Anversa

scritto da Mary Read
Scritto 11 giorni fa • Pubblicato 10 giorni fa • Revisionato 10 giorni fa
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Vi sommergerò, non avrete scampo. AI FREE, by Mary Read,
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Testo: Anversa
di Mary Read

Eravamo in navigazione. Sentivo ogni movimento impercettibile del fasciame del mio vascello e guardavo l’orizzonte che si stagliava nitido mentre una leggera brezza stava increspando il mare. ‘Signor Bailey, dovremmo far benedire il nostro viaggio di scrittura’.

‘Lei crede, Signore?’

‘Sì, io credo, Signor Bailey. Abbiamo, nella ciurma, qualcuno che può farlo?’

‘No, non abbiamo nessun pastore, se è quello che intende. Se mi permette, credo che possa farlo lei, Signore’.

‘Bene, Signor Bailey, allora preghiamo:

‘Dio Onnipotente, che il vento soffi sempre alle nostre spalle, che il sole risplenda caldo sul nostro viso, che il mare calmo ci porti dolcemente verso casa e che ci sia sempre una sedia ad aspettarci e un racconto vero da raccontare. Amen’                                                       
‘Amen, Signore’.


                                                                   *              *               *              *          *

Si erano incontrati sul fiume ad Anversa. Lui aveva quel portamento degli studenti della facoltà che si ergeva lì vicino: impietrita e severa. Era rigido, compunto e lei, invece, passeggiava sul fiume Schelda, con la musica in testa, per occupare quel tempo fermo a guardare i battelli, quando, davanti al suo banco di libri usati, non si fermava nessuno.

Poi, non avrebbero avuto nessun imbarazzo a dirsi cose, come: ‘Voglio entrare in un letto con te e si sarebbero messi a parlare ore e ore della vita, della morte, attorcigliati e sgualciti.

Lui, affascinato dalle sue mani esili, che rigiravano copie di antichi testi polverosi, da quel seno morbido che si sollevava sotto quel vestitino sottile.

Quando, quel giorno, si erano conosciuti, lui non indossava che un maglione grigio e un jeans strappato, lei, quel vestitino, perché diceva a sé stessa che ogni tanto voleva vestirsi da donna.

Si era allontanata di poco dal suo piccolo banco di libri usati, lo aveva visto fermarsi e cercare con gli occhi se ci fosse qualcuno e poi chiederle: ‘C’è lei? Mi scusi…’ Aveva quel tono pacato, tranquillo, che adottano i maestri di scuola con i bambini più monelli, snocciolava le lettere una ad una e, nella sua mente, in un posto dove non ci andava mai, si rifugiò lei e il suo vestitino.

Aveva avuto poche ragazze intorno e, questa, forse, non era stata neppure una sua scelta.

Lui voleva un vecchio titolo di un libro che ormai non si trovava più. Quel libro, lei, non lo vedeva da anni. Era un titolo che non circolava, fuori catalogo.

Il mondo a parte, lei lo definiva, il suo mondo, con le sue anime da ritrovare. Lei aveva fatto finta di cercarlo, come faceva spesso, quando le chiedevano: ’Per caso, lei avrebbe... ‘Sa, quello con la copertina…Quello con la scritta che…‘Quello che aveva uno strano disegno…’Come se lei fosse l’ultima possibilità, l’ultima che avrebbe potuto conoscere e riconoscere quel singolo e agognato libro, quella rarità.

Lui lo sapeva, l’aveva già vista al lavoro. Lei era la persona giusta che lo avrebbe individuato e, di sicuro, tirato fuori da quelle pile ingiallite, da quei tabernacoli, da quell’inerzia di quell’inutile esistenza…

Il suo banco, sistemato fra un vecchio magazzino di barche e una piccola caffetteria, che sui social andava fortissimo, aveva, a ben guardare, qualche sezione speciale, ricercata, e lei, in barba a tutte le leggi del mercato planetario dell’e-book e delle vendite on-line, sedi di tutta l’editoria sbruffona e artificiale, aveva saputo crearsi un filo di clienti e una straordinaria stima per il contatto vivo con la carta: venditrice di libri usati e polverosi, ricercatrice del perduto, quel perduto. Era bastato un passaparola, una semplice catena di amicizie, che il suo piccolo banco divenisse un punto di ritrovo. Certo, di ‘ritrovo’.

Era lei che ricercava libri nei posti più reconditi ed era lei che li ritrovava, quei testi, la cui ristampa si perdeva nella notte dei tempi.

