Arte o vita sentimentale?

scritto da illuso
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 13 anni fa • Revisionato 13 anni fa
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Una riflessione sul finale di “Midnight in Paris”, penultimo lavoro di Woody Allen
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Testo: Arte o vita sentimentale?
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A meno di un anno di distanza da “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”, il regista di New York ci regala l’ennesima opera che divide la critica. Midnight in Paris, che vanta nel cast nomi come Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard e addirittura la signora Sarkozy, all’anagrafe Carla Bruni, è la storia di Gil (Owen Wilson), scribacchino-sceneggiatore di Hollywood, alle prese con dei tentativi di “letteratura seria”. Gil sta per sposarsi con Inez (Rachel McAdams) ed è con lei ed i suoi in vacanza a Parigi. Qui, grazie a uno strano ma realissimo incantesimo, che avviene ad ogni scoccare della mezzanotte, avrà l’occasione di tornare indietro nel tempo, prima negli anni ’20 del ’900, durante i quali ha la fortuna di incontrare gli scrittori come Ernest Hemingway, e Francis Scott Fitzgerald, artisti come Picasso, Dalì, Matisse, T.S. Eliot, Man Ray, Cole Porter; poi addirittura nella Belle Epoque di Gauguin, Degas e Toulouse-Lautrec.

Questi viaggi nel tempo fanno capire a Gil che la sua futura moglie non è esattamente ciò di cui ha bisogno; per di più, si innamora di Adriana (Marion Cotillard), già amante di Modigliani e di Picasso, incontrata nientepopodimeno che a casa di Gertrude Stein. Si trova così a dover decidere in quale delle tre epoche rimanere, e soprattutto quale donna scegliere tra Inez, Adriana, e la giovane Gabrielle (Léa Seydoux), incontrata nel presente, durante le sue scorribande parigine, in un negozio di antiquariato dove compra alcuni dischi dello stesso Porter.
Senza entrare nello specifico e rivelare altri dettagli del film non troppo utili in questa sede, per farla breve, nella scena finale, Gil sembra aver scelto proprio Gabrielle.

Il film finisce, cioè, con la messa in atto della solita “terza via”, che questa volta non ha nulla di ironico.
Quello che è interessante e strano, è vedere come questa terza via abbia preso forma: Gil sceglie Gabrielle soltanto alla fine, nell’ultimissima scena. L’accettazione è avvenuta e venuta dopo una fisicissima esperienza di due passati diversi, il che farebbe pensare a una presa di coscienza, da parte di Gil, del fatto che non si possa vivere in quel tipo di sogno reale che è il passato, qui rappresentato brillantemente, non senza l’ausilio di alcune piacevoli stereotipizzazioni degli intellettuali e degli artisti dell’epoca. C’è però, a mio avviso, un dettaglio che non è trascurabile: quando Gil lascia definitivamente Adriana, non lo fa in nome di Gabrielle (che conosce appena e non può immaginare ciò che succederà), lo fa in nome di un’idea, che qui è veicolata efficacemente da Gertrude Stein, ossia: “l’artista non è colui che fugge, ma colui che con la sua opera cerca di dare senso e speranza di fronte all’insensatezza dell’esistenza”.

Visto con gli occhi di un uomo romantico (magari un romantico con un pizzico di pragmatismo in più), questo è un vero e proprio salto nel vuoto: ti trovi in un passato che ami, stai parlando ogni sera coi tuoi idoli letterari, perché risalire al presente? E qui ritorna il dettaglio non trascurabile che sto cercando di spiegare. Gertrude Stein dice artista; non uomo. (io invece ho precisato uomo romantico). Confondere la posizione dell’artista con quella dell’uomo, in questo film, crea enormi problemi; le due coscienze non sono assolutamente assimilabili. Se visto con gli occhi di un uomo romantico (un eterno nostalgico, uno di quelli che Nietzsche, mutatis mutandis, avrebbe chiamato “affezionato alla storia monumentale, antiquaria e addirittura critica”) si tratterebbe di un salto nel vuoto quasi immotivato, visto con gli occhi di un artista no, al contrario, si tratta di una profonda accettazione della propria vocazione, è un problema quasi deontologico; qui, l’artista, a differenza dell’uomo comune, non scende a compromessi; ha la missione di dare senso all’insensatezza dell’esistenza con la sua opera e intende farlo nel tempo in cui vive e nel modo in cui deve. Hic et nunc.
L’incontro finale con Gabrielle sul lungo-Senna, dunque, si configura come un clamoroso colpo di fortuna, un di più non contemplato; meraviglioso, dal momento che la fortuna ha aiutato, guarda un po’, l’artista audace, ma certamente non previsto. Gil è lì perché è riuscito a lasciare Inez e Adriana, perché ha preferito l’arte alla soddisfazione sentimentale, e proprio adesso che è riuscito a scegliere tra queste ultime due, alla breve, riesce ad ottenere l’una e l’altra. E con Sidney Bechet in sottofondo! E’ il top! Adesso, però, mi tocca atteggiarmi a novello Cyrano de Bergerac; così, dopo tutto questo ragionare apparentemente lineare, a fin di ripresa, io tocco e (ir)risolvo; potrebbe esserci un’altra considerazione da fare: non sarà, per caso, che anche Gabrielle, alla fine della fiera, rappresenta e incarna un compromesso? La lezione che se ne potrebbe trarre apre nuovi (tragici?) scenari: l’artista che sceglie l’arte si collocherebbe talmente fuori dal tempo e dal mondo, da non poter essere totalmente soddisfatto nei due ambiti. L’amore è uno solo: o per l’arte, o per la vita sentimentale.

P.S.: al di là di ogni analisi e di qualunque mia considerazione più o meno condivisibile, Midnight in Paris resta un film assolutamente da vedere, per romantici e non.
Arte o vita sentimentale? testo di illuso
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