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La nebbia era scesa poco a poco, e stava per finire di divorare gli ultimi bocconi di luce pomeridiana sulla pianura. Il maresciallo Sartori era seduto alla sua scrivania di noce chiaro, davanti a lui: la vecchia macchina da scrivere Olivetti, la lampada dorata col paralume di vetro verde, e un paio di cartelle con dei banali rapporti, che doveva controllare e firmare prima che venissero archiviati; ma senza fretta. Laggiù non serviva avere fretta, quasi mai. Mancavano pochi minuti alle cinque, si accese un’altra Nazionale, e guardò il fumo salire lento, e confondersi con la nebbia che si andava infittendo appena oltre la finestra; ormai non vedeva più nemmeno le luci del basso edificio dell’ospedale, l’unico che di solito si riuscisse a scorgere da quella finestra. Non aveva un orario da rispettare, perciò si prese il tempo di finire quell’ultima sigaretta: poi avrebbe indossato il cappotto, attraversato il breve corridoio, si sarebbe affacciato a salutare il brigadiere Venturi, nell’altro ufficio più piccolo, che condivideva con gli altri due brigadieri; e uscendo avrebbe salutato l’appuntato di piantone, per imboccare il viale coperto di foglie di platano, girare dopo la chiesa, attraversare la piccola piazza, costeggiando l’edificio di mattoni della casa del popolo, dopo la quale sarebbe entrato come al solito nel negozio di alimentari di sua moglie Elvira, per salutarla, sentirla spettegolare con quelle quattro comari del paese che bazzicano il negozio, per poi andare finalmente a casa, togliere l’uniforme, indossare il suo comodo pigiama, le pantofole, e vedersi un altro episodio del tenente Kojak fino all’ora del telegiornale.
Mentre inspirava profonde boccate di fumo, pregustando la comodità del pigiama di flanella e della poltrona di velluto; una sottile percezione, appena oltre lo strato superficiale della coscienza, portò la sua attenzione su quello stato di insoddisfazione, che ultimamente si insinuava come un’anguilla di fiume a minare la quiete della sua pacifica esistenza. Aveva quarantanove anni, e forse era la soglia dei cinquanta a mettergli una certa agitazione. Poco alla volta, negli ultimi mesi (forse anni?) era arrivato a chiedersi cosa diavolo stesse facendo della propria vita. Era nato e cresciuto in una città piuttosto piccola, nel cuore della pianura. I primi tredici anni di servizio, fino al grado di brigadiere, li aveva trascorsi in un grazioso paese ai piedi delle montagne, sull’altopiano. Lì si trovava bene, certo l’inverno era un po’ rigido, ma l’aria era pulita e… anche la gente. Gli fiorì questa immagine in mente, che rendeva perfettamente l’impressione che ormai si era fatto della gente di quella palude, a quattordici anni da quando era stato mandato al comando di quella minuscola stazione di quindici carabinieri. Era malsana, proprio come l’aria fetida che si respirava da quelle parti, specie quando si alzava un alito di levante con l’alta marea. C’era qualcosa di putrido in quel posto, e a forza di restarci, ormai c’era qualcosa di putrido anche in lui, lo sentiva. Presi singolarmente sembravano persone normali, persino i delinquenti, non avevano nulla di diverso da quelli che aveva trovato altrove, anzi, rispetto alla città dove era cresciuto, qui erano pochi e ormai ben conosciuti. Ma c’era qualcosa, come il doppio fondo delle scatole dei trucchi dei prestigiatori, che lasciava l’impressione di non vedere un dettaglio importante. E la cosa peggiore, era che ormai questa sensazione ce l’aveva anche con se stesso. Ma cosa c’era nel suo doppio fondo? dietro quell’esistenza così comoda e all’apparenza perfetta? Oltre al matrimonio con una delle ragazze più belle del paese, che certo, dopo una dozzina di anni senza che arrivassero figli, e con venti chili in più, si era un po’ lasciata andare. Dietro la sua carriera, d’accordo non sfolgorante, ma cosa ci si poteva aspettare da un sottufficiale dell’arma? Da qualche anno ormai aveva raggiunto il grado di maresciallo capo, e contava di arrivare a maresciallo maggiore entro la pensione. Il capitano del comando compagnia era un tipo accomodante, e non gli aveva mai dato problemi. Poi c’erano i quindici uomini che aveva al suo comando lì nella stazione, tutti bravi ragazzi, un paio dei carabinieri scelti non erano troppo svegli, ma bastava non metterli nello stesso turno per evitare che combinassero casini. E il brigadiere Venturi che conosceva da quando era stato trasferito lì, era come un fratello ormai, su di lui poteva contare per qualsiasi cosa.
