Giorni o mesi?

scritto da davide cibic
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Testo: Giorni o mesi?
di davide cibic

Ogni tanto lo fa. Mi guarda e nicchia. Ed esita nel tentativo di esplorare i miei occhi. Poi decide di darmi credito e, pur rimanendo silente, si dipinge di lieta trepidazione. Insomma, pare già stia pregustando una mia rivelazione, che quindi in qualche modo dovrò coniare. Infine il quesito, terso ed inderogabile: papà, ma tu preferisci i giorni o i mesi?

Che dire, in effetti non ci avevo mai pensato. Di primo acchito sarei per liquidare la faccenda in termini numerici, mettendomi a compitare il numero di ore che compongono gli uni e gli altri, e lasciando mia figlia tirar le conclusioni. L’approccio iniziale sarebbe perciò quantitativo: rispetto al giorno, il mese straborda di ore, per cui parrebbe preferibile. In un mese ci sono talmente tanti minuti da poter fare praticamente di tutto. Giochi, sport, sedute di blush, alzate di orgoglio. Soprattutto, chilometriche ciarle tra amiche. Forse è questo che intendeva mia figlia: perché non sostituire il giorno con il mese? In questa maniera vivremmo quasi per sempre. Avremmo il mese del lunedì, il mese del martedì, il mese del mercoledì, e così via. Ogni giornata durerebbe un mese.

Certo che fioccherebbero le controindicazioni. Ve lo immaginate il lunedì del rientro in ufficio? Già in condizioni ordinarie, quel lunedì pare duri un mese. Se fosse un lunedì fatto di trenta giorni, a quel punto potrebbe durare un anno. Un anno in ufficio e in realtà sarebbe trascorso solo un giorno? Oddio, sarebbe un giorno chiamato mese, ma alle strette si tratterebbe pur sempre di un lunedì.

Va da sé che i contratti collettivi andrebbero rinegoziati, chiosati, stralciati. Molti articolati recitano: “La durata normale del lavoro effettivo è fissata in quaranta ore settimanali suddivise di norma in cinque o sei giornate lavorative”. Già associare il concetto di normalità a quello di durata diverrebbe azzardato. Le quaranta ore settimanali andrebbero intese quotidiane e, in pratica, alla settimana ci sarebbero cinque o sei mesi di lavoro. Sempre ammesso che l’idea stessa di settimana non si metta a cigolare, cosa invece più che plausibile. Insomma, il tracollo della società: sovrapproduzione di beni e di servizi e ovviamente a quel punto le buste paga non sarebbero più mensili, bensì annuali.

Qualcosa del genere accadrebbe anche a scuola. Il noioso mercoledì farcito di matematica e di latino potrebbe dilatarsi per un paio di settimane: mia figlia storce il nasino e si fa piccola.

E se rovesciassimo la prospettiva? Se fosse quindi il mese a durare un giorno? Ve lo immaginate un anno fatto di dodici giorni? Sì, vivremmo meno di una farfalla, ma saremmo più belli, non sprecheremmo nemmeno un istante, bandiremmo cupidigie, invidie e altre nequizie. Non avremmo nemmeno il tempo di conoscere il male.

La vita quindi come teca degli immacolati istanti. Troppo poco, si opporrebbe l’essere umano, che ama ripudiare il bello per dedicarsi all’ignominia. L’uomo è vorace, depreda, stermina. Ha bisogno di molto tempo, una messe di minuti, per pianificare le distruzioni. Cosa se ne fa del volo di una farfalla quando può ammirare le alate macchine di morte?

Riabbracciando la disputa di base, mia figlia ed io ci domandiamo: non è che la questione possa semmai considerarsi meramente fonetica? Intendo, ci piace di più sentir parlare di domenica, sabato, venerdì o di gennaio, febbraio, marzo? Certo, sono nomi familiari, ma non è detto che siano graditi all’universo mondo.

La soluzione potrebbe consistere in nuovi esercizi di architettura temporale. L’anno – ammesso l’anno lo si voglia al proprio posto – potrebbe essere scandito dal susseguirsi monotono dei giorni e basta, senza che vi sia una qualche suddivisione, diabolica e inutile, in mensilità: forse è questo che intendeva mia figlia? E quale sarebbe a quel punto il destino delle settimane?

In ogni caso non credo si tratti solo di sonorità sgradite. E’ semmai più un problema di digestione di regole. Siamo franchi: l’essere umano non ama le gabbie, quindi perché costringerlo in mesi, quando sarebbe sufficiente gravarlo dello scorrere dei giorni?

