Il vecchio don Chisciotte

scritto da Deaexmachina
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Giochiamo coi miti
- Nota dell'autore Deaexmachina

Testo: Il vecchio don Chisciotte
di Deaexmachina

Con un semplice manico di scopa smussato alle estremità, posato sui braccioli della sedia a rotelle, il caro ottuagenario don Alonzo de la Mancha era pericolosissimo.
Il suo Ronzinante, col bypass elettrico e le zampe a rotelle, ancora se la cavava a scorrazzare via su strade asfaltate senza gringos, nella siesta del post pranzo. Si era mantenuto leggero quel giorno, rimuginando sull'imboscata da tendere a quei gaglioffi dall'armatura luccicante, per far tornare il sorriso sullo splendido ovale del viso dell'adorata Dulcinea, principessa del castello di Sali e Tabacchi sulla strada maestra.
Sospingendo la carrozzina al lazo, il fido Sancho filippino aveva di che sudare.
Non c'era d'aspettarsi niente di buono, quando il matto a cui badava se ne usciva con qualche impresa temeraria da compiere in orari fuori dal comune.
"Buongiorno, professore!", l'aveva salutato la procace Samantha con l'acca, stretta in un vestitino scollacciato, che non ricordava per niente le sottane di Dulcinea.
Era una donna avvenente e dai costumi succinti agli usi più istintivi; la conoscevano tutti nel quartiere della Mancha, se ne sapeva dei suoi traffici in quel del Toboso: nel retro bottega, con la saracinesca a metà, era solita frugare il suo pranzo con qualche avventore più assiduo ma, quel giorno, evidentemente, non aveva trovato carne fresca da macellare e si stava giusto rialzando dall'atto di chiudere il lucchetto al suo locale, indugiando bellamente per esibire il generoso décolletté.
Il professor servente, don Alonzo, le aveva preso la mano tra le sue, con grazia pudica e signorile, accostando le labbra raggrinzite ad uno schioppo dalla pelle di seta, come esigeva il galateo. Il suo amore platonico gli faceva ancora pulsare il sangue nelle vene più improbabili, scaldandogli il cuore come se fosse il suo unico motivo di vita, ormai dimentico di una moglie morta e sepolta, quand'era un uomo normale, senza grilli per la testa.
"Ci penserò io a renderle la serenità, mia cara".
Sancho aveva approfittato per tergersi il sudore dalla fronte agli occhi, con la rassegnazione di chi, partito da tutt'altra realtà, per un buono stipendio e la promessa aleatoria dell'eredità, era disposto ad assecondare le follie picaresche del suo signore e padrone; Bajani era il suo nome all'anagrafe, Marco avrebbe preferito in Italia, ma per il professore lui era stato battezzato Sancho, senza la panza, secco come un fuscello.
Guardandosi, i due sani avevano intuito che il matto ne aveva in mente una delle sue, lei ridendo con discrezione e lui sorridendo preoccupato.
C'era un caldo canicolare, la città era più un far west che una campagna iberica, e la gente se ne stava al fresco a pranzare, non premurandosi in alcun modo di stare a formalizzarsi sul colore delle strisce dei parcheggi a rastrelliera per cavalli, postazioni che, puta caso, andavano a trovarsi d'impaccio all'ingresso del castello della sua dama.
Controllando l'uscita di scena dell'amata, con la coda dell'occhio liquido, aveva impugnato il suo scudiscio di legno e dato fiato al suo vocione da pollivendolo, invitando le bestie cromate a fuggire dal giogo, con poderose legnate sui fianchi... e quelle via a nitrire acutamente senza muoversi!
"Siete liberi! Andate! Sciò!", urlava aggrottato don Alonzo.
"Professore!", lo redarguiva mollemente Sancho, tentando di afferrare le staffe di Ronzinante per darsela a gambe e rotelle.
"Sancho, poniti innanzi al muso! Spintonali con lo scudo!", dimenandosi euforico. "Ristabiliamo l'ordine! Per la pace di Dulcinea! Per la giustizia della Mancha!", urlava.
Non c'era voluto molto a far fiondare, alle finestre dei saloon soppalcati a ringhiera, i cavalieri senza onore che avevano parcheggiato sulle strisce gialle degli invalidi, e Sancho aveva messo il turbo per evitare spiacevoli dibattimenti e tenzoni.

