Sapere che qualcuno ti aspetta

scritto da DonatoRiccardi
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Testo: Sapere che qualcuno ti aspetta
di DonatoRiccardi

Ci sono luoghi nei quali non torni semplicemente.

Ci sono luoghi nei quali, ogni volta che ritorni, ritrovi una parte di te.

Per me, uno di questi luoghi è Banzi, in Basilicata, provincia di Potenza.

Anche quest’estate, come facciamo ormai da tempo, io e mia moglie siamo tornati nel mio paese di origine, dalla mia famiglia. Siamo tornati in quelle strade, in quella piazza, in quei luoghi che appena li rivedi, sembrano dirti qualcosa, sempre.

Come se non fossero mai cambiati, fermi li ad aspettarti.

Come se il tempo, lì, avesse imparato a scorrere in maniera diversa.

Quest’anno, però, c’è stata una sensazione che ho avvertito più forte delle altre.

La sensazione di sapere che qualcuno ti aspetta.

E forse è una delle sensazioni più belle che una persona possa provare.

Perché sapere che qualcuno ti aspetta significa sapere che, da qualche parte, esiste un posto per te.

Nella famiglia, nelle amicizie, nelle consuetudini, nei piccoli gesti che si ripetono ogni estate e che, proprio perché si ripetono, finiscono per diventare parte della nostra vita.

Ci sono gli amici della trattoria del paese, con i quali ormai è quasi un rito ritrovarsi a cena e concludere la serata con il nostro consueto brindisi.

Un gesto semplice, apparentemente piccolo, ma che racchiude il piacere di esserci ritrovati ancora una volta.

Poi c’è l’amico del paesino limitrofo, che ci aspetta per fare un giro insieme, magari durante una sagra, di sera, per un paio d’ore.

E c’è l’amico con il suo stand di prodotti tipici, panini e bevande.

Anche lui fa parte di quel piccolo mondo che, ogni estate, torna a vivere.

E quando ritrovi queste persone ti rendi conto che non sono semplicemente persone che incontri.

Sono persone che ti stavano aspettando.

Ma in un paese piccolo, come Banzi, la parola “famiglia” finisce per assumere un significato ancora più grande.

Perché, quando le dimensioni di una comunità sono quelle di un piccolo paese, le persone si conoscono, si incontrano, si riconoscono.

E alla fine, in qualche modo, si appartengono.

C’è il sindaco, le persone dell’amministrazione comunale, il parroco, il medico di famiglia, la maestra che ho avuto alle elementari.

Ci sono quelle figure che fanno parte della vita quotidiana del paese, che incontri per strada, con le quali scambi una parola. Che conoscono la tua famiglia. Che sanno da dove vieni. Che hanno visto crescere te, i tuoi genitori, i tuoi fratelli, i tuoi amici.

E allora anche il rapporto con le istituzioni, con la parrocchia, con chi si prende cura della comunità, assume una dimensione più umana, più familiare.

È un paese nel quale, spesso, le persone vengono prima dei ruoli.

E poi ci sono i vicini di casa. Quelli della strada nella quale sono nato e cresciuto.

Le persone che hanno visto passare la mia infanzia e la mia adolescenza.

E d’estate, soprattutto la sera, quando il caldo finalmente lascia spazio a un po’ di frescura, può capitare di fermarsi fuori, davanti casa, e iniziare una chiacchierata.

Una di quelle chiacchierate estive che possono durare molto più del previsto.

Si parla del paese.

Della famiglia.

Di quello che è successo durante l’anno.

Dei ricordi.

Di chi è tornato.

E magari si finisce a parlare fino a tarda notte.

Sono momenti semplici, quasi ordinari.

Ma sono proprio questi momenti che, con il passare degli anni, diventano preziosi.

Perché quella strada non è semplicemente la strada nella quale sono cresciuto.

È una parte della mia memoria.

Ogni casa, ogni volto, ogni angolo porta con sé qualcosa.

Ti senti parte di quella rete di relazioni che rende un piccolo paese qualcosa di diverso da un semplice luogo geografico.

È una comunità.

È un intreccio di vite.

È quasi una famiglia allargata.

Quest’anno, poi, abbiamo voluto portare con noi un nostro caro amico, per fargli conoscere Banzi, i miei luoghi, la mia terra.

È stato bello condividere con lui qualcosa che appartiene profondamente alla mia storia.

E così ci siamo ritrovati persino a partecipare al corteo storico.

Io vestito da vescovo.

Mia moglie da popolana.

Una scena che, probabilmente, sarebbe difficile da immaginare in qualsiasi altro contesto.

Eppure lì sembrava perfettamente naturale.

Perché quando condividi un luogo che ami con qualcuno a cui vuoi bene, quel luogo diventa ancora più prezioso.

Non è più soltanto il luogo dei tuoi ricordi.

Diventa anche un pezzo di esperienza condivisa.

E accade qualcosa di particolare.

Ci si incontra senza essersi necessariamente dati appuntamento.

Ci si ritrova quasi per caso.

Ma, in fondo, non è davvero un caso.

Perché durante l’estate Banzi si rianima.

Il paese si riempie di persone, di eventi, di feste, di sagre, di voci, di musica, di incontri.

E sembra quasi che tutti sappiano che, prima o poi, qualcuno tornerà.

Ed è proprio in questi momenti che mi capita di pensare al tempo.