Ma un pensiero scomodo c’era si. Cercava di liberarsene appena quello si affacciava, ma dopo un po’ ritornava, anche se provava a non soffermarsici più del tempo necessario a scacciarlo come una zanzara insolente che ronza intorno all’orecchio. In fin dei conti era solo una volta l’anno, e poi si poteva tranquillamente non pensarci più per altri dodici mesi. Quella storia della confraternita era marcia, lo aveva intuito subito, ma farne parte, sembrava essere l’unico modo per portare avanti con successo qualsiasi posizione con un minimo di potere in quel posto sperduto. E poi si ripeteva, poteva comunque mantenere un certo distacco morale da tutto ciò che vedeva succedere sotto quella chiesa. Non era obbligato in alcun modo ad avere una partecipazione attiva, era sufficiente, diciamo, poco più che una velata connivenza. Poi si, ogni tanto succedeva di dover coprire o mascherare qualche incidente di percorso. Ma dove non succedeva questo? Era la norma per qualsiasi pubblico ufficiale di grado superiore a quello di usciere. Insomma, non bastava mica così poco per mettere in discussione un’intera esistenza. Non aveva ammazzato, stuprato né di sicuro torturato nessuno. No, mai di propria mano, questo era fuori discussione. Magari aveva tuttalpiù permesso che potesse accadere… ma no nemmeno questo era vero, in fondo, se avesse minimamente provato a protestare in certi momenti, lo avrebbero fatto fuori, forse non fisicamente, sarebbe finito a fare il passacarte a cinquecento chilometri da lì. Ma allora che cos’era? cosa veniva a scuotere la sua coscienza come un albero per farne cadere i frutti maturi? Spense la sigaretta sulle altre cicche, nel posacenere d’acciaio. Decise di scacciare per l’ennesima volta quei pensieri, infilarsi il soprabito e andare a godersi la spocchia di Telly Savalas in tv.
Quando il telefono cominciò a squillare, fuori era ancora buio. Suonò tre volte prima che Sartori riuscisse a infilarsi le pantofole ed alzarsi dal letto, e altri tre squilli violentarono il silenzio della notte prima che riuscisse a raggiungere e sollevare la cornetta. “Questi sono sicuramente quei rimbambiti giù in caserma” si lamentò la moglie, rigirandosi nel letto “ma perchè devono sempre rompere le scatole a te e non imparano a cavarsela da soli…”.
“Pronto… si, che è successo Carretta, perché mi chiami a quest’ora?
… Ho capito, ma lo avete trovato?
… Ah, e i due ce li avete lì in caserma?
…daccordo, mi vesto e arrivo subito”.
“Devo andare in caserma, pare ci sia un’emergenza” disse alla moglie mentre cominciava a vestirsi, ma quella si era già riaddormentata e non lo sentì.
La caserma distava meno di un chilometro da casa sua, ma il freddo umido delle ore che anticipano l’alba lo convinse a salire sulla sua Lancia Delta, che una volta arrivato lasciò parcheggiata sulla strada, di fronte all’ingresso principale. Non fece in tempo a salire i tre gradini che portavano all’uscio, che l’appuntato Carretta lo stava già aspettando sulla porta.
“Buonasera maresciallo, la stavamo aspettando…”
“Direi che ormai è il caso di dire buongiorno” lo corresse questo.
“Si ha ragione, quando si fa il turno di notte, finchè non si vede il sole spuntare si continua a dire buonasera”.
“Dove sono i due cacciatori?” tagliò corto il maresciallo.
“Uno è in sala d’aspetto, e l’altro l’ho fatto mettere in ufficio maresciallo, ho pensato che era meglio tenerli separati, ho fatto bene?”
L’altro continuò, senza nemmeno rispondere “Vi hanno chiamati sul posto, lo avete visto?”
