LA MODA.
Un ipotetico viaggiatore del tempo che, sopraggiunto dal passato, si trovasse, per caso, a transitare in primavera, per una delle nostre città di provincia, non si potrebbe che sconcertare.
Se questo improbabile personaggio, poi, prima di avventurarsi negli (per lui ancora ignoti) scenarî del futuro, avesse anche seguito un corso accelerato, per poter apprendere una sommaria nozione del valore del danaro, nonché della complessiva ed ufficiale situazione socio - culturale della nostra epoca, a quel punto, credetemi, si troverebbe addirittura ad essere atterrito ! Riterrebbe sicuramente, infatti, d’essere atterrato in un accampamento d’Ottentotti ! O, ancor meglio, osservando le vestigia delle età a lui note, tutto lo indurrebbe a ritenere di scorgere, nella gente che passeggia tranquilla e nelle vetrine, l’epigono di una destruente invasione barbarica e, quindi, si affretterebbe immediatamente, alla volta della sua capsula intertemporale, pervaso da una ben comprensibile angoscia.
Purtroppo, quest’ultima operazione non si rende a noi possibile e dobbiamo dunque adeguarci al pensiero che tutto quanto ci attornia sia giusto ed assolutamente … “normale”.
Un tempo, si sconsigliavano i giovani provveduti dall’incamminarsi la notte per le strade: «Di notte s’incontrano persone losche!», pare ancora ammonirmi l’eco lontana della voce della mia vecchia nonna. Ma, se si volesse essere conseguenti rispetto a questa ragionevolissima opinione, al presente, si dovrebbe proibire ai nostri poveri figlioli di uscire anche di giorno, poiché è certo che, mai come di questi tempi, le vie e le piazze letteralmente pullulano di personaggi dall’aspetto equivoco; anzi, questi ceffi si sono così assuefatti alla luce del sole, da potersene andare tranquillamente a riposare la sera. È così che, solo nelle tenebre lievi della notte inoltrata, interrotte dal frequente lucore dei lampioni, la città può finalmente riprendere quel suo aspetto di aggregazione civile, che l’aveva contraddistinta, ugualmente nei secoli più buî della Storia.
È questa l’epoca dell’uguaglianza, tutti gli uomini sono uguali e l’incivile (scusatemi, volevo dire lo spontaneo) possiede il medesimo diritto che ho anch’io di sedersi al tavolino del caffè del centro. Se, poi, al contrario di me, che mi limito ad ordinare ed a leggere il giornale, il “nuovo venuto” strepita, accomoda le estremità inferiori sulla sedia di fronte, socializza rumorosamente con il cameriere ed affligge i circostanti con la propria rozza presenza e con i suoi ancor peggiori ragionamenti (espressi ad alta voce), pazienza! Pazienza, amici miei cari, si tratta soltanto di un doveroso ed innocuo tributo che si deve pagare all’era della democrazia e guai a chi osasse pensarla diversamente! Vogliamo forse tornare alla segregazione razziale, proprio oggi che non usa più ed è stata vietata anche in Sud Africa e negli Stati Uniti d’America?
Del resto, non notate come questo nuovo genere di clientela appaghi assai di più la giusta dignità sociale dei camerieri? È finalmente giunto chi li chiami familiarmente per nome e, mentre gli batte la mano sulla schiena, discute con loro sui fatti del giorno, nonché sugli affari proprî e su quelli degli altri avventori. Com’è simpatico questo nuovo genere di persone! Se non riesce a familiarizzare, si sente immediatamente escluso, emarginato … non vedete con quanta timorosa trepidazione sollecita il “tu” del gestore? Non vedete con quanto orgoglio ne accoglie l’onorevole presenza al proprio tavolo? Basta solo che il gestore, con regale condiscendenza, si accomodi sulla seggiola di fianco, per riempire questo nuovo genere di cliente di giustificato orgoglio, eccolo sentirsi nuovamente a casa; poverino, basta così poco a farlo contento!
Che differenza con quei freddi e vecchi avventori, i quali chiamavano “cameriere” il cameriere e si limitavano a passargli le ordinazioni. Quando se ne andavano, poi, osavano addirittura lasciargli la mancia!
Quelli "nuovi", oggigiorno, talvolta, non pagano neppure la consumazione, ma vogliano mettere la loro simpatica umanità? Tornate, tornate ancora, amici cari! Senza le vostre auto e le vostre motorette, gli spazi fra i tavolini appaiono così vuoti …
Da cosa mai, poi, derivi questa nuova moda è persino evidente: come si potrebbe pretendere un atteggiamento men che familiare, da parte dei vicini di casa, dei loro figli o dei loro, più o meno lontani, nipoti? La modernità, che tutto ha elevato, permette anche questo e non ce la si deve prendere se l’improvvisato “signore” (precario od in pianta stabile), vedendosi servire da un cameriere ancora così simile a lui, avverta l’obbligo morale di annullare ogni posticcia differenza.
Il nuovo “signore” si potrà così sentire assolto dalla sua artificiosa posizione ed il cameriere ed il gestore, a loro volta, socialmente elevati, ma, così come si usa fra i veri signori, ciascuno farà finta di non darlo a vedere ed il benefico giuoco continuerà così a procedere, ad esclusivo scorno di quei pochi irriducibili che si ostinano a non volersene adeguare.
