Un'anima per il Papa Re

scritto da Corrado di Svevia
Scritto 10 anni fa • Pubblicato 10 anni fa • Revisionato 10 anni fa
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Racconto ucronico
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Testo: Un'anima per il Papa Re
di Corrado di Svevia

Roma, 3 settembre 1953

Il maresciallo Alessandro De Dominici, quel venerdì, si alzò all'alba. Non accese la lampada sul comodino, per non svegliare la moglie che ancora dormiva, e raggiunse a tentoni la porta della stanza da letto. Uscì nell'anticamera ed entrò in bagno. Si lavò il viso e si rasò con cura, regolando con le forbici i baffi e il pizzetto. Ancora in pigiama, andò in cucina a preparare il caffè e accese la radio per ascoltare il notiziario del mattino.
«Scontri a fuoco nella giornata di ieri, a Minsk, tra reparti germanici e truppe dell'Armata Rossa» annunciò lo speaker. «Coinvolti alcuni reggimenti di fanteria del nostro esercito. I sovietici si sono ritirati dopo aver subito massicce perdite».
“Buone nuove dalla Russia” si disse De Dominici, versando il caffè nella tazza. Mentre lo sorseggiava, ascoltò distrattamente le altre notizie. Il bollettino di guerra aveva lasciato il posto alla politica internazionale. Sua Santità e il cardinale segretario di Stato avevano ricevuto al Quirinale il presidente della Slovacchia e il reggente d'Ungheria. Il ministro delle Armi avrebbe ispezionato la linea fortificata che, dal Tirreno all'Adriatico, proteggeva il confine con il Regno del Sud. La Consulta, lo speaker era ora passato alle comunicazioni dall'interno, discuteva se introdurre o meno nuove restrizioni all'accesso degli ebrei alle libere professioni. Il ministero delle Finanze ipotizzava la svalutazione dello scudo, per rilanciare le esportazioni di cereali sul mercato estero. Una cellula di sovversivi, concluse infine lo speaker, era stata sgominata in Umbria, nella notte, da un'operazione congiunta di Gendarmeria e Carabinieri.
Il maresciallo spense la radio e sciacquò la tazza nel lavello. L'ultima notizia lo aveva colpito. Non era frequente che i “sovversivi”, come radio e stampa governative chiamavano i sabotatori comunisti e monarchici al soldo dei sovietici o dei Savoia, si lasciassero acciuffare dalle forze dell'ordine. Erano attivisti bene addestrati ed equipaggiati, quelli, e avevano pure il grilletto facile. Lui, per fortuna, era distaccato alla sezione Affari giudaici, che lavorava alle dipendenze del Sant'Uffizio. Certo, come ex militare trovava ancora strano prendere ordini dai frati domenicani, ma ci stava facendo l'abitudine. E comunque gli ebrei, a differenza dei terroristi, erano in fondo gente inoffensiva. Ad averci a che fare non si rischiava di saltare in aria su una bomba o di buscarsi una pallottola nello stomaco.
Sbadigliando, tornò in anticamera e recuperò dall'armadio l'uniforme e le scarpe. Abbottonò la giacca, sistemò al meglio il nodo della cravatta e allacciò in vita il cinturone, assicurandosi che la fondina della pistola d'ordinanza fosse chiusa a dovere. Diede una rapida occhiata nella stanza da letto. Era sempre immersa nel buio e la moglie dormiva ancora. Decise di non svegliarla, tolse il berretto della divisa dall'attaccapanni e uscì dall'appartamento.
Fuori c'era già molta luce e la giornata si annunciava tiepida. Prese il pacchetto di sigarette dalla tasca della giacca e ne accese una. Guardò l'orologio: erano le sette e il marciapiede, davanti allo stabile in cui abitava, era deserto. Intorno a lui non c'era anima viva. Nulla di cui stupirsi; in quel quartiere di Roma, a due passi dal Quirinale, vivevano soprattutto impiegati e segretarie dei ministeri, tutta gente che si alzava per andare al lavoro molto più tardi di lui.
Notò solo un ometto in tuta da operaio, armato di secchio e spazzolone, che affiggeva dei manifesti sul muro del caseggiato. Aspirò una boccata di fumo, lo soffiò dalle narici e si avvicinò a curiosare.
«'Giorno marescià» lo saluto l'ometto, senza smettere di armeggiare con secchio e spazzolone. Aveva un marcato accento ciociaro. «Bella 'sta foto der papa nostro, non trovate, marescià?»
De Dominici osservò uno dei manifesti, ancora umido di colla, e si trovò a fissare il volto severo e affilato di Pio XII. Il pontefice, in tiara e piviale, benediceva una folla plaudente dall'alto della sedia gestatoria. Sotto la foto, una didascalia a caratteri cubitali rendeva noto ai romani che il Papa Re avrebbe celebrato in san Pietro la messa solenne del 5 settembre, decimo anniversario del Giorno della Restaurazione.