“Soltanto io maresciallo, e non era un bello spettacolo. Carboni è rimasto alla macchina coi cacciatori”
“Bene, allora andiamo” concluse Sartori, “voglio vedere coi miei occhi”
“Ma… e i cacciatori, che facciamo, non ci vuole parlare?”
“Restano qui con Carboni, casomai ci parlo dopo”.
“Va bene, allora prendo l’Alfetta così andiamo” rispose tentennante l’appuntato.
“No” lo fermò il maresciallo “andiamo con la mia, sta già in strada”
“Ma… va bene” e si avviarono entrambi verso la Delta ferma davanti l’ingresso.
Il cielo cominciava a farsi grigio chiaro, come tutto il resto intorno: la nebbia avvolgeva ancora ogni cosa, e si aveva l’impressione di muoversi tra le sagome di cartone dello sfondo di un palcoscenico. Il maresciallo guidava piano ma sicuro, tra le strade che conosceva a memoria da anni. Carretta al suo fianco gli dava indicazioni e a un certo punto, mentre costeggiavano l’argine di un canale gli fece: “Ecco è questo il posto, accosti qui”. Scesero dall’auto, e l’appuntato fece strada tra l’erba alta, in parte già piegata e calpestata da poco. “Guardi laggiù, lo vede?” disse Carretta indicando un punto dritto davanti a loro. Il maresciallo scostò Carretta di lato e lo superò lasciandolo lì, dirigendosi verso la lunga sagoma scura riversa sull’erba. Si bloccò, e restò a guardarlo per un momento prima che l’appuntato lo raggiungesse titubante. Non c’è dubbio, era uno di loro, pensò Sartori. La testa era mezza saltata per un colpo di fucile da caccia, ma quei tratti da pesce erano ancora evidenti: la bocca sporgente, il solo grande occhio rimasto, spalancato senza palpebra. E poi c’era l’altezza enorme, steso così era lungo almeno tre metri, la pelle verdastra, le squame e tutto il resto. Non lo si poteva certo scambiare per un essere umano.
Sartori si accese una Nazionale, e cominciò a pensare al da farsi. “Che facciamo, chiamiamo i sanitari per far prelevare il corpo?” lo interruppe Carretta. Il maresciallo sbuffò una nuvola di fumo, che andò a dissolversi nella nebbia, e scrutò il sottoposto con occhi sottili. “I sanitari?” chiese con tono stupito “io chiamerei piuttosto i guardacaccia, non credi?”.
L’appuntato esitò per un momento, guardando il suo superiore smarrito. “Non lo so…” disse confuso “ha due due gambe, due braccia… ma no, non sembra umano. Sinceramente non lo so cosa sia. Forse dovremmo informare il capitano al comando. Potrebbe trattarsi di qualche esemplare raro, o magari è un esperimento dei comunisti che gli è sfuggito ed è arrivato qui in qualche modo. Oppure…” aggiunse abbassando la voce, come se non credesse nemmeno lui a quello che stava per dire “potrebbe essere un alieno”.
“Non dire sciocchezze” lo schernì l’altro “gli alieni non esistono. Senti appuntato, hai idea di cosa succederebbe se questa cosa la vedessero le persone sbagliate? Sai il pandemonio che metterebbero su i giornalisti? Tu non immagini la quantità di gente che verrebbe a rompere i coglioni qui nel delta. Ci toccherebbero doppi turni per mesi probabilmente, passeresti i turni di servizio a fare posti di blocco in mezzo alla nebbia, o ad andare a recuperare gente che si è persa tra i canali, o nelle paludi, invece che startene col culo al caldo imboscato in ufficio per quasi tutto il tempo”. Fece una pausa, mentre tirava un’altra boccata di fumo dalla sigaretta, lasciando che i semplici concetti diretti che aveva appena esposto girassero nella testa dell’altro carabiniere. “Vedi Marco” riprese in tono paterno “Non si tratta di non fare il nostro dovere, sai bene che non te lo chiederei, da quanti anni lavori con me?”
“Sono cinque anni che mi hanno trasferito qui” rispose l’altro.