È così anche nei negozi, nei laboratori, nelle lavanderie, nei ristoranti, nelle officine; nelle portinerie no, perché una minima distanza bisogna pur mantenerla, nei confronti di chi si trovi ad abitare in un ristretto appartamentino del sottoscala …
Non si deve, però, essere indotti a ritenere che i camerieri, i commessi e gli edicolanti appartengano ad una categoria di gente ingrata ed, infatti, tutti costoro gratificano ogni membro del gruppo dei “nuovi signori”, con l’appellativo di “dottore”, una reale panacea ed un termine davvero omnicomprensivo di questo genere di clienti. I laureati veri, in ispecie se figli di scalpellini, apprezzeranno che, mediante l’esibizione di tale titolo nei loro confronti, si venga ad ufficialmente riconoscere il raggiungimento della loro superiorità sociale, mentre quelli “finti” si sentiranno davvero edificati dal fatto che li si possa ritenere “gente superiore”.
Che tale titolo di studio sia, ormai, del tutto inflazionato e che, da oltre due secoli, non conferisca nemmeno più uno “status” di nobiltà personale, è meglio non ricordarselo; si correrebbe il grave rischio di passare per degli stolti retrogradi e, credetemi, questo non è affatto di moda.
Ma, seguitando nella nostra solitaria osservazione della moda d’oggidì, avventuriamoci, nell’ora dell’aperitivo, per qualche strada “in” della città e soffermiamoci, in particolar modo, sui giovani, poiché quest'ultimi, abbandonato il tentativo (poco riuscito) di imitazione dei vecchi signori che avevano abbozzato i genitori, sono proprio loro che, senza assolutamente avvedersene, si sono avvicinati alla propria matrice d’origine più remota.
Non è certo un caso che costoro molto abbiano mutuato dagli Stati Uniti: un Paese davvero “nuovo”, nel senso più anglosassone del termine, i cui mitici archetipi appartengono ad un ambito di civiltà rurale, assai simile a quello dei butteri della nostra Maremma. Che, quindi, degli statunitensi si richiamino al retaggio dei loro antenati “cowboys” è cosa del tutto naturale, ma che degli europei, a tutti i costi, avvertano il bisogno di rifarsi ad un avo bovaro (che, magari, nemmeno hanno mai avuto) lo parrebbe assai di meno. Inoltre, un americano che fosse punto dalla vaghezza d’abbigliarsi in maniera più convenzionale si troverebbe ad essere gravato da costi difficilmente sostenibili, mentre un italiano, per nostra fortuna, al momento, ancora non si trova a versare in una simile situazione.
Per offrire una risposta esauriente a questo apparente paradosso, dobbiamo ricordare come ogni italiano, sia pure se inconsciamente, si trovi ad essere l’erede spirituale di Leonardo da Vinci, di Macchiavelli, di Giolitti e … del “pazzariello” napoletano. Ciò posto, nella maggior parte dei casi, troppo poche generazioni si sono avvicendate, per non fare apparire come “camerieri vestiti a festa” quei nuovi ricchi che cedessero alle lusinghe d’un abbigliamento convenzionale ed, allora, ecco che, con ingegnosità tipicamente nostrana, si va ad abbracciare la moda all’americana: più si appare bovari e più ci si può considerare “in”! In più, folte chiome, basette, baffi e barbe si rivelano un vero toccasana, per poter meglio camuffare l'effetto estetico dato da lineamenti grossolani e volgari.
Osservavo, proprio oggi, come, particolari di questa moda estiva, siano, per le donne, delle sorte di camici bianchi da infermiera generica di corsia. Chissà con quale costo astronomico questi capi d’abbigliamento saranno andati ad intaccare i magri bilanci di tante povere famiglie! Questo, poiché, mi ero dimenticato di farlo osservare, la moda della palandrana da fatica, al contrario di quanto accade negli Stati Uniti, in Italia è carissima e degli abiti che, assai probabilmente, si rifiuterebbero di ritirare a titolo gratuito i negri di qualche sperduta missione africana, sono invece contesi, a suon di marenghi, sui banconi dei migliori negozi nostrani.
Insieme a quei pochi ostinati che, come me, rifiutano di godere dei gustosi frutti ammannitici dall’epoca democratica, esiste un’ultima categoria di individui che ancora riesce a conservare una certa qual sua dignità: i veri poveri nostri connazionali ed i barboni autoctoni.
Si è convertita in una ventura oggi assai rara quella di potersi imbattere in qualcuno di costoro, anziché in qualcuno di quei loro succedanei, rom o d’estrazione extracomunitaria, tali soltanto per oculata scelta professionale, ma se mai vi capitasse di riuscire ad incontrarne davvero qualcuno, osservateli attentamente: siedono con dignità, quasi compostamente, non gridano mai (se non, talvolta, quando ubriachi), non tentano approcci confidenziali con nessuno, quasi nemmeno fra di loro. Come me ed i miei simili, essi sono i rimasugli casuali d’un’epoca ormai trascorsa, perché, nei tempi attuali, con la democrazia, i veri poveri non sono più di moda, non esistono più come categoria autonoma e guai ad affermare il contrario! Non ci credete? Provate a sostenere il contrario …
La Moda. testo di Michele 57