «Troppi. Sei molto diverso, siamo cambiati. E’ stato il tuo abbigliamento, sempre uguale, ad attirare la mia attenzione. Ma se non avessi notato il segno della pace tatuato dietro la nuca, non ti avrei riconosciuto.»
«Sei qui da sola? Tuo marito, tua figlia?»
«Sono più di cinque anni che Remo è venuto a mancare», aveva risposto con voce arrochita. «Mia figlia è al lavoro. Ha un marito, tre figli, i suoi problemi. Per quanto mi è possibile, cerco di cavarmela da sola, non la voglio assillare. Sono ricoverata da una settimana», aveva indicato con un movimento del capo la porta alle proprie spalle. «Mi hanno appena fatto un’ecografia, sto aspettando che l’infermiera mi riporti nella mia camera… Se gli esami sono andati come spero, potrebbero dimettermi oggi stesso.»
«Vivi sola?»
«La donna di servizio copre buona parte della giornata. E mia figlia ha ingaggiato una “dama di compagnia” per assistermi la notte…» sospirò. «Quando può, Brooke passa a trovarmi.»
«Beh, perlomeno tu hai qualcuno che ti vuole bene a cui appoggiarti.»
«Tu invece?»
Leonard aveva allargato le braccia. «Sono l’ultimo esemplare di una specie in via di estinzione. L’ultimo figlio dei fiori rimasto fedele a sé stesso!»
Elisabeth non ce l’aveva fatta a trattenere una risatina. «Sei qui per una visita?»
«Sono appena uscito dallo studio dell’oncologo», aveva risposto senza scomporsi.
«Dal tono mi par di capire che non si tratti di un problema grave?»
Leonard si era stretto nelle spalle. «Dipende dai punti di vista.»
«Cosa intendi, parla chiaro!» lo aveva esortato in tono apprensivo.
«Per un uomo nel fulgore degli anni, potrebbe essere un dramma… per un vecchio arnese la cui vita è stata un fallimento totale… sei mesi, di cui due abbastanza vivibili e quattro forieri di dolori indicibili, potrebbero essere lo sprone per fare qualcosa di veramente coraggioso per la prima e ultima volta!»
Il tono calmo, atono addirittura, l’aveva agghiacciata. «Stai parlando di farla finita, o cosa?»
Leonard stava rimuginando una risposta un po’ soft per non agitarla ulteriormente, quando l’infermiera aveva aperto la porta e, dopo averla informata che gli esami erano abbastanza buoni e l’indomani mattina l’avrebbero dimessa, si apprestava ad accompagnarla in camera.
«Aspetti, mi dia un foglio e una penna!» aveva esclamato.
L’infermiera aveva preso dal taschino la penna e, porgendogliela, aveva detto: «Il foglio non ce l’ho, mi spiace».
«Non importa», aveva risposto Elisabeth, afferrandola. «Allunga il braccio, Leonard!» aveva aggiunto in tono perentorio.
Leonard non se lo era fatto ripetere. Elisabeth gli aveva afferrato il polso. «Ti lascio il mio numero di cellulare», diceva mentre lo scriveva sull’avambraccio, «domani chiamami, dobbiamo parlare! Seriamente, intendo!»
Leonard aveva letto il numero sul proprio avambraccio. Poi l’aveva fissata nello sguardo, aveva sorriso. «Lo farò!» aveva affermato.
Poi si erano salutati, e Leonard, dopo averla guardata allontanarsi, aveva buttato un occhio alla finestra, e poi… si era diretto all’ascensore!