“Allora lo sai no, sono uno che lavora pulito, che non combina casini. Come del resto io lo so di te, ho messo anch’io una buona parola per farti avere la promozione ad appuntato. Lo vedi anche tu, qui non solo non c’è nessuno da salvare o da aiutare” Fece una pausa un po’ teatrale condita da un altro tiro di sigaretta “Ma qui non c’è proprio nessuno: quell’affare lì per terra, non è nessuno, non aveva un nome o una famiglia. Era un animale selvatico, niente di più”.
L’appuntato aveva seguito il discorso disorientato “Va bene maresciallo… lei ha più esperienza, io… io faccio quello che mi dice lei. Ma cosa facciamo con quel corpo? Non possiamo lasciarlo qui così, qualcuno potrebbe trovarlo”
“Bravo Carretta, tu fidati di me. Nel bagagliaio ho un telo: ce lo avvolgiamo dentro insieme a tre o quattro pietre, e lo buttiamo nel fiume. Un poco alla volta se lo mangeranno i pesci. Dammi retta: certe cose è meglio non vederle e basta”.
“Si ma…” intervenne l’altro “con i due cacciatori che gli hanno sparato come la mettiamo? Quelli stanno ancora giù in caserma, che ci facciamo con loro?”
“Ah non ti preoccupare” fece Sartori “quelli si sono fatti tutta la mattinata in caserma sulle spine, si saranno cagati sotto. Basta che gli diciamo che non abbiamo trovato niente, gli facciamo una bella lavata di testa perchè se ne vanno in giro a sparare con pallettoni da cinghiale a tutto quello che si muove, e non gli sembrerà vero di cavarsela così”.
Il viaggio di ritorno fu piuttosto silenzioso. Sartori aveva provato a rompere il ghiaccio un paio di volte, ma era evidente che l’appuntato era scosso. Si accese un’altra Nazionale e aprì un po' il finestrino. Fuori la nebbia cominciava a diradarsi in una foschia lontana, e il disco pallido del sole saliva lento sopra il delta. Mentre tirava dalla sua sigaretta, il maresciallo si domandava cosa avrebbe fatto il tenente Kojak in quella situazione. Per prima cosa pensò, non avrebbe fumato quella schifezza, ma avrebbe succhiato un leccalecca. E poi non avrebbe avuto dubbi morali, lui stava sempre coi giusti, ci si ritrovava naturalmente come un papavero in un campo di grano. Quaggiù invece si doveva sempre scegliere qualcosa a cui rinunciare: la carriera, la coscienza, le aspettative degli altri… E poi lui avrebbe guidato una Buick, non quello scassone di Lancia, pensò alla fine.
Avevano appena congedato i due cacciatori, che uscirono stanchi e increduli dalla caserma come chi si è appena svegliato da un sogno troppo vivido. “Che faccio, stendo il rapporto?” chiese Carretta al superiore.
“Direi che non serve neanche che sprechiamo l’inchiostro della macchina da scrivere per un paio di cartucce sparate al vento da quei due” lo tranquillizzò il maresciallo.
“Allora se non c’è altro io andrei, il mio turno è finito già da un’ora”
“Aspetta Carretta, ti accompagno, faccio due passi con te” aggiunse Sartori, mentre l’altro stava già indossando il cappotto.
L’appuntato acconsentì un po’ a disagio, e uscirono insieme nella foschia della mattina.
“Sai Marco” riprese Sartori “Non è necessario che qualcun altro sappia quello che è successo, o quello che hai visto al canale stamattina. Devi sapere che la maggior parte delle persone, non vuole veramente conoscere cose fuori dall’ordinario, non saprebbero come gestirle, e rischierebbero soltanto di creare confusione, di combinare casini. Tu mi capisci no?”
Carretta lo guardò per un attimo, e dopo aver deglutito rispose a disagio “Si si, è naturale. Stia tranquillo maresciallo, terrò tutto per me, non sono uno che chiacchiera io”.
Sartori lo squadrò di traverso, capì che si era rotto un argine da qualche parte, nella coscienza dell’appuntato, e non sarebbe più tornato quello di prima. Gli fece: “Seguimi un attimo, voglio farti parlare con una persona; non ti farò perdere molto tempo, giusto cinque minuti”.
