La "Società"
Da ormai molti anni, complice l’età ed il trasferimento sotto altri cieli, mi sono, di fatto, pressoché ritirato a vita privata; dunque, le riflessioni che seguono sono forse venute a perdere d’ogni attualità, riducendosi alla considerazione di qualcosa che non esiste più e che s’attarda soltanto nel ricordo di taluno, come me, derelitta reliquia inattuale di un’epoca ormai irrimediabilmente trascorsa; ne chiedo sentita venia.
Il fenomeno dell’“industrializzazione” – com’è sin troppo noto – ha concorso a determinare, nel rapido volgere di poche generazioni, una mutazione senza precedenti nel corpo sociale italiano. Ha spezzato quell’assetto, di tendenza sostanzialmente statica e solo molto lentamente progressiva, che regolava l’ordinato svolgersi delle relazioni interpersonali.
Mentre nel periodo precedente gli individui solevano comporsi in classi sociologiche che andavano a ripartirsi a seconda di criterî, "latu sensu", culturali, negli ultimi decennî si è assistito ad una progressiva ridefinizione, in senso economico, di tali categorie, verosimilmente sullo stimolo di modelli d’oltreoceano. È stato così che il mondo dei “ricchi” e dei “nuovi potenti”, probabilmente coronando un sogno secolare, è andato a scalzare quel mondo dei “signori” che, attraverso un termine oggi ormai un poco desueto, si era soliti definire come “società”, ultima erede delle antiche Corti rinascimentali o barocche, nonché originaria sede dell’arte della conversazione e delle più elette forme del "savoir vivre". A tal punto questi caratteri si riproducevano stabilmente nel corso delle generazioni che, a distanza di quasi cent’anni, ripercorrendo le vivide descrizioni del mondo parigino di Proust, mi pareva di veder evocati dalle pagine gli stessi ambienti ed addirittura i medesimi tipi umani che ero solito frequentare.
In quel suo originario ricetto, infatti, la parola non era mai intesa nelle forme di un mero strumento di veicolazione utilitaristica o, ancor peggio, in quelle di una rozza e strepitante esibizione verbale, infarcita di espressioni gergali di taglio anglicistico; essa altresì si configurava alla stregua di un esercizio geometrico di intelligenza e di distaccata ironia, inteso ad abbellire, attraverso l’armonica compostezza conferita dalle dovute forme, il soggiogante transito dei nostri fugaci giorni sulla terra. Nell’era delle nuove dominanze, al contrario, la conversazione si è banalmente tradotta in una scialba parafrasi delle proprie materiali ambizioni o, altrimenti, in un ininterrotto monologo autoreferenziale, persino spoglio della minima nozione di quel reciproco e civile ossequio che, un tempo, valeva a contraddistinguere il parlar signorile (e, talora, mi affligge il dubbio di così peccare anch’io).
Se non proprio del tutto morente o soppiantata, oggigiorno la “società” si presenta certamente come la languente ed esausta superstite di quel mondo del quale aveva rappresentato la parte intellettualmente più brillante ed influente: il reale baricentro del consorzio civile si è infatti sempre più spostato al di fuori del suo ambito, alla volta dei centri di potere più cospicui, espressivi della recente ricchezza e delle nuove dominanze; quest’ultimi, sorti in tempi spesso brevissimi e letteralmente catafratti nella propria logica intrinseca, fors’anche in grazia di un inconfessabile residuo complesso d’inferiorità, non si sono mai posti, nemmeno in via d’ipotesi, la possibilità di compenetrarsi e parametrarsi con quella realtà sociale che era a loro preesistente.
Ciò atteso, la “società”, quindi, conserva ancora una propria ragione di vita? È quanto ci proponiamo di sondare insieme, tentando di comprendere che cosa di lei ci sia rimasto ed indagando, altresì, intorno a ciò che possa, in ipotesi, definitivamente sostituirla.
La “società”, naturalmente, si è sempre composta di individui né migliori né peggiori, rispetto a quelli che costituiscono il resto dell’umanità, eppure in certo qual modo, quelli che vi partecipavano erano “diversi” o, quanto meno, tali si percepivano o si volevano percepire. In questo senso, contrariamente a quanto possa forse ritenere chi non le conosca a fondo, le “persone di società” non si considerano mai superiori a tutti gli altri, ma, molto più semplicemente, non riescono a sottrarsi alla consapevolezza di quelle particolari caratteristiche di abito mentale e di comportamento che le contraddistinguono dai soggetti che risultino estranei al loro ambiente.
Al più, se questo potesse costituire un pregio, anziché una mera caratteristica, si potrebbe ulteriormente osservare come, tendenzialmente, l’ “uomo di società”, quand’anche non particolarmente colto, quanto meno in dipendenza del retaggio offertogli dai proprî modelli familiari, comunemente dimostra una maggiore sensibilità, nei confronti dell’arte e della cultura umanistica in genere. Tutto questo, in ogni caso, non vale certo ad implicare alcun giudizio di merito: si può forse concludere che un cane da caccia, in sé e per sé, sia obiettivamente da considerarsi migliore o peggiore rispetto ad un cane da guardia o viceversa? Sono fra loro differenti e nulla più.