Dopo essersi dati appuntamento, si erano incontrati a casa di Elisabeth per un’intera settimana. In quei sette giorni avevano ricordato il passato, parlato del presente, sviscerando problemi e paure che assillavano entrambi e, alla fine, ipotizzato un futuro, anche se breve, da divorare insieme.
La vicinanza sembrava essere il lenitivo migliore per i problemi di salute che li assillavano. Sì, problemi di entrambi; perché se Leonard era condannato, Elisabeth non se la passava certo meglio: il cardiologo era stato chiaro, brutale se vogliamo, nell’annunciarle che la sua vita era appesa a un filo sottilissimo, che poteva spezzarsi da un momento all’altro!
«Un ultimo sprazzo di vita degno di essere vissuto e poi… chi resterà con il cerino in mano, ci soffierà sopra», aveva concluso con lugubre entusiasmo Leonard, esortandola a seguirlo.
Elisabeth aveva tentennato. Aveva anche provato a convincerlo a volare un po’ più basso: a lei sarebbe bastata una tranquilla convivenza nella sua accogliente casa. Era consapevole che sua figlia avrebbe provato ad ostacolare l’unione tra lei e quel vecchio hippy («Una patetica caricatura!» lo aveva definito, quando sua madre le aveva chiesto cosa ne pensasse del vecchio amico che aveva incrociato sul vialetto mentre usciva da casa); ma Elisabeth era anche convinta che alla fine, messa di fronte al fatto compiuto, Brooke avrebbe fatto buon viso a cattivo gioco.
Ma poi, lo spirito del ragazzo libero di un tempo che ancora pareva governare quel corpo minato dal male, con il suo eloquio follemente entusiasta e trascinante era riuscito a convincerla che solo un pellegrinaggio nel posto dove si erano lasciati, avrebbe rafforzato il loro rapporto e, conseguentemente, tenuto lontana la nera signora.
«Vuoi stabilirti là, in mezzo al deserto?» gli aveva chiesto incredula, e spaventata.
Leonard aveva sorriso. «Non sono così pazzo. Da lì raggiungeremo il confine; ci stabiliremo in un posto tranquillo, dove la vita scorre a un ritmo più umano. E’ un villaggio di pescatori, ci ho passato dieci anni, e poi ci sono tornato per altri brevi periodi, quando sentivo il bisogno di ritemprarmi, di ripulirmi dalle scorie della vita frenetica. Vedrai, ti piacerà.»
«Tu sei più pazzo di quello che credi!» aveva ribattuto a muso duro. Salvo poi aprirsi al sorriso. «Ed io, accettando di buttarmi a corpo morto in questa avventura, sono più pazza di te…» aveva sospirato. «Non vale la pena consumare il nostro ultimo spicchio di vita, chiusi in casa come due vecchie cariatidi in attesa degli eventi. Prendiamo a piene mani il tanto o il poco che ancora ci sarà concesso… e poi… sarà quel che sarà!» aveva chiosato con malinconico fatalismo, scatenando l’entusiasmo di Leonard, che l’aveva abbracciata e baciata con un trasporto tale, da rammentarle l’ultimo struggente bacio di molti anni prima.

******************************

Nonostante i finestrini aperti, il caldo si era fatto insopportabile all’interno del vecchio furgone Volkswagen T1 senza aria condizionata. Leonard scostava continuamente lo sguardo dal nastro d’asfalto per accertarsi delle condizioni di Elisabeth, il cui volto accaldato e il respiro affannoso lo preoccupavano. Erano in viaggio da più di quattro ore, poco prima la figlia l’aveva chiamata al cellulare pregandola, in tono accorato, di non fare pazzie.
Elisabeth le aveva risposto di non preoccuparsi, che non le sarebbe accaduto nulla. La discussione era andata avanti per cinque minuti, assumendo toni sempre più accesi; fino a quando Elisabeth, stanca di essere trattata come un’adolescente incosciente, aveva chiuso la comunicazione in modo brusco. Era agitata, nervosa, stanca; lo si evinceva dal respiro affannoso e dall’espressione tesa.
«E’ l’ultima città che incontreremo, che ne dici di fermarci a mangiare qualcosa prima di proseguire?» le chiese indicando le prime case della periferia.
Elisabeth sorrise. «Ottima idea, in un locale con l’aria condizionata, però!»
«Naturalmente, naturalmente», disse Leonard.
«Legge e ordine!» lesse Leonard sul cartellone all’ingresso della città.
«Uno sguardo davvero inquietante», osservò Elisabeth, guardando il volto effigiato sopra la scritta che aveva letto Leonard.
«Da sceriffo tutto d’un pezzo. Uno che se vede un bimbetto buttare sul marciapiede la carta di una caramella, è capace di sbatterlo dentro», commentò Leonard in tono sarcastico.
«Ah ah ah, una specie di orco delle fiabe», ribatté Elisabeth.
E proseguirono ridendo e scherzando sulla statura morale dello sceriffo effigiato sul cartellone, fino a quando Leonard notò la scritta: locale climatizzato. «Eccolo lì il localino fresco dove fermarci», annunciò mentre sterzava per entrare nel parcheggio di un bar tavola calda.