Perché molte delle persone che incontro a Banzi sono persone con cui ho condiviso l’infanzia e l’adolescenza.

E anche molti di quei luoghi sono gli stessi nei quali ho trascorso quegli anni.

Le strade percorse da ragazzo.

La piazza.

Gli angoli del paese.

Le case.

La parrocchia, la villa, i campetti, le fontanelle, la ripa di carnevale.

La strada nella quale sono nato e cresciuto.

I luoghi nei quali ho giocato, camminato, parlato, riso.

Luoghi che hanno visto crescere me e tante delle persone che oggi incontro nuovamente.

E forse è per questo che, quando torno, non incontro soltanto le persone che sono diventate adulte insieme a me.

Incontro anche il ragazzo che ero.

È come se, in qualche modo, quella parte della mia vita fosse ancora lì.

E ci sono persone che oggi non ci sono più.

Persone che hanno preso altre strade.

Persone che si sono allontanate.

E persone che, purtroppo, non possiamo più incontrare.

Eppure, quando torno in quei luoghi, è come se fossero ancora presenti.

Perchè il tempo non può cancellarle.

Perché certi luoghi conservano le persone.

Conservano le loro voci, i loro gesti, le loro risate.

Conservano quello che abbiamo vissuto insieme.

E allora può capitare di passare in una strada e ricordare qualcuno.

Di guardare la piazza e tornare, per un istante, ragazzino.

Di attraversare un luogo e avere la sensazione che, da qualche parte, ci sia ancora quella persona che un tempo era lì con noi.

Non è nostalgia nel senso più triste del termine.

È qualcosa di diverso.

È la consapevolezza che la nostra storia non scompare soltanto perché il tempo passa.

Ma quello che abbiamo vissuto rimane dentro di noi. E  rimane anche nei luoghi che lo hanno visto accadere.

Per questo tornare a Banzi, per me, significa molte cose contemporaneamente.

Significa tornare dalla mia famiglia.

Significa ritrovare gli amici.

Significa incontrare i vicini di casa.

Ritrovare persone che fanno parte della vita della comunità.

Significa condividere momenti con mia moglie, momenti che non era scontato venissero apprezzati e di questo sono grato.

Significa far conoscere a una persona cara i luoghi della mia storia.

Ma significa anche tornare a incontrare, silenziosamente, tutto ciò che sono stato.

E allora comprendi che il significato di “casa” è molto più grande di quello che immaginiamo.

Casa è il luogo nel quale qualcuno ti aspetta.

È la famiglia che sa che tornerai.

È l’amico che ti dice: “Quando arrivi, ci vediamo”.

L’amico ottico che ti incontra per caso, davanti al suo negozio e si offre di stringere le stanghette agli occhiali da sole di tua moglie, perchè le trova troppo larghe.

Il professore vicino casa che ti fa parcheggiare la macchina di fronte al proprio garage, fermandosi volentieri, davanti l’uscio di casa a scambiare due chiacchiere all’ora di pranzo.

È quella tavola alla quale sai che, prima o poi, tornerai a sederti.

È il brindisi che si ripete ogni volta che ritorni.

È la passeggiata improvvisata.

È incontrare un cugino o un vecchio amico per strada senza averlo programmato.

È una chiacchierata notturna davanti casa, nella strada dove sei cresciuto.

È un saluto al parroco.

È una parola scambiata con il sindaco.

È incontrare il medico di famiglia.

È riconoscere, in mezzo alla folla, volti che conosci da sempre.

Ma casa è anche quel luogo nel quale, guardandoti intorno, riconosci le tracce della persona che sei stato.

E forse è proprio questa la parte più emozionante.

Sapere che alcune persone ti aspettano ancora.

E sapere che altre, anche se non possono più aspettarti, continuano ad aspettarti, abitando nel tuo cuore e nei tuoi ricordi.

Sono lì, insieme a te, ogni volta che ritorni.

In una strada.

In una piazza.

In una fotografia.

In una festa.

In una vecchia storia raccontata ancora una volta.

In una voce che, per un istante, sembra tornare dal passato.

E così, mentre l’estate finisce e arriva il momento di ripartire, ti accorgi che portare via qualcosa da un luogo non significa necessariamente mettere qualcosa dentro una valigia.

A volte porti via una sensazione.

E soprattutto porti via la certezza che, da qualche parte, qualcuno ti aspetta.

Ed è una certezza che fa bene al cuore.

Perché in un mondo nel quale tutto sembra correre, cambiare e consumarsi rapidamente, sapere di avere un luogo nel quale tornare e delle persone che saranno felici di rivederti è una delle forme più semplici e più profonde di appartenenza.

Forse, alla fine, è questo che cerchiamo tutti.

Non soltanto un posto dove vivere.

Ma un posto dove sentirci attesi.

Un posto dove qualcuno, quando arriviamo, possa semplicemente guardarci e sorridere.

Come per dire:

“Finalmente sei tornato.”

E in quel momento capisci che, nonostante il tempo passato, le distanze, le persone cambiate e quelle che non ci sono più, una parte di te è sempre rimasta lì e tu non sei mai andato via veramente.

Penso che queste righe possano risuonare familiari a tutte quelle persone che vivono lontane dalla propria terra di origine.

Sapere che qualcuno ti aspetta testo di DonatoRiccardi
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