La memoria sfiorata - Prima parte

scritto da cornioletum
Scritto 13 anni fa • Pubblicato 13 anni fa • Revisionato 13 anni fa
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Testo: La memoria sfiorata - Prima parte
di cornioletum

LA MEMORIA SFIORATA

Ottobre 2012

Erano quattro sorelle. Perlomeno quelle che io ho conosciuto. In realtà erano cinque, poiché come mi raccontarono da ragazzino, la minore di nome Liliana morì piccolissima negli anni trenta soffocata dalla crup. Dicono che mio nonno, che desiderava un erede maschio, quando seppe di essere diventato padre di una quinta femmina disse solo una parola: “Basta”.
Le sorelle erano nate e abitavano a Osimo, nelle Marche.

Una di loro era mia madre.

E’ curioso il modo in cui mia madre e mio padre si conobbero: ai loro tempi su molte riviste c’erano rubriche dedicate alla conoscenza tramite corrispondenza. In genere una pratica del tutto innocente. Si pubblicava un’inserzione, dando un proprio profilo ed un indirizzo e … si attendeva. Così aveva fatto mia madre. Mio padre, da Milano, scelse da una rivista una di quelle inserzioni, rispondendo più per scherzo che per altro. Poi continuarono a scriversi, mio padre alla fine scese a Osimo per conoscerla e nel 1951 la sposò portandola a Milano.
Oggi tutto si sarebbe risolto con pochi clic su Internet …

Fatto sta che sin da piccolissimo passavo una parte dell’estate a Osimo. Lì abitavano ancora una mia zia e i miei nonni materni. Un’altra zia si era sposata e trasferita ad Ancona mentre un’altra aveva preceduto mia madre sposando un milanese e andando ad abitare a Milano.

Per me, nato e vissuto a Milano, Osimo è stata nella mia infanzia una seconda casa: ho imparato a conoscerla, a capirne il dialetto. E sempre nella mia infanzia ho avuto modo di ascoltare da mia madre e dalle sue sorelle storie legate a Osimo.

E qui sta il punto: ciò che ascoltai da ragazzino erano ricordi altrui. Alcuni diretti, altri riportati; spesso non sono storie compiute ma semplici accenni. Viene il dubbio che, come spesso succede, nel corso del tempo il racconto si sia deformato o dilatato o abbia perso dettaglio. Fiabe o realtà ?
Ecco perché parlo di memoria sfiorata: anni fa ci sarebbe stata, forse, l’occasione di riafferrarla, di verificare tali fatti ma ora non è più possibile. Di quelle sorelle solo una mia zia è ancora viva, ma non posso chiederle nulla perché con un lieve sorriso si è arresa all’Alzheimer.

Quindi posso solo accennare a ciò che rimane…

Rimane il ricordo delle origini di mia nonna materna.

Era stata trovata nella “ruota”, quel meccanismo posto nelle mura di ospedali o istituti religiosi che funzionò per secoli in Francia, in Italia, in Spagna e in Grecia. In Italia venne ufficialmente abolita solo nel 1923.

A volte c’era l’usanza, ai fini di un eventuale successivo riconoscimento da parte di chi aveva abbandonato la creatura, di inserire nella ruota anche qualcosa che potesse in seguito legittimare, tramite la conoscenza di tali particolari, il riconoscimento stesso.
Potevano essere documenti, collanine, o altro.
E così era stato per mia nonna. Avvolta in fasce di tessuto tutt’altro che dozzinale, accompagnata da un foglietto che recitava: “Mi chiamo Marta”. E c’era anche una collanina con un cammeo spezzato a metà.
A mia nonna quel nome fu lasciato. Il cognome, come avviene in questi casi, fu assegnato per così dire d’ufficio.

Nessuno cercò mai nel corso degli anni di riconoscerla come figlia ma mia nonna era una donna con un carattere non comune e l’intraprendenza non le difettava.
Sembra che, non rassegnandosi all’idea di non poter conoscere le proprie origini, abbia svolto delle ricerche. Chissà come arrivò fino a una donna di una ricca e stimata famiglia del posto.
Chiese e ottenne, senza rivelare le sue intenzioni, di poter avere un colloquio con lei.
Nel faccia a faccia che ne seguì mia nonna espose le sue convinzioni. L’altra negò nel modo più assoluto dandole della pazza.
E qui, ma sicuramente entriamo nella leggenda, mia nonna esclamò: “Io lo so di essere vostra figlia, anche se lo negate. E per questo il Signore vi punirà !”.
Poco tempo dopo la donna passò a miglior vita.

Rimane il ricordo di un prete un po’ particolare.

Padre Gustì, diminutivo dialettale di Agostino, oltre ad onorare le sacre scritture onorava degnamente anche il vino. Quando imbottigliava, durante l’operazione di travaso dalla damigiana, poteva capitare che un po’ di vino fuoriuscisse e si versasse. Il lato debole del prete allora si rivelava: si lasciava sfuggire qualche solenne bestemmione.
E allo stupore ingenuo di mia madre che aveva assistito alla scena - “Padre Gustì, ma che dite ?“ – rispondeva: “Eh, fija mia, quando ce vole ce vole !!!”.

Rimane il ricordo dei nomi inventati.

Non mi sono mai spiegato il perché, ma spesso le persone venivano chiamate con nomi che nulla avevano a che fare con quelli registrati all’anagrafe. Non soprannomi, e questo sarebbe comprensibile, ma veri e propri nomi che poi ti rimanevano appiccicati per tutta la vita relegando nel dimenticatoio quelli veri.
Ad esempio, mio nonno si chiamava Carlo. Ma tutti lo conoscevano come Clemente. C’è da dire che in effetti quel nome rispecchiava il suo carattere estremamente pacato e mite.
In altri casi l’origine era un mistero: una mia zia nata come Tersilia, venne sempre chiamata Elvira. Mia madre, Sabina, è stata sempre conosciuta come Elsa.
Era anche diffuso l’esercizio di imporre ai propri figli nomi non proprio comuni. Forse per sentimento anticlericale ? O era un esercizio d’inventiva ?
Ho conosciuto persone che di chiamavano Silena, Valdoro, Coriolano, Sirio, Amorina.
Oltretutto, a quei tempi, sembra che all’atto del battesimo non fosse così facile imporre nomi non contemplati nel Martirologio. Oggi i Kevin e le Diamante si sprecano.

Rimane il ricordo di un’insolita legna.

Inverno, freddo e mancanza di soldi. Il connubio di questi elementi poteva generare grossi problemi.
Le case non avevano riscaldamento e le uniche fonti di calore erano il camino, per chi ce l’aveva, e la stufa della cucina. Ricordo ancora la stufa in ghisa nella casa dei miei nonni. In uno sportello sulla parte anteriore si inseriva la legna da bruciare. Sopra, i fuochi, erano costituiti da una serie di cerchi concentrici che si potevano, tramite un apposito ferro, togliere o mettere per aumentare o ridurre l’area dalla quale usciva il calore verso l’alto. Sempre sul ripiano della stufa, su un lato, c’era una cassetta metallica che veniva riempita d’acqua. Si aveva così una piccola quantità d’acqua calda sempre pronta.
Infine, al tubo che usciva verso l’alto, erano fissate delle stecche orizzontali orientabili che potevano servire da stenditoi per qualche indumento da asciugare in fretta.

La brace ottenuta dalla stufa era poi utilizzata la sera, per riempire il cosiddetto “prete”. Questo era quel particolare scaldino che veniva inserito nei letti, sotto le coperte, per togliere umidità e garantire un po’ di tepore quando si andava a dormire.

Una volta i miei nonni rimasero senza legna. Soldi per acquistarla non ce n’erano e non riuscivano a ottenere credito. Fu forse l’unica volta che mio nonno, contravvenendo al suo carattere mite, prese un’iniziativa singolare ed anche coraggiosa. Mia nonna lo vide uscire di casa in piena notte, nel gelo, intabarrato il più possibile alla ricerca di qualcosa da bruciare.
Quando lo vide tornare non credeva ai suoi occhi: mio nonno trascinava un grosso palo di legno. In pratica, munito di sega e accetta, aveva cercato in un posto il più isolato possibile uno di quei pali che reggevano i fili della luce.
A causa della sua lunghezza il palo non poteva neanche essere portato in casa. Del resto mio nonno se l’era portato via intero perché quello era il modo più semplice di trasportarlo.
Fu segato e tagliato in tutta fretta sull’uscio.

Rimane il ricordo del Borgo che sfoggia la propria eleganza.

Una mia zia era sarta. Questo permetteva a lei, alle sue sorelle e ai genitori, di vestirsi all’occorrenza con buon gusto. La spesa da sostenere era quella per il tessuto e le finiture.
L’abilità di mia zia faceva il resto.

Qui è necessaria una piccola spiegazione: Osimo è costruita su un’altura. Nel corso del tempo, espandendosi, si è estesa anche verso il basso. La parte più vecchia e più nobile era quindi quella alta, quella che comprendeva la piazza, il duomo e il corso principale.
Scendendo si arrivava ai quartieri più popolari. Un’erta via scendeva dal centro fino al quartiere dove abitavano i miei nonni: il Borgo. E la via si chiama tuttora Costa del Borgo.

Il sabato o la domenica mia madre e le sue sorelle si concedevano una passeggiata in piazza o lungo il corso. Nel paese tutti si conoscevano e poteva capitare che qualcuno dei quartieri “bene”, incrociandole e vedendo quelle popolane ben vestite, esclamasse con stupida ironia: “Eh, il Borgo sfoggia !”.

Rimane il ricordo di un ballo mascherato e di un costume troppo lungo.

Dell’abilità di mia zia come sarta ho già detto.
Ciò le permise anche di realizzare dei costumi per sé e per le sue sorelle per partecipare a un ballo mascherato.

Un anno il Comune aprì una sala comunale per una festa in maschera aperta a tutti.
Le sorelle decisero di esserci.
L’idea era di partecipare senza farsi riconoscere, quindi i costumi preparati furono dei Domino, cioè lunghe vesti munite di mantello e cappuccio e ovviamente di maschera per il viso.

La sera della festa riuscirono ad arrivare al luogo del ballo senza farsi notare e, mascherate nei loro Domino, entrarono.
Nel salone c’era anche un’orchestrina, che suonava i motivi in voga a quel tempo. Uno dei pezzi che riscuoteva più successo era “In The Mood”, una musica di Joe Garland, sassofonista di Louis Armstrong, composta nel 1939 e portata al successo da un’incisione dell’orchestra di Glenn Miller. La guerra era finita da non molto, e quella musica, che arrivò in Italia con il titolo di “Ritmomania”, sembrava incarnare perfettamente la voglia di dimenticare quegli anni bui e di potersi finalmente divertire.
La struttura di quella composizione permetteva all’orchestra un giochetto: quando sembrava che fosse finita, un attimo di silenzio e… si ricominciava da capo con il ritornello martellante.
Al che, anche dai ballerini più incalliti, dopo un quarto d’ora di “ta-da-da-ta-da-da-ta-da-da-ta-daa-daa-daa…” iniziava a levarsi un’implorazione: “Noo… bastaaaa !”.
Comunque, la serata fu veramente piacevole. La zia sarta aveva trovato un cavaliere che durante i balli cercava di capire chi si celasse dietro la maschera. Lui la tempestava di domande e lei cercava di rispondere il meno possibile, per non correre il rischio di essere riconosciuta. Purtroppo il tizio, deciso più che mai, non la mollava.
Si fece tardi. Mio nonno arrivò al luogo della festa per riaccompagnare a casa le figlie (la morale del tempo lo imponeva). Il primo problema da risolvere era quello di prelevare le figlie. Riconosciuto lui… smascherate le ragazze. E il gioco dell’identità nascosta sarebbe andato a farsi benedire.
Quindi si fermò sull’ingresso e scrutò nel salone individuando le figlie. Un impercettibile segno del capo segnalò loro: “Andiamo a casa ?”. E uscì per aspettarle poco distante.
Il secondo problema era più serio: l’impiccione non si staccava da mia zia. Le altre sorelle, intanto, riuscirono una ad una ad eclissarsi, lei… no.
Ad un certo punto ecco il miracolo: il suo cavaliere di tutta la sera dovette andare in bagno. Era il momento giusto, del tipo ora o mai più. Mia zia si precipitò verso l’uscita ma fu tradita proprio dal costume che aveva confezionato con le sue mani. Era una veste, come già detto, lunga quasi fino a terra. Per camminare o ballare poteva andar bene, non certo per correre. Infatti inciampò nell’orlo del costume e finì lunga distesa a terra.
Non diede neanche tempo agli eventuali soccorritori di aiutarla a rialzarsi. Nonostante l’imbarazzo e il dolore per la botta, in un attimo era già in piedi e fuori di lì.
Tenendo il costume un po’ sollevato raggiunse e sorpassò il padre e le sorelle al grido di “Curìde, curìde…”. (“Correte, correte…”)

Mio nonno, che si aspettava un atteggiamento del tutto opposto, non riusciva proprio a comprendere tutta quella voglia di tornare a casa. “Che figlia strana… boh !”

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