Era stato chiamato dal proprietario di una fattoria per far sgombrare i ragazzi che, la notte precedente, si erano accampatati nei suoi possedimenti. E dopo aver portato a termine il suo compito, intimando, pistola in pugno, a quattro ragazzotti impauriti di lasciare la contea alla velocità della luce, prima di tornare in città parcheggiò la macchina di servizio sull’erba al lato della statale.
«Legge e ordine!» lesse con voce graffiata, da gran fumatore quale, in realtà, non era mai stato, guardando inorgoglito oltre il parabrezza.
Sorrise soddisfatto, il sessantenne sceriffo Morgan Sterling, osservando il cartellone da tre metri per tre che lui stesso aveva fatto installare all’inizio della città.
Legge e ordine, aveva fatto scrivere a caratteri cubitali sotto il suo faccione che, sapienti ritocchi fotografici, avevano reso incredibilmente torvo e colpevolizzante per chi, procedendo lungo la statale, si apprestasse ad entrare in città.
«Legge e ordine!» ripeté mentre avviava il motore.
Avanzando lentamente lungo l’arteria principale, osservava attentamente le targhe degli automezzi parcheggiati lungo la via e i volti a bordo di quelli che incrociava. Pronto nel caso, se qualcuno non gli andava a genio, a fare inversione e, dopo aver costretto l’ignaro automobilista a fermarsi accendendo i lampeggianti, chiedergli i documenti e poi intimare al “forestiero” di lasciare la città al più presto e proseguire speditamente, fermandosi solamente dopo aver attraversato i confini della contea, se non voleva passare una notte al fresco.
Morgan Sterling lo sapeva ben fare il suo lavoro. Meglio di qualsiasi altro, stando al giudizio degli elettori della contea, che lo avevano eletto e rieletto per più di trent’anni e che avrebbero continuato a farlo.

«E quello da dove sbuca?» si chiese, inchiodando la macchina davanti al parcheggio. «Avrà almeno cinquant’anni, come fa a marciare ancora?»
Pigiò sull’acceleratore, entrò nel parcheggio e scese. «Che roba, guarda come l’hanno conciato», commentava girando attorno al furgone con i pollici infilati nel cinturone. «Giovani drogati o roba del genere», ipotizzò osservando la coloratissima carrozzeria. Si levò gli occhiali da Sole per vedere meglio. «Dipinto con il pennello», valutò sfiorando la portiera con i polpastrelli. «Questi qua si credono artisti.» Volse lo sguardo in direzione del locale. «Artisti, studenti in gita o drogati…» ringhiò rimettendo gli occhiali con le lenti a specchio, «non fa nessuna differenza! Nella mia città non ce li voglio!» e così dicendo si diresse con passo deciso all’ingresso del bar tavola calda.

