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Martina si guardò attorno.
Le sale del piccolo museo erano quasi completamente vuote: due famiglie di turisti si aggiravano spaesate, un anziano era entrato lì solo per ripararsi dalla calura di quell’ultima settimana di luglio, un custode annoiato era concentrato unicamente sul proprio smartphone…
Per il resto non c’era nessuno; forse quello era il motivo per cui sempre più spesso Martina si rifugiava lì tutte le volte che ne sentiva il bisogno. Quello, e il silenzio.
Nessuno sembrava degnarla