«Ci andrete pure voi alla messa grande, marescià?» chiese l'attacchino, mentre incollava l'ultimo manifesto. «A san Pietro ce sarà tutta Roma».
De Dominici borbottò all'ometto una risposta di circostanza. Aspirò e soffio fuori un'altra boccata di fumo e tornò con la memoria agli ultimi mesi del grande conflitto che aveva di recente insanguinato l'Europa.
Lui, all'epoca, aveva vent'anni ed era detenuto in un campo di prigionia britannico. Era un P.O.W., come dicevano gli inglesi. La guerra infuriava ormai da quattro anni e durante l'estate gli Alleati erano sbarcati in Sicilia. Mussolini era caduto, l'esercito si era sbandato e l'Italia era divenuta un campo di battaglia, con i tedeschi che occupavano il Nord e gli Alleati che avanzavano da Sud, rimettendo sul trono il vecchio re Savoia. Roma, a quel punto, si era trovata sulla linea del fuoco.
Poi a metà agosto, nello stupore generale, la Germania in difficoltà aveva ottenuto un armistizio con l'appoggio decisivo di Pio XII, che non aveva mai nascosto le sue simpatie per il Terzo Reich. Hitler, per ricompensarlo, gli aveva restituito le antiche province dello Stato della Chiesa e così, il 5 settembre 1943, il papa aveva ufficialmente riassunto il potere temporale sul Lazio, le Marche, la Romagna e l'Umbria. Quello era il Giorno della Restaurazione, che veniva celebrato ogni anno con una messa solenne in san Pietro, seguita da un'imponente parata militare lungo la via dei Fori imperiali.
Il suono ripetuto di un clacson riportò De Dominici al presente. Il maresciallo si voltò. Un'Alfa Romeo con le insegne dei Carabinieri pontifici sul cofano era parcheggiata a motore spento vicino al marciapiede. Il maresciallo gettò la sigaretta e aprì la portiera dell'auto.
«Sei in ritardo Landolfi» disse.
Antonio Landolfi, il giovane appuntato che gli faceva da autista, mormorò una scusa poco convinta. Una profonda cicatrice gli solcava la guancia destra, ricordo di una scheggia di granata russa. La tregua del 1943 aveva garantito all'Europa un precario decennio di pace. Tranne all'Est, però, dove tedeschi e sovietici continuavano a spararsi addosso. E dove Pio XII, per sdebitarsi con il Führer, aveva inviato un contingente pontificio per contribuire a quella che il Ministero della Propaganda aveva battezzato da tempo la “crociata contro il bolscevismo”.
«Dove dobbiamo andare, maresciallo?» si informò l'appuntato, quando vide che De Dominici si era messo comodo sul sedile del passeggero. Landolfi non era al corrente degli ordini, che al maresciallo erano stati comunicati a casa, per telefono, solo la sera prima.
«Al portico di Ottavia, nel ghetto ebraico» disse De Dominici, appoggiando il berretto sul cruscotto. Abbassò il finestrino e accese un'altra sigaretta. «C'è un pacco da ritirare».
Landolfi ridacchiò alla battuta del sottufficiale e girò la chiavetta d'accensione. Il motore dell'Alfa Romeo prese vita con una specie di ruggito. «Credete che me la daranno la licenza per il fine settimana, maresciallo?» chiese, mentre l'auto partiva in direzione del ghetto.
De Dominici soffiò il fumo dal finestrino e spense la sigaretta nel posacenere. «Landolfi, non fare domande idiote. Ti sei bevuto il cervello o cosa? Domenica è il Giorno della Restaurazione, c'è la messa del papa e Roma sarà piena di pezzi grossi, anche stranieri. I sovversivi potrebbero tentare qualche colpo. Tutti gli agenti saranno in servizio, compresi noi degli Affari giudaici».
Landolfi fece una faccia delusa e continuò a guidare senza più dire una parola, tra le strade silenziose e senza traffico della città semiaddormentata. Passarono alcuni minuti e l'Alfa Romeo frenò davanti a una cancellata con sopra del filo spinato, interrotta nel mezzo da una specie di passaggio a livello. Dalla sbarra pendeva un cartello, su cui campeggiava una stella a sei punte. Un graduato della Gendarmeria, il corpo che sorvegliava gli accessi al ghetto, uscì dal posto di guardia. Si accertò dell'identità dei due carabinieri e spostò indietro la sbarra per lasciarli passare. L'Alfa Romeo entrò rombando nel quartiere in cui il governo pontificio aveva confinato tutti gli ebrei di Roma.