«Ciao, Robert», esordì salutando il barista.
«Sceriffo», fece questi, continuando ad asciugare i bicchieri. «Cosa posso servirti?»
«Il furgone, là fuori.»
«L’hai notato anche tu?»
«Se volevano passare inosservati, direi che hanno scelto il mezzo sbagliato. Quanti sono?»
«Due, figli dei fiori…» li indicò con il capo, «là.»
Lo sceriffo si volse, e rimase sbalordito. Non credendo ai propri occhi, si tolse i Ray-Ban per vedere meglio. Squadrò prima l’abbigliamento “floreale” dei due, poi puntò gli occhi sul volto affilato di Leonard; soffermandosi prima sui capelli bianchi, lunghi e radi legati dietro la nuca a formare una coda che gli arrivava fin dietro le spalle; e poi sui baffi e il pizzetto. Scuotendo il capo spostò l’attenzione sul volto pallido di Elisabeth, incorniciato dai lunghi capelli argentei che, divisi dal riporto centrale e tenuti fermi dal nastro colorato che le cingeva la fronte, scendevano ai lati del viso. «Più che figli, nonni dei fiori», corresse il barista ironicamente. «Cose da pazzi!» sibilò mentre inforcava gli occhiali. Poi infilò i pollici nel cinturone, occultato dal ventre prominente, e si diresse al loro tavolo.

Leonard alzò gli occhi dal piatto e fece scorrere lo sguardo su quell’omone grande e grosso che si era piantato davanti al loro tavolo. «Le serve qualcosa, sceriffo?» gli chiese quando incrociò il suo sguardo; che giudicò molto meno torvo e severo di quello stampato sul cartellone all’inizio della città.
«Vorrei capire cosa ha spinto due ragazzini con ancora i denti da latte a salire sul catorcio là fuori, fare non so quante miglia sotto un Sole feroce, per fermarsi a pranzare in un locale neanche troppo rinomato!» rispose in tono ironico.
Elisabeth fu pronta a rispondere a tono: «Volevamo vedere l’orco che campeggia sul cartellone là fuori in carne ed ossa».
Lo sguardo colpevolizzante del cartellone, prese subitamente il posto del ghigno irridente messo su per rispondere a Leonard. «Senti un po’, Fata turchina…» sibilò togliendo i pollici dal cinturone.
Elisabeth sgranò gli occhi. «Fata turchina lo dice a…»
«Ti prego, Elisabeth, calmati. Lascia parlare me», intervenne prontamente Leonard. «Ci siamo fermati a fare uno spuntino prima d’inoltrarci nel deserto», aggiunse subito dopo, rivolgendosi allo sceriffo.
«A far che?»
«Anni fa, molti anni fa, ci passammo una settimana fantastica.»
«Nel deserto, in mezzo al nulla?!» esclamò sconcertato.
«Era un raduno hippy, canti balli, birra e…» rispose Leonard, lasciando la frase in sospeso.
«Droga libera», chiosò in sua vece lo sceriffo. «Non è che per caso?»
Leonard sorrise. «No, ora ci dobbiamo impasticcare di medicinali per tenere a bada gli acciacchi della vecchiaia.»
«Ecco, appunto!» prese la palla al balzo lo sceriffo, puntandolo con l’indice. «Il deserto non è mica un parco giochi per vecchietti nostalgici. Il deserto è pieno di pericoli, ci potreste crepare in quel forno. Se proprio volete farvi un giro di giostra in mezzo alla sabbia, andate a Las Vegas, là troverete altri vecchietti con cui fare comunella.»
«La ringraziamo per la premura, ma non ci interessa vedere Las Vegas. E nemmeno incontrare dei vecchietti per fare comunella!» intervenne piccata Elisabeth.
“Questa mezza matta me le sta facendo girare come due trottole”, pensò lo sceriffo, sbuffando. «Fate un po’ come vi pare!» disse alla fine. «Finite di mangiare e poi sparite», picchiettò con l’indice sul quadrante dell’orologio da polso. «Entro due ore vi voglio fuori dalla mia città. Ditemi che avete capito!»
«Abbiamo capito, sceriffo», rispose Leonard.
Lo sceriffo volse lo sguardo su Elisabeth. «Fata turchina non mi sembra troppo convinta.»
«Non si preoccupi, Wyatt Earp, entro un’ora lasceremo Tombstone con la diligenza», annunciò mettendo su un’espressione fintamente grave, per niente intimorita dall’omone che la sovrastava.
La battuta lo lasciò basito. Fu questione di attimi, poi… «Ah ah ah! Mi piaci, Fata turchina!»
«Anche lei mi è simpatico, sceriffo.»
«Mi fa piacere sentirtelo dire… ma questo, non cambia i termini della questione: entro due ore vi voglio lontano da qui! Addio, nonni dei fiori!» e così dicendo, girò sui tacchi degli stivali texani e se ne andò.

