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L'arte, per me, è la capacità di utilizzare la creatività (dote che la Natura fornisce a tutti per riuscire a sopravvivere) in un modo che sia il più possibile slegato dagli istinti primordiali a noi congeniti e dominanti.
Non parlo di proiettare la sopravvivenza oltre la morte creando qualcosa di memorabile, non è questo che mi spinge a produrre.
È la mia esigenza di andare oltre i limiti della mia componente fisica che non mi dà pace finché non sono soddisfatto dei passi che compio.
E questo non ha bisogno né del riconoscimento, né dell'approvazione da parte degli altri.
Nè la creatività può essere esercitata in un solo campo poiché essa si andrà a riversare automaticamente in ogni azione che compiremo utilizzando qualsiasi mezzo a disposizione.
Sia esso la scrittura, la musica, la grafica, ecc., fino al più semplice gesto quotidiano.
L'arte dunque, a mio avviso, nasce da un bisogno inteteriore ineluttabile, dalla necessità di trovare continui equilibri in noi stessi, tra la nostra parte fisica e quella psichica, tra noi e l'universo di cui facciamo parte.
Per questo gli altri non possono essere pubblico, cioè separati dal processo, ma parte integrante.
L'arte, così definita, è dunque il frutto della sofferenza di constatare delle divisioni che non sembrano avere ragione di essere, un malessere che ci spinge a trovare conciliazione tra esse, per avere pace.
Una potente evoluzione del nostro primordiale istinto di conservazione, inizialmente dedicato, quasi esclusivamente, alla singola parte fisica.