L’esercizio potrebbe peraltro capovolgersi: non è cioè che s’intenda l’anno composto esclusivamente dai mesi invece che dai giorni? E’ forse ciò che suggeriva mia figlia?

I lunedì, martedì, ecc., verrebbero cancellati, rimossi, o quantomeno congelati in attesa di riabilitazione. Sparirebbe il concetto di quotidiano, compreso il pane direi. Tutto ciò che si fa una volta al giorno, si finirebbe per farlo e basta, senza perimetri e memorandum. Non avrebbero più senso gli abbonamenti e gli ombrelloni giornalieri. La stessa alternanza tra giorno e notte verrebbe messa in discussione. Inabissato il giorno, la notte vagherebbe (di notte) alla ricerca della propria identità. Non si vivrebbe più il lunedì o il martedì ma si vivrebbe in gennaio, in febbraio, in marzo, e così via.

Certo, anche in questa nuova prospettiva rimarrebbe il problema delle settimane. Tuttavia la settimana che cos’è se non una collezione di giorni? Andrebbe quindi a sua volta risucchiata, trascinata in quel maelstrom di reiezione cui sarebbero condannati i giorni. 

Non posso che ripetermi: l’essere umano non ama le gabbie, quindi perché costringerlo in giorni, quando sarebbe sufficiente gravarlo dello scorrere dei mesi?

 

Mi sia consentito però adocchiare l’oltre: perché questa sequela intollerabile di lunedì, martedì, giovedì, o di giugno, luglio, agosto, ecc.; perché mai noi si deve spendere il proprio tempo, unico inimitabile sovrano, che nemmeno le Parche potrebbero mai restituirci, sapendo che quel tal giorno è lunedì, che oggi si deve far la tal cosa perché è martedì o, premesso che è venerdì, si deve andare nel tal luogo? Perché mai dobbiamo condannarci a levarci con l’assillo non tanto del giorno, ma del nome di quel giorno? Perché mai dobbiamo esser onerati dal gennaio in cui dovrà far freddo o dal maggio in cui dovranno sbocciare i fiori? Perché mai negare che i venti seguitano a sferzare e i tepali a schiudersi, e non si curano dei nomi dei mesi?

Ambirei perciò ad un Tempo che sia libero ed autonomo, in altri termini inviolabile, un’entità quasi costituzionale, scevra di epiteti, misure, etichette ed altri ammennicoli. Che il Tempo scorra e basta, come fa il fiume che se ne frega di ponti, greppi e dighe. Che senso ha contare i secondi, i minuti, le ore, quando potremmo vivere e basta?

Nulla è più ingannevole degli orologi. La lancetta dei secondi pare perfetta nel suo incedere: il suo movimento è secco, automatico, implacabile. Avanza e non richiede licenze o lusinghe. Epperò è mera illusione. Vi vedo anche della supponenza. Come mai potrebbe un oggetto forgiato dall’uomo, l’essere effimero per eccellenza, anelare a quantificare ciò che è eterno?

“Sei uno stolto” - incalzerebbe tuttavia l’ipotetico obiettore - “La lancetta non pretende certo di ponderare l’eterno. Come potrebbe? Sarebbe come se un tonno volesse attraversare centinaia di oceani…La lancetta misura semmai il transeunte, ciò che è destinato a perire. La lancetta scandisce non il Tempo, bensì il tuo tempo. E’ la cadenza verso il tuo postremo saluto.”

“Screditare l’orologio non ti servirà a scansare ciò che è improcrastinabile.” – prosegue – “ E poi il tormento dei giorni e dei mesi, almanaccare su ciò che sarebbe da elidere o da mantenere, il tuo è mero ozio.”

L’obiettore rifulge di pragmatismo ma non mi è utile a dipanare il dilemma di fondo: è preferibile il giorno o il mese?

Vi vedo della responsabilità cosmica nell’assillo. Chi se non il Sole è fautore del balletto tra il giorno e la notte? Sia chiaro, in complicità con l’asse terrestre che crea i mesi e le stagioni. Sono astuti i nostri corpi celesti. Ruotano e si osservano sopra le nostre teste, come se niente fosse. Qualcuno crede di stare in centro, qualche altro in periferia. Parrebbero disinteressati alle vicende umane, ma non è così: gli anni, i secoli sono plasmati dalle loro movenze.

Insomma, tocca chiedere al Sole se sono meglio i giorni o i mesi. Lo dico a mia figlia che però fa spallucce, e si mette a correre dietro ad una farfalla che un po’ si burla di noi mentre accarezza l’aria.

 

 

 

Giorni o mesi? testo di davide cibic
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