Dopo essersi fermato in un Fastfood a ritirare il suo solito pranzo, lo sceriffo rientrò in ufficio. «Ci sono novità, Smith?» chiese all’agente seduto dietro la scrivania.
«Niente di cui preoccuparsi, sceriffo», rispose facendo scorrere i messaggi sullo schermo del pc. «Cosa c’è di buono lì dentro?» gli chiese poi, indicando con lo sguardo il sacchetto che lo sceriffo teneva in mano.
«Le solite schifezze che il medico si ostina a sconsigliarmi.»
«Ah ah ah! E che lei, fregandosene altamente del colesterolo alle stelle, continua imperterrito a divorare», commentò l’agente mentre faceva scorrere i messaggi sullo schermo. «Questo è davvero divertente», aggiunse mentre leggeva un messaggio.
«Cosa c’è di divertente?»
«L’ha diramato la polizia di Los Angeles. Stanno cercando di rintracciare un’anziana in precarie condizioni: è affetta da una gravissima patologia cardiaca, e deve essere costantemente monitorata. La signora pare che sia riuscita a eludere il controllo della figlia, ed ora è in fuga; si presume insieme a una sua vecchia fiamma. L’uomo guida un coloratissimo furgone Volkswagen T1 dei primi anni sessanta, ripreso dalle telecamere di un distributore sull’autostrada, diretto a sud. Poi descrive l’abbigliamento dei due, così come l’ho ha descritto una vicina che li ha visti uscire di casa mano nella mano: indossavano degli abiti in voga tra gli hippy negli anni sessanta e…»
«Tieni, fatti una scorpacciata di schifezze!», lo interruppe lo sceriffo, buttando il sacchetto sulla scrivania. E così dicendo se ne uscì, lasciandolo basito.

«I vecchietti che erano seduti là!» esordì con il fiato corto, entrando a spron battuto nel bar tavola calda.
«Hanno pagato il conto e se ne sono andati», rispose il barista.
«Quando?»
«Una ventina di minuti. Sembravano due vecchietti innocui, cos’hanno combinato, sceriffo?»
«Per ora nulla. Poi ti spiego!» tagliò corto. E se ne andò.

