Da Monterosso al Mare

scritto da giorgiog1
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Testo: Da Monterosso al Mare
di giorgiog1

I pranzi che il giovane Montale aspettava con più impazienza erano quelli improvvisati con i fratelli, i cugini e qualche figlio di pescatore. Bastava che arrivasse l’estate perché riuscissero a organizzarne almeno un paio: tavolate sgangherate, sempre a base di anguille e beccafichi, come se non esistesse altro cibo al mondo.
Prima di mangiare, però, c’era da guadagnarselo quel pranzo. Le anguille venivano dal “canaletto”, un rigagnolo che scorreva poco lontano dalla villa. I ragazzi si ingegnavano come potevano: costruivano piccoli argini di terra e pietre, deviavano l’acqua, spingevano le anguille verso pozzanghere mezze seccate. Lì, sfinite, le afferravano con un gesto rapido, quasi un rito. L’acqua, a monte, non era proprio limpida: le donne del paese ci facevano il bucato, e il sapone, la liscivia, tutto quel lavorìo domestico la rendeva giallastra, con un odore che si mescolava a quello del mare.
I beccafichi, invece, li prendevano con la Flobert o con la fionda. Prima li osservavano saltellare tra i rami del fico, color miele, intenti ad aprire i frutti con colpi rapidi del becco sottile. Poi, quando la mira era buona, li abbattevano. Non c’era crudeltà consapevole: era il gioco dei ragazzi, la fame, la sfida.
La caccia e la pesca finivano sempre vicino al muretto dell’orto. Con le pigne raccolte nel boschetto accendevano un fuoco che crepitava subito, e sulla fiamma cuocevano i piccoli uccelli, mentre le anguille venivano adagiate sulla brace, nere e lucide. Per bere, tiravano su dal pozzo un vecchio secchio legato a una fune. L’acqua, da sola, era pesante; per renderla dissetante ci spremevano dentro una dozzina di limoni, spesso ancora acerbi, verdi, duri. Non erano ancora “le trombe d’oro della solarità”: erano limoni bambini, aspri come certe mattine d’estate.
Eugenio, in quegli anni, era anche un po’ discolo. Ogni tanto, vestito alla bell’e meglio, si mescolava ai mendicanti che il sabato mattina si radunavano davanti al cancello della villa. Si confondeva tra loro, imprecava contro chi passava senza lasciare l’obolo, fidandosi del travestimento. Quando si stancava del gioco, si staccava dal gruppo e andava a chiacchierare con la Gina, una donna di quasi cent’anni che tutti chiamavano Savuia, forse per i suoi pettegolezzi saporiti.
Savuia aveva una vista incredibile: niente occhiali, nessuna operazione, eppure continuava a fare rammendi precisi, ricercati. Eugenio la stuzzicava chiedendole notizie sui Montale, e lei, che aveva conosciuto nonni e bisnonni, gli raccontava tutto: il bello, il brutto, le storie che non si trovano nei libri.
A Monterosso c’era poi lo sfogo del mare. I fratelli partivano all’alba per pescare al largo o tra gli scogli. Lui, pur essendo un buon nuotatore, faceva il bagno di rado. Preferiva guardare, camminare, ascoltare. Quando proprio non sapeva come passare il tempo, si divertiva a far rincorrere un sasso a Galiffa, un meticcio dal pelo rosso, con l’istinto del cacciatore: il cane partiva, riportava, ripartiva ancora, instancabile.
Compiuti i diciott’anni, Eugenio realizzò il suo desiderio di ottenere un porto d’armi. Non vedeva l’ora di provare la carabina. Un giorno, appostato tra i filari delle vigne, vide due merli alzarsi: li fulminò. Gli spari rimbombarono tra il cielo e il mare, come se avessero colpito anche l’aria.
Scrive Nascimbeni che, colpiti i merli, Eugenio abbozzò un gesto tartarinesco di cui ancora oggi avrebbe provato rossore. In un’altra occasione uccise un passero appollaiato su dei fili di ferro che reggevano un pennone. Quando si avvicinò, il passero era ancora agonizzante: una goccia di sangue gli usciva dal becco. Fu in quel momento che decise che mai più avrebbe cacciato.
Che Montale avesse un’attenzione particolare per l’avifauna è evidente: nelle sue poesie compaiono sempre specie precise, non comuni. Il galletto di marzo, la ghiandaia, la pavoncella, la gallinella d’acqua, lo scricciolo, il reattino, il martin pescatore, il cormorano, il luì. Non sono nomi: sono incontri.
E quando voleva davvero respirare, salire fino al santuario della Madonna di Soviore era la scelta migliore. Meglio per merli, passeri e beccafichi, certo, ma soprattutto per la poesia. Da quella terrazza, immersa nel silenzio e nel profumo dei pini, lo sguardo si perdeva nel mare, e le cose sembravano vicine a tradire il loro ultimo segreto.
Lì, nella memoria del ragazzo, si stratificavano i residui calcari dei molluschi, gli scarti che il mare deposita tra i ciottoli mangiati dalla salsedine.
Lì, senza che lui lo sapesse, prendeva forma la poesia degli Ossi di seppia

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