ALCUNE CALIBRATE ANNOTAZIONI SU...

scritto da ALAN TASSELLI
Scritto 24 anni fa • Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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analisi critica su DUEL
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Testo: ALCUNE CALIBRATE ANNOTAZIONI SU...
di ALAN TASSELLI




ALCUNE CALIBRATE ANNOTAZIONI SU...


Sono appena "uscito" dalla visione del primo, storico lungometraggio
di Steven Spielberg, "DUEL", e devo ammettere in tutta franchezza
di come sia sbalorditivo, SPODESTANTE il fatto di aver assistito
ad un film (sua prima ufficiale regia) cosi' "sfacciatamente" lontano
anni-luce dalle "manie" da super-produzioni che hanno contraddistinto
in maniera netta ed inequivocabile la carriera del grande regista americano.
Con ogni probabilita', gli ignari spettatori dell'ultima ora, coloro
cioe' che hanno assistito ai grandi Kolossal prodotti e diretti da
Spielberg, stenteranno a riconoscere, in questa leggendaria pellicola,
lo stile del futuro "padrone di Hollywood”.
Pochi infatti avrebbero pensato, dopo essersi “ingrassati” gli occhi
di strabilianti, avanguardisti effetti speciali post-STAR WARS,
ad una prima opera basata su di un autentico incubo paranoico
in perfetto "AI CONFINE DELLA REALTA'-fashion", drammatica-
mente claustrofobico ed invadente, pur trattandosi, basilarmente,
di un "on the road", sebbene particolarissimo e vantante un suo
personale appeal e fascino. Un fascino implicitamente "macabro",
ossessivo nel tratteggiare le paranoie di un Dennis Weaver (il
protagonista braccato dal "camion-fantasma") sempre in bilico
tra pazzia, stati di calma apparenti e nuove schegge di terrore,
puntualmente succedute da schizzi di isterismo e nevrosi da
"uomo perduto", o per lo meno in prossimita' di una fine deva-
stante.
L'abilita' di Spielberg risiede essenzialmente nell'intenzione
di voler "catturare" l'occhio (e lo spirito) dello spettatore,
cercando di farlo immedesimare nelle angosce e nelle gravi
insicurezze del protagonista.
DUEL vanta un "feel" ed un "pathos" unici; non si tratta di
un "road movie" classico dove i principali attori interpretano
una gang di sballati/fuori-di-testa/perversi, dediti ad ubria-
cautre colossali ed a risse infinite, ma la "strada", in questo
contesto, viene usata da pretesto per costruirvi una storia
di "ordinaria follia", prossima ai "confini della realta'".
Si avverte, nel proseguio della pellicola, un certo gusto verso
un sadismo opprimente quanto "maledetto"; intelligentemente,
onde conferire al film un alone di "dannato mistero" e/o
"sindrome di irrisolutezza", Spielberg non rivelera' mai allo
spettatore il volto dell'"autista-killer". D'altronde e' proprio
questo semplicissimo, apparentemente banale, ingrediente
a far pendere, sul protagonista quanto su di noi, un insolente,
fastidioso "senso di perseguitazione", provocandoci quesiti
ed interrogativi che forse non troveranno mai risposte.
Non a caso, il "duello" fra il venditore californiano e l'au-
tista senza volto si concludera' in un apocalittico scontro
finale, che ricorda moltissimo, sia da un punto di vista tecnico-
registico che nella balistica, il roboante, drammatico
epilogo de "LO SQUALO": da notare come la sequenza
del tremendo urto tra la macchina ed il camion-assassino
sia strettissimamente correlata all’ALTRO "urto": sissignori,
mi sto riferendo all'epico "faccia-a-faccia" tra ROY SCHEIDER
e il temibilissimo SQUALO nell'omonimo capolavoro diretto
da SPIELBERG nel 1975).
Cio' che realmente appassiona in DUEL e' la disarmante sempli-
cita' con cui l'incubo paranoico di uno schizzato, ultra-nevrotico
Dennis Weaver venga proposto agli spettatori: Spielberg con
questo lungometraggio (inizialmente prodotto per la televisione)
dimostra a future generazioni di epici, magari eccessivi quanto
ruffiani "road movie" di come sia stato sufficiente coinvolgere un tir di
vasta portata, una macchina ed un uomo in fuga per tratteggiare
una convincente ed assai originale “storia dell’incredibile”; ed
altrettanto abile il grande cineasta e’ stato nella scelta, perfetta
stilisticamente parlando, del paesaggio che avrebbe “accompagnato”
i due “contendenti” dall’inzio alla fine del film: il vastissimo, intermin-
nabile (di conseguenza interpretabile come la stessa “interminabilita’”
dell’incubo) deserto californiano, per l’occasione spettrale
teatro, spietato specchio, ideale per riflettere i tormenti, le fughe
e le nevrosi dell'inseguito/perseguitato. Un ammirevole
saggio di bravura nell'insegnare ad appassionati di cinema
e futuri cineasti di come, spesso e volentieri, la semplicita'
di una regia sia perfettamente, SPLENDIDAMENTE comple-
mentare ad una trama secca e scarna, ma allo stesso tempo,
"colma" di suspense ed incertezze, di orrori e di incubi,
di momenti di calma susseguiti poi da terremotanti stravol-
gimenti. Un originale esempio di allenamento alla nostra
psiche.
E naturalmente un ottimo esempio di cinema artigianale
a basso prezzo ma dall'alta qualita' artistica.
A mio candido parere, il grande cineasta americano do-
vrebbe ritornare, e prepotentemente, a quel 1971, onde
cercare di recuperare quel "feel", quella distintiva
atmosfera che hanno reso DUEL un piccolo, nascosto
capolavoro del popolarissimo regista.
Il Cinema ne guadagnerebbe.
Quello VERO.
Dipenderebbe solo dalla volonta’ di Spielberg, inteso che egli
Abbia veramente intenzione di fare un “sano” Passo all’indietro,
implicita una potenziale umilta’ da recuperare, che dimostrerebbe,
in particolare ai piu’ giovani, di come il Cinema possa tranquilla-
mente rinunciare ai devastanti, spesso insopportabili, indigeribili
effetti speciali, che di speciale non hanno poi’ granche’, favorendo
in tal modo una maggiore e piu’ fruttuosa ricerca ideologica-spiri-
tuale al fine di riportare la Settima Arte al suo antico splendore
ed ai suoi mai del tutto dimenticati fasti.


ALAN "J-K-68" TASSELLI
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