Passavano proprio in quel momento sulla strada in prossimità della chiesa; il maresciallo deviò di lato e si avvicinò alla porta laterale, quella della sagrestia. Dopo aver bussato in modo inusuale con diversi colpi, tanto che Carretta pensò per un attimo a un codice, la porta si socchiuse, e un ometto basso dalla pelata lucida come una luna piena si affacciò. Sartori approfittò di trovarsi l’appuntato ancora alle spalle, qualche passo indietro, e sussurrò in tono grave, senza farsi sentire da lui: “Temo che non terrà la bocca chiusa”. Il pelato annuì per un momento con la faccia seria, sulla quale un secondo dopo, sorgendo da dietro la spalla del maresciallo e incontrando lo sguardo di Carretta, sbocciò un radioso sorriso.
“Conosci già il parrocco?” chiese il maresciallo all’appuntato, indicando l’uomo dietro la porta, che indossava l’abito talare.
“Soltanto di vista” rispose quello, e si sporse in avanti con la mano tesa verso il sacerdote che rispose alla stretta.
“Vieni un attimo con me figliolo, voglio farti vedere una cosa” disse il prete con voce da contralto, facendo strada a Carretta nella sagrestia.
“Beh io torno in caserma, le scartoffie mi aspettano” si defilò all’ultimo il maresciallo, mentre i due venivano inghiottiti dall’umida oscurità del vecchio edificio, e la porta di legno tarlato si richiudeva con uno scatto secco.
Schiacciò come di rito l’ultima cicca di Nazionale nel posacenere, prima di decretare la fine della giornata lavorativa. Quel giorno aveva cominciato a fare caldo sul serio, e Sartori non era mai uscito per tutto il pomeriggio dal suo ufficio col ventilatore a soffitto acceso. Non era una giornata nella quale rincasava volentieri quella. La notte avrebbe avuto da fare, e avrebbe preferito procrastinare i preparativi a quel genere di impegno. Raccolse le chiavi di casa e il portafogli, se li ficcò in tasca, e dopo aver spento le pale e la luce, si affacciò a salutare Venturi nell’altro ufficio.
“Ah mi sono scordato di dirti che hanno chiamato dal comando oggi pomeriggio” fece il brigadiere “hanno confermato che domani mattina arriva il sostituto di Carretta”.
“Bene, era ora” rispose il maresciallo “Quando arriva mandalo nel mio ufficio, così facciamo conoscenza e ci faccio due chiacchiere”.
Mentre aspettava che si facesse l’ora di uscire, seduto sulla poltrona di velluto, già vestito, Sartori provò a guardare la tv: trovò soltanto quel rimbambito di Colombo e un film sul Vietnam, e alla fine spense l’apparecchio e uscì. Fuori faceva ancora caldo, e camminò lentamente, percorrendo le strade e la piazza deserte. Come ogni anno in quella sera, c’era un silenzio sinistro, poche luci filtravano attraverso le imposte sbarrate, e anche le stelle sembravano offuscate dall’umidità della sera. Soltanto una manciata di uomini camminava nelle poche vie del paese in quel momento, andavano raccogliendosi alla spicciolata nella chiesa, entrando dalla porta laterale. Sartori era uno di loro: fumava, e qualche rivolo di sudore cominciava a colare giù per la schiena.
Era tutto pronto. Il sotterraneo era leggermente più fresco, ma Sartori continuava a sudare copiosamente sotto la tunica che aveva indossato. Non fumava da dieci minuti, e già sentiva la dannata voglia di accenderne un’altra. Tastò con la mano il pacchetto che sporgeva nella tasca dei pantaloni: appena fosse tutto finito sarebbe uscito fuori a fumare, ma nel frattempo doveva stare lì e assistere. Sperava in cuor suo che non accadesse nulla di particolarmente drammatico: a volte era successo. C’era stato anche qualche corpo di cui liberarsi, non era mai una faccenda pulita. Ma quasi sempre le droghe facevano effetto, quasi sempre filava abbastanza liscio. Sentì in quel momento una serie di strilli acuti dall’altra stanza, poi dei lamenti, infine più niente. Non si metteva bene stavolta, pensò. Cominciò il suono basso e ritmico dei tamburi. Sartori si calò il cappuccio davanti il volto, e diventò uno di loro, come tutti gli altri.