E li faceva suoi, al tatto. Li puliva, li aiutava a rimettersi in sesto, con un panno e un pennello speciali che riuniva in una borsa di attrezzi dedicati al restauro di quelle pagine ingiallite, usurate dalle dita che si erano posate sopra, dall’aver assorbito tante vite diverse, tante sofferte e insensate vite, oltre quelle, che loro stessi raccontavano.

E come persone di una certa età, un po’ stanche, i libri si rifugiavano nei posti più strani, erano apatici, come i titoli di coda di un film in bianco e nero.

‘‘Mi spiace, ma davvero non capisco... Forse era l’ultima copia che avevo e l’ho venduta. Mi spiace davvero’. La formula era quella definitiva, di commiato, ma lui si era messo ad aprire e a sfogliare un altro vecchio tomo, che faceva parte di una collana molto bella che lei teneva su un ripiano a parte, dicendo a mezza voce: ‘Non importa. Ci saranno altre anime’. Gli era sfuggito.

E si fermò lì, a guardarla di sottecchi, mentre cercava di sostenere quello strano tempo che si era fermato, per trovare un appiglio al conversare.

Lei, un po’ turbata, gli disse: ‘Prego? Scusi? Quali anime?’

Bastarono due gocce di pioggia a tamburellare sulla sottile tettoia che ricopriva la bancarella, a sospendere quella conversazione.

Lei si precipitò a srotolare i teloni trasparenti, posizionati in cima alla tettoia, a stenderli sopra tutti i banchi, ricoprendo in fretta e furia, con la massima attenzione, tutti i volumi esposti, cercando di fissare tutte le mollette.

‘La posso aiutare?’

‘Certo! Prenda le mollette! Sì,così! Le fissi bene!’

Incurante di essere fradicia, mentre la pioggia scendeva a dirotto, lei si era fermata a guardare, a controllare se tutto era stato coperto a dovere.

Intanto lui premuroso, le aveva gridato: ‘Venga qui sotto, presto!’ e si erano fermati a scolarsi l’acqua di dosso e a ripararsi nella Caffetteria. Il profumo di lei, misto a quell’odore di umido, lo investì come una scarica.

Una ragazza al bancone, guardandoli in quello stato, si era rivolta a lei, con aria divertita: ‘Qualcosa di caldo?’ e lei in automatico aveva risposto: ‘Due calici di vino rosso…Le va il vino, vero?’ Lui annuì. Lei non staccava gli occhi dal banco, mentre i suoi occhi, preoccupati, controllavano fuori la pioggia che non smetteva. Si sedettero a un tavolino vicino alla vetrata.

Poi lei si ricordò e gli chiese: ‘Cosa voleva dire con: “Anime’’?

Lui finse di non aver sentito e sorrise, intanto, la ragazza si era avvicinata con un vassoio.

I due calici di vino rosso sembravano contrastare con tutto quel grigio che, dall’esterno plumbeo, si rifletteva sull’ambiente.

Andarono avanti a raccontarsi. Lei di libri ritrovati, di vecchie pubblicazioni che sospiravano dentro a scatoloni in cantine umide e mentre lo faceva, il suo sguardo si posava negli occhi di lui che non riusciva a concentrarsi, annuiva, mentre il suo pensiero andava a quel vestitino che poteva essere abbandonato su una sedia.

E così fu, quel vestitino sottile sfuggì e si raccolse su una sedia, lasciato ad asciugare da quella pioggia che li aveva accompagnati, per giorni, dentro una stanza che sapeva di libri, di pagine ingiallite e del profumo di lei, che ancora adesso lui sentiva, a distanza di tempo, posato sulla sua anima, nei giorni di pioggia.

Quando le disse chi era, lei restò ad accarezzarlo come se avesse ritrovato quel vecchio libro, malandato, un’anima perduta e lo ricoprì di tenerezza per giorni interi e lui si dimenticò di tutto, del suo nome e di quello che stava facendo ad Anversa.

Lei non capì mai perché quell’uomo fosse destinato a fare parte di marmi lucidi.
Non riuscì a comprendere come fosse possibile che quel grande ardore potesse andare a salmodiare e a colmare il freddo delle pareti , dalle volte scure e altissime, e disperdersi, come le sue parole: ‘Sono un diacono, frequento l’ultimo anno della Facoltà di Teologia e di Studi Religiosi’.

Mary Read.

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