A casa, al sicuro, don Alonzo non smetteva subito i panni del cavaliere. Tirava le somme della spedizione, si contava le ferite mentre Sancho borbottava nel suo gergo da ignorante villico.
Era uno scudiero fidato, onnipresente, valido, ma ci capiva poco di onore e valore; il più delle volte annuiva e il professore rinsaviva per qualche istante, rimembrando le sue lezioni al liceo, laddove aveva potato e innestato i giovani alberi affinché dessero buoni frutti.
Il rispetto. La lealtà. L'onore. L'amicizia. L'amore.
Quanti concetti aveva semplificato, spiegato, inculcato, con una passione fervente per i classici della letteratura! Perché era negli esempi che si traeva insegnamento e, se Cyrano poteva insegnare il rispetto per il prossimo e il lirismo dell'amore, era fuor di dubbio che don Chisciotte fosse l'esempio dell'onore e dell'eroismo. A quelli che gli imputavano l'ironia delle sue battaglie campali contro improbabili nemici, quali pecore e mulini a vento, lui ribatteva prontamente che i mostri sociali non avevano un aspetto, eppure erano molto pericolosi e solo il coraggio della follia poteva avere una qualche chance di vittoria.
"Anarchia quindi? Un esercito di matti?".
"Un visionario non è un folle, è un illuminato e seguirlo non può che portare ad una migliore società, equa e giusta".
"Hitler era un visionario...": le menti giovani sono tremendamente plasmabili nell'adolescenza.
"Lui era un pazzo, ecco. Dov'è il rispetto in quello che professava? Date all'uomo un ideale e si smuoveranno le montagne per lasciarlo passare".
Erano meri flash back di lezioni, il succo del discorso se lo perdeva sempre.
Chissà cos'erano diventati poi quegli scolari indisciplinati, se erano stati all'altezza dei valori insegnati o se avevano preso la via del bullismo.
Lui ci aveva provato ad imporsi, leggendo e rileggendo per anni delle gesta eroiche di Ulisse e Leonida, di Romeo e di Dante, spiegando le metafore e inventandone di sue alla bisogna. La moglie lo apprezzava e lo amava per quel suo temperamento classico, mentre i colleghi, che pure gli riconoscevano una spiccata cultura, non si esimevano dal prenderlo in giro, beffeggiandolo col nomignolo di don Chisciotte.
Gli si recriminava la lagnosità dei suoi discorsi sconclusionati: i mulini a vento non erano falsi profeti, le pecore non erano biechi servitori ammassati nei recinti di un solo padrone, andiamo! Cosa si erano messo in testa di rivoluzionare il mondo con quattro parole bellamente incrociate!
Ma il professore era un uomo posato, pacato, non scendeva in campo a dibattere con togati venduti all'impero e scarnificati di significato ed ideali. Li lasciava parlare, i colleghi; era con i ragazzi che non si tirava indietro per far loro intendere ed agire di conseguenza.
"Ulisse però le voleva sentire le sirene".
"Sì, ogni essere umano è curioso di provare lo stupore: basta premunirsi per non lasciarsi sopraffare".
"Romeo non aveva le palle di rapire Giulietta".
"Ci sono regole morali a cui sottostare se si vuole ottenere l'ambito premio, anche quando sembra che non ci siano alternative".
"Eh, ma Dante giudicava tutti!".
"Non prima di aver sentito tutte le campane: avere un parere implica conoscenza e giudicare è arbitrio dell'uomo che non sentenzi, ma che rispetti le scelte altrui, se sono egualmente giuste".
"Don Chisciotte era un fulminato!".
E lì, puntualmente, perdeva le staffe, perché ne apprezzava smisuratamente la candida e genuina follia e, nella sua mente ben conscia, era nei bambini la forza della vita, con quel mix di gioco e di semplicità. Non c'è cattiveria in loro: sono amatori spontanei.
"Professore, io non sono più un bambino da un pezzo, malgrado l'altezza, e non ci capisco nulla delle sue mefo... meta...", mettendole a sedere sulla sua poltrona-trono.
"Marco, tu non capisci perché sei filippino! Dovremmo fare qualche lezione di lingua italiana innanzitutto, e poi si potrà... Certo, tra qualche giorno, affronteremo quei tronfi ed olezzosi gaglioffi che bivaccano all'ingresso del maniero": ecco, era già partito per le sue iperboli d'insanità.
Vero che Marco non comprendeva bene la lingua, faceva ancora confusione persino sulla sua identità, lui così semplice di natura, realista, votato al sacrificio in attesa della ricompensa ultima con cui far ritorno nella sua terra; ma, in qualità di Sancho, aveva ben compreso che il caro vecchietto si riferisse ai bidoni dell'indifferenziata che, trascurati dall'essere svuotati per qualche sciopero estivo, stavano maleodorando l'intera via, creando continue lamentele nei residenti: un popolo stremato e vessato cui andava resa giustizia, agli occhi del valoroso don Alonzo.
Dio scampasse l'ipotesi che mettesse a ferro e fuoco l'intero isolato!
Eppure, a suo modo, aveva imparato a volergli bene. Da quando gli era morta la moglie, poverino, era andato peggiorando nella testa, come se fosse sempre stata lei l'ancora della sua sfrenata fantasia che, ormai levata, lo aveva mandato alla deriva nel mare della follia.
Sancho ci provava a dirigere le vele ma i bulloni del timone erano troppo allentati e che si perdessero, allora, a spasso per quelle mirabolanti avventure, se serviva a rendere sereni i suoi ultimi anni di vita.
Il giorno che fosse rientrato a Manila, quando avesse avuto dei figli, avrebbe raccontato loro del professor Alonzo, coraggioso eroe contro le ingiustizie della società; non sapeva chi fosse don Chisciotte, mai letto in vita sua, ma conosceva Sancho Panza, ignorante ma affettuoso proprio come lui.
"La bella Dulcinea sarà contenta del mio ardimento. Recale dei fiori, margherite e gigli, per quell'angelo di donna cui non sento di esser degno, me misero cavaliere senz'armatura, insulso omuncolo senz'altra dote che il suo piccolo cuore... Deh! Non tardare, caro Sancho! Domani e poi domani ancora, i deboli avran bisogno dei nostri servigi ancora...", cedendo al sonno.
Per un paio d'ore, Sancho sarebbe stato tranquillo, almeno nel suo lavoro di badante. Sicuramente, di lì a breve, avrebbero citofonato vicini alterati cui porgere le scuse a capo chino.
E poi c'era da telefonare al fioraio per il solito bouquet perché, di tutte le parole esortative proferite dall'edotto padrone, lui conosceva soltanto margherite e gigli...
Non gli avrebbe mai confessato che Samantha la tabaccaia di angelico non aveva proprio niente e, anzi, in qualche occasione, ci aveva provato anche con lui, a smuoverlo dal decoro, con licenza parlando.
Il vecchio don Chisciotte testo di Deaexmachina
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