«E’ tutto così uguale. E’ come fare un viaggio a ritroso nel tempo», mormorò Elisabeth, guardando il deserto scorrere ai lati della strada.
«Il deserto non cambia. Noi sì, purtroppo», commentò in un sospiro malinconico Leonard.
Volgendo lo sguardo su di lei notò che respirava con affanno. Allora staccò una mano dal volante. «Come stai?» le chiese, accarezzandola.
«Stanca. Fermiamoci un po’, ti va?»
«Qui?»
«Sì.»
Leonard accostò il furgone all’esterno del nastro d’asfalto, scese, aprì una delle due porte laterali del vano merci, ne trasse due seggiole da campeggio e, dopo averle aperte e sistemate nell’ombra proiettata dal furgone, aprì la portiera anteriore e l’aiutò a scendere e poi ad accomodarsi. «Tieni», disse poi, passandole una bottiglia d’acqua.
Elisabeth bevve a piccoli sorsi, poi la posò sul pianale del furgone. Fu a quel punto che, volgendo lo sguardo all’interno, notò la chitarra. «La sai ancora suonare?» gli chiese.
«Credo di sì», rispose, prendendola. E accennò un paio di accordi. «Le dita funzionano ancora bene. La voce invece… se la sta portando via il male», e pizzicando le corde, con la poca voce che gli era rimasta, accennò un brano che la commosse.
«San Francisco, il brano che mi hai dedicato quella notte…» trasse un lungo sospiro, «prima di lasciarmi!» chiosò, graffiante.
«Scappavo dalla guerra, non da te. Rivangare il passato, fa male ad entrambi. Quel che conta veramente, è che alla fine ci siamo ritrovati.»
«Abbiamo perso gli anni migliori, Leonard. E questa follia non ce ne ridarà nemmeno uno.»
«Vedremo di farci bastare questa follia!» tagliò corto Leonard, pizzicando le corde della chitarra.
Elisabeth sorrise scuotendo il capo. «Ci proveremo, Leonard. Ci proveremo.»
Improvvisamente vide lo sguardo di Leonard piegarsi in una smorfia di dolore. «Cosa c’è, stai male?» gli chiese sgranando gli occhi.
Leonard posò la chitarra. «Una fitta, una coltellata dietro le spalle…» rispose forzando il tono, «ecco, sta passando. Il male mi sta ricordando di non prendere impegni a lungo termine. Mi rimane poco tempo da dedicarti.»
«Se è per questo, probabilmente io ne avrò ancora meno», replicò con fatalismo Elisabeth.
Leonard prese una manciata di sabbia. «Se il cerino resterà nelle mie mani… ci soffierò sopra nell’attimo stesso in cui mi lascerai», affermò, guardando la sabbia scorrere tra le dita.
Elisabeth prese anch’essa una manciata di sabbia. «Vale anche per me», mormorò, lasciandola scorrere fra le dita.
In quel momento, il rombo di un motore attirò la loro attenzione.