Di conseguenza, è, forse, una stupida forma di disprezzo sociale quella che porta la “persona di società” ad evitare l’assidua frequentazione dei soggetti che le siano culturalmente estranei, se non per l’obbligo dettato da pratiche contingenze (‘ché, anzi, in questo genere di circostanze, l’ “uomo di società” serberà sempre una perfetta cortesia, tanto esteriore quanto sostanziale, soprattutto con i proprî diretti dipendenti)? O, piuttosto, si tratta, invece, della semplice consapevolezza (di frequente corroborata dall’esperienza) di come un rapporto paritario, a fronte delle inevitabili differenze di impostazione, provocherebbe, quasi ineluttabilmente, delle gravi e reciproche difficoltà, nonché dei fraintendimenti, non di rado addirittura incresciosi? Fra l’altro, nemmeno è da sottovalutarsi il fatto di come, se la confidenza vera sia facilissima da concedersi, risulti poi difficilissimo il riuscire a revocarla, in una maniera soddisfacentemente civile.
Ma, a questo punto, giunti a dover offrire una ragione della “diversità” che contraddistingue l’ “uomo di società”, debbo probabilmente deludere il lettore, poiché tale “diversità” (al pari del fascino o della simpatia) è cosa che si avverte nei suoi effetti, ma che assai difficilmente può essere determinata nelle sue reali cause prime. In questo senso, anche l’”estraneo” che avesse impiegato anni ad acculturarsi artificialmente sui galatei e sulle cronache di Corte, altresì indagando i complessi rapporti di parentela e di amicizia che legano fra loro i membri di “società” della sua Provincia, ancora si troverebbe solo ad un punto di partenza. Non reggerebbe, infatti, ad un confronto, senza svelarsi, nemmeno nei riguardi di un gentiluomo straniero che si trovasse appena di passaggio nella sua città.
Si assisterebbe, in tal modo, a quell’inquietante paradosso, eminentemente contemporaneo, di una classe di nuovi potenti la quale, se da un lato si compiace di programmaticamente irridere i criterî tradizionali del decoro — volentieri adottando, per un risibile sussulto di demagogica mimesi, le fogge e le abitudini dello straccione — d’altro canto, in modo pressoché grottesco, ricerca spasmodicamente una posticcia ed estrinseca legittimazione, acquistando i simulacri vuoti di quel mondo che ha concorso a distruggere. Se ne possono allora scorgere gli esponenti, febbrilmente affannarsi nell’esibizione di una cultura "à la page", assai di sovente d’accatto (spacciata, ormai anche nelle scuole e negli atenei, per “vera cultura”), se non addirittura nell’acquisto delle antiche dimore dei signori decaduti, per poi abitarle con la medesima, inconsapevole goffaggine di quei barbari che s’accampavano tra le ubertose rovine dei templi romani, quasi a coronare, a rovescio, il sogno antico di una "jacquerie". Infatti, si può diventare parte del potere a seguito di una semplice operazione elettorale, del mondo dei ricchi, quasi istantaneamente dopo una fortunata tornata di Borsa, ma, per formare un “signore” (od una sua credibile replica), come soleva rammentarmi il nonno, occorrono almeno sette generazioni, non già per misteriose virtù del sangue, bensì poiché soltanto il lungo trascorrere del tempo vale a consentire ad una famiglia di assimilare, consolidare e trasmettere quel patrimonio di abiti mentali, di riferimenti culturali e di consuetudini relazionali che costituisce il fondamento stesso della “società”.
Per equa simmetria, l’abbandono delle consuete forme viene a decretare l’esclusione del soggetto dalla “società”, quand’anche appartenente alla famiglia più antica e titolata. Intendiamoci, si tratterà, per lo più, di una risoluzione consensuale; salvo che in caso di clamorosi accidenti, infatti, non è che si venga a negare il saluto al trasgressore, o si finga di non essere in casa quando questi decida di giungere in visita, molto più semplicemente, sarà il contravventore stesso a partecipare sempre più raramente ai consueti ritrovi e, poi, magari anche ad eclissarsene del tutto, probabilmente in favore della frequentazione dei circoli dei nuovi ricchi e dei recenti potenti, i quali, a loro volta, meneranno vanto di questa nuova acquisizione, ostentandola a riprova della propria raggiunta predominanza sociale.
Per concludere, dopo aver brevemente accennato a cosa di lei ci sia rimasto, esiste alcunché, dunque, in grado di poter sostituire la vecchia “società”, in una maniera che maggiormente si confaccia agli esiti dell’evoluzione mondiale, ovvero in quella direzione nella quale ci vogliono fermamente assicurare che il mondo si sia ineluttabilmente indirizzato? Ve ne affido il giudizio; per parte mia, sarei orientato a concludere plausibilmente di no, giacché, a ben meditarci, con ogni probabilità, la cosa nemmeno si rivela propriamente necessaria …
La "Società" testo di Michele 57