Era una cittadella, non avrebbero incassato molto, ma il tour era stato faticoso, troppe date ravvicinate e un gran lavorio per montare e rismontare il tendone, e macinare chilometri logorava artisti e animali.
L'Epifania in paese avrebbe rallentato un po' i ritmi, non si sarebbero esibiti in tutto il repertorio.
Il leone sarebbe salito sulla sua pedana a sbadigliare un po', i cavalli avrebbero fatto un paio di rondò scarrozzando l'equilibrista, le foche battuto le pinne un-due-tre stella, e tutti gli altri una sfilata e via, a rilassarsi sulla paglia per un po'.
Soltanto le scimmie se la spassavano sempre, discole e instancabili con i loro giochetti tra il pubblico divertito e sospettoso di tiri mancini.
Il circo Dumbo non aveva una gran fama; erano tempi duri per le piccole compagnie, non si riusciva a tenere testa ai big della magia, delle illusioni, dei grandi spettacoli internazionali.
Ma aveva abbassato il costo del biglietto e si era giovato dello snobismo dei famosi. Girava tutta l'Italia, di continuo, non annunciava con grandi parate, ma limitandosi a un giretto per le vie con i loro carrozzoni arcobaleno.
"Ho dato la libertà agli animali", sprofondando di peso sulla poltrona cenciosa. "Nemmeno un soldo, al tipo dello zoo", stappandosi il suo fidato Daniels.
"Perché?", sbigottita e addolorata.
"Per i soldi, cosa credi? Non ne ho avuti ma non li spenderò neanche. Almeno so che avranno di che mangiare...", tracannando con rabbia.
A lungo andare, la scarsità di pecunia aveva azzoppato la fragile struttura del circo Dumbo.
In molti avevano mollato, a ragione; la vita costava e avevano tutti qualcuno a cui badare.
A un paio di giorni dall'Epifania di paese, ci si era ridotti allo spettacolo dei cavalli, ai clown giocolieri, l'uomo siddetto più forte del mondo, due filippini contorsionisti, e poco altro.
"Senza gli animali...".
"... siamo fottuti, lo so!", urlando disperazione.
Pablo era il domatore di un leone invecchiato con lui che, ormai, avrebbe concluso la sua vita altrove.
Sua moglie Ester si era sempre occupata dei bilanci, esercitandosi tutta una vita su un filo che non aveva mai visto i fari della ribalta. La paura la prendeva sempre a metà del percorso e carambolava sulla rete, rassegnata al fallimento.
"Devi salire lassù".
C'era proprio bisogno di nuovi numeri e il tempo stringeva. Pablo era sempre stato taciturno e arcigno, come il suo leone; la vita matrimoniale era sempre stata discorsi concreti sul circo e porte chiuse ai sentimentalismi.
Ester sapeva che non sarebbe servito discutere e, oltretutto, stava affogando i suoi fallimenti e sarebbe stato sordo a qualsiasi piantarello.
Uscita dal loro nido sverniciato, si era avviata di gran carriera verso il tendone, strofinandosi via le lacrime belle cariche di rabbia repressa.
Le avrebbe giovato un monte su cui strillare quel silenzio che le attorcigliava le budella.
Qualche luce lampeggiava il cavo così alto, da un capo all'altro, senza rete; se fosse salita a esercitarsi, chi avrebbe potuto attutire la sua vita?
Vetri infranti di fuori avevano interrotto i suoi pensieri di guerra con se stessa e l'avevano attirata a curiosare. Fosse stato qualche ubriaco, avrebbe colto l'occasione per tirar fuori a gran voce quella richiesta di aiuto che la ossessionava.
C'era lui, l'uomo della provvidenza, un gitano a piedi nudi, randagio e sporco di vita vissuta. Frank. Lui avrebbe salvato le sorti del circo, due giorni dopo.
C'era un rettangolo di vetri verdi e trasparenti e casse di bottiglie vuoti a perdere.