Lo sceriffo parcheggiò dietro il furgone.
“Cosa vorrà?” si domandò Leonard, vedendolo scendere dalla macchina e avvicinarsi con sguardo corrucciato. «Che ci fa da queste parti, sceriffo?» gli chiese poi.
«Era preoccupato, temeva che potessimo perderci», ipotizzò in tono ironico Elisabeth.
«Ci sei andata vicina, Fata turchina. C’è qualcuno così preoccupato per la tua salute, che ha pensato bene di allertare la polizia dell’intero stato», la informò.
Elisabeth sbuffò. «Brooke è troppo apprensiva. Più tardi la chiamerò per tranquillizzarla», tagliò corto.
«Che ne dici di chiamarla dal mio ufficio?»
«Dico che non ci penso proprio!»
«Invece ci dovrai pensare!» sbottò lo sceriffo. «Sali in macchina!» Poi puntò l’indice contro Leonard. «E tu, se non vuoi peggiorare la tua posizione, monta sul catorcio e seguimi!»
«Non abbiamo commesso nessun reato. Non lo può fare, sceriffo!» protestò Leonard.
«Forse non ti è ben chiaro, che la qui presente Fata turchina, è affetta da una grave patologia…» la mancanza di reazione dell’interlocutore lo destabilizzò. «No, mi sa che non hai capito. Sarò più chiaro: potrebbe spirare tra le tue braccia da un momento all’altro!»
«Tutti moriremo, prima o poi, sceriffo!» esclamò Elisabeth.
«Ci lasci andare. Ci resta poco, lo sappiamo. Ma quel poco che ci verrà concesso, lo vogliamo trascorrere insieme», lo supplicò Leonard.
Lo sceriffo indicò la distesa di sabbia. «Quello non è l’Eden. Non durerete una settimana là in mezzo!»
«Ci resteremo il tempo necessario per raggiungere il confine.»
«I posti di frontiera sono stati allertati, non vi lasceranno passare.»
«Li eviteremo. L’ho già fatto molti anni fa, so dove passare. Ho ancora degli amici in Messico; vecchi amici disposti ad ospitarci.»
Lo sceriffo scosse la testa. «Ma se ti ho appena detto che potrebbe morirti tra le braccia prima di arrivarci in Messico!»
«Ci lasci provare, sceriffo. E’ la nostra ultima possibilità», lo pregò con voce rotta Elisabeth.
Leonard le strinse la mano. «Ora che ti ho ritrovata, non ti lascerò andare…»
«Come siete carini!» esclamò ironicamente lo sceriffo, interrompendolo. Incrociò le braccia sul petto. «Ditemi una sola ragione, valida, per cui dovrei lasciarvi andare!»
Elisabeth e Leonard si guardarono.
«Allora? Sto aspettando!» li spronò lo sceriffo.
«Lascia perdere, Leonard. Non servirebbe a niente. Quest’uomo ha un cuore di pietra», disse Elisabeth in tono sommesso.
Leonard stava per arrendersi all’evidenza. Lo sguardo inscalfibile dell’uomo di legge, sembrava dar ragione alla tesi di Elisabeth. Improvvisamente, vide balenare un luccichio all’anulare dello sceriffo. «Porta la vera, è sposato», osservò, indicandola.
«Da quarant’anni», confermò lo sceriffo.
«Matrimonio d’amore?»
«Ci siamo conosciuti al liceo, e non ci siamo più lasciati», rispose, ammorbidendo il tono.
E in quel lievissimo cedimento al romanticismo, Leonard ci intravide la crepa dentro cui incunearsi per arrivare a toccare il cuore dello sceriffo. «Noi ci siamo conosciuti all’università…» e gli raccontò della guerra in Vietnam che li aveva divisi; degli anni lontano dall’amata; di come l’aveva ritrovata quando ormai trascinavano stancamente avanti le loro dolorose vite, in attesa della morte liberatrice; che lui avrebbe già abbracciato, se quel giorno, in clinica, lei non lo avesse riconosciuto da un tatuaggio dietro la nuca. «… e se ci saranno concesse anche solo poche ore, ringrazieremo il destino per il meraviglioso regalo che ha voluto farci. Ora, sta a lei, sceriffo. Cosa vuole fare, impedire di amarci? Oh, lo può fare, lei è la legge. Se la sente di spezzare il cuore di una donna innamorata, sapendo che il distacco la potrebbe uccidere? Se sì… lo faccia. Ci avrà sulla coscienza per il resto dei suoi giorni... Ma poi, riuscirà ancora a guardare sua moglie e dirle che l’ama?»
Lo sceriffo non rispose. Il racconto accorato di Leonard lo aveva toccato. Guardò il Sole. Poi Leonard. «Sei deciso ad andare fino in fondo?»
«Sì!»
«Potresti anche non farcela.»
«Ce la farò, ce la faremo!»
Lo sceriffo trasse un lungo respiro. «Tu cosa ne pensi, Fata turchina?»
«Penso che vale la pena provarci», rispose decisa.
«Siete due pazzi! Ma la vostra ostinazione, merita di essere premiata. Stupitemi, mandatemi una cartolina dal Messico!»
«Lo faremo. Grazie, sceriffo», disse un’ancora incredulo Leonard.
«Sceriffo!» chiamò Elisabeth per attirare la sua attenzione.
«Dimmi, Fata turchina.»
«La fotografia sul cartellone non le rende giustizia. Lei è molto più buono e dolce di come appare!»
Allo sceriffo sfuggì un sorriso. Questione di un attimo, subito dopo rimise su la maschera torva. «Da quando vi ho lasciato alla tavola calda, non ci siamo più rivisti. Chiaro?!»
«Chiaro, sceriffo!» esclamò Leonard.
Soddisfatto, lo sceriffo volse lo sguardo su Elisabeth. «Fata turchina?»
«Chiarissimo, Wyatt Earp!» rispose a tono.
Ci provò a trattenere una risata, ma alla fine… «Ah ah ah!» Assestò una pacca sulla spalla a Leonard. «Ehi, Don Chisciotte!» esclamò. «Trattamela bene la simpaticona!»
«Lo farò, sceriffo.»
«Addio, nonni dei fiori!» li salutò lo sceriffo. Poi girò sui tacchi e si diresse alla macchina di servizio.

FINE

Nonni dei fiori - l'ultimo hippy - testo di vecchioautore
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