«Fermati qui» ordinò De Dominici, dopo che ebbero svoltato in una stradina laterale. Indicò a Landolfi un uomo dall'espressione accigliata, che indossava la veste bianca e la cappa nera dell'ordine dei domenicani. «Quello è frate Ferrari, il sovrintendente del ghetto».
L'appuntato obbedì e parcheggiò l'automobile di fronte a un caseggiato dai muri sporchi e scrostati. Il sovrintendente Ferrari era in piedi, davanti al portone dello stabile. Accanto a lui c'era una donna in lacrime, abbracciata a un uomo in completo grigio; entrambi portavano sugli abiti un vistoso contrassegno di stoffa gialla. Più in là una ragazza reggeva in braccio un bambino di non più di due anni. Un drappello di gendarmi, i fucili a tracolla e lunghi bastoni in mano, teneva a bada un capannello di curiosi. Alcuni di loro erano ancora in pigiama o camicia da notte; gli altri avevano anch'essi un marchio giallo cucito sui vestiti.
De Dominici scese dall'Alfa Romeo, si mise il berretto in testa e si posizionò sull'attenti davanti al frate. Gli fece il saluto militare, come da regolamento. Il sovrintendente Ferrari, sebbene fosse un religioso, era anche un funzionario statale e un suo superiore diretto.
«È questo il pacco?» chiese, accennando al bambino.
«Sì» confermò il domenicano. Indicò l'uomo in grigio e la donna che piangeva. «I suoi genitori sono ebrei».
«Ma lui non lo è più, vero?» si informò De Dominici.
«Questo è da accertare» rispose il frate. Fece cenno di avanzare alla ragazza con il bambino. «Lei è la domestica ed è cristiana».
«Gli ebrei non possono avere domestici cristiani» osservò il maresciallo, che conosceva a memoria le leggi statali sui rapporti tra cattolici e israeliti.
«Lo so benissimo, maresciallo» replicò il domenicano. «E di questa infrazione i due giudei risponderanno a tempo debito, ve lo garantisco. Ma non è per questo che siete qui. La ragazza sostiene che il bambino qualche giorno fa si è ammalato e lei, temendo che morisse, gli ha impartito il battesimo. La Chiesa lo ammette, in circostanze eccezionali».
«Capisco» disse De Dominici, che sapeva già quello che stava per accadere.
«La ragazza e il bambino verranno con voi in caserma» spiegò frate Ferrari. «Se la giovane ha detto il vero, porterete il piccolo nel convento che vi dirò in seguito. Non potrà più vivere in mezzo agli ebrei, dovrà essere cresciuto ed educato da cristiano. Sua Santità saprà prendersene cura».
Il maresciallo annuì e fece per prendere in consegna la ragazza e il bambino, quando la donna in lacrime si frappose, urlando, tra lui e la domestica. De Dominici la spinse via, ma a quel punto si fece avanti il marito. Si piantò di fronte al maresciallo con le mani all'altezza del mento, serrate a pugno. Digrignava i denti, la fronte corrugata, il viso stravolto dalla rabbia.
«Attento a quello che fai, giudeo» lo ammonì De Dominici, facendo correre la mano alla fondina della pistola.
«Le armi non saranno necessarie, maresciallo» intervenne Ferrari. Si avvicinò all'uomo in grigio e gli posò una mano sulla spalla. «Il nostro Salomon conosce bene la legge. Non ho ragione, Salomon?»
L'ebreo di nome Salomon sembrò calmarsi alle parole e al gesto del frate. I suoi lineamenti si rilassarono; abbassò i pugni e chinò la testa, come rassegnato all'inevitabile. La moglie, alle sue spalle, era caduta in ginocchio e continuava a singhiozzare senza ritegno.
«Meglio così» commentò asciutto De Dominici. Portò la mano alla visiera del berretto e si congedò dal sovrintendente. Quindi accompagnò la ragazza e il bambino sull'Alfa Romeo e li sistemò sul sedile posteriore. Entrò anche lui nell'auto e si sedette accanto a Landolfi.
L'appuntato osservò i due nuovi passeggeri dallo specchietto retrovisore. La ragazza era silenziosa e il bambino sembrava non rendersi conto di ciò che stava succedendo. «Un'altra anima per il Papa Re, maresciallo?»
«Un'altra anima per il Papa Re» confermò De Dominici. Frugò nella tasca della giacca ed estrasse il pacchetto di sigarette. Ne offrì una all'appuntato.
«Ho visto tutta la scena» affermò Landolfi, portandosi la sigaretta alla bocca. «Mi è sembrato che i genitori del bambino volessero fare resistenza».
Il maresciallo gli allungò l'accendino. «Ma quale resistenza, Landolfi?» disse. «Ormai lo dovresti sapere. Gli ebrei, in fondo, sono gente inoffensiva».
Un'anima per il Papa Re testo di Corrado di Svevia
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