Ester non gli aveva chiesto niente; aveva assistito a tutto l'allestimento del numero, circondata silenziosamente da tutti gli altri, compreso Pablo, arrivato bellicoso e rimasto a bocca aperta.
Quell'uomo aveva percorso il tappeto di vetri a piedi nudi, a braccia aperte, col viso rivolto al cielo, lasciandosi dietro schegge insanguinate senza emettere il minimo gemito di fastidio.
Assunto, certo, valeva la pena, ammesso che avesse potuto rifarlo entro un paio di giorni.
Frank aveva sorriso e assentito e mostrato le piante dei piedi, callosi e bucati e sofferenti per chiunque ma non per lui.
"Meditazione o roba del genere, tipo... un fachiro. Per me va bene, cazzo se va bene", aveva gioito Pablo dandogli una pacca sulla spalla.
'L'uomo che cammina sui pezzi di vetro' sarebbe stato la grande attrazione, non si era mai visto e la gente adorava il dolore degli altri, sì avrebbe tirato qualcosa di più sul prezzo.
Ester era pronta, se lo ripeteva come un mantra, aspettando il suo turno contorcendosi le mani, mentre un ragazzo sputacchiava fiamme con modi un po' impacciati: si era sempre occupato degli animali, il giovane Mangiafuoco.
"Guarda in alto, non pensare al filo"; erano le prime parole che pronunciava.
Ester aveva incontrato il suo sguardo.
"Ho paura".
Pablo l'avrebbe aspettata all'altro capo, tenendo la fune che la legava in vita, ma non era una garanzia come la rete, e sotto avrebbero già steso il camminamento di vetri, e se non ce l'avesse fatta...
"Io ci sarò", stringendole le mani per bloccare l'ansia.
Gli aveva creduto, istintivamente, ed era salita su per la sua scaletta con un senso di sicurezza. Una volta assicurata la vita al filo teso del marito all'altro capo, in un silenzio di occhi rivolti in alto in ammirazione e aspettativa, Ester si era fatta coraggio e aveva intrapreso il suo momento di gloria.
Sentiva addosso soltanto lo sguardo di Frank, così forte da darle i brividi dentro, come se la tenesse abbracciata su quell'esile sostegno sul baratro. Avevano passato insieme quegli ultimi due giorni, con lui a tirarla giù dalla rete e riaccompagnarla alla scaletta mille volte, senza parole, stringendole le spalle: in quel contatto, quel gitano misterioso l'aveva sostenuta come mai nessun altro avesse fatto con cascate di discorsi motivazionali, condividendo la sua fatica e il suo sogno.
Un passo avanti l'altro, metà del tragitto, con gli occhi alla punta del tendone, le braccia tese, e sì stava funzionando. Non sentiva la fune tesa del marito che sudava freddo, intento a finire la serata il prima possibile.
Forse era stata la sua fretta a farle muovere il passo falso; con un piccolo strattone involontario, Ester aveva smarrito l'equilibrio e Pablo la presa. Mancavano pochi passi ma la prova era fallita, ed Ester aveva chiuso gli occhi vitrei di terrore, in un volo a caduta libera sui vetri.
Ma Frank aveva salvato il circo, si era detto prima.
Con uno slancio misurato, si era lanciato sui vetri già pronti, scivolando di schiena su quelle punte inclementi, nel punto esatto in cui Ester sarebbe caduta.
Il sangue scorreva a fiotti, al suono delle urla atterrite del pubblico, e Frank muto, occhi negli occhi con Ester, sostenuta in vita in perfetto equilibrio, paralleli: il volo d'angelo si era concluso sulla porta dell'inferno.
I vetri erano tanti e affilati e letali e non c'era la sicurezza della rete a garantire per la sua vita in tempo con l'arrivo dei soccorsi.
Non aver paura di volare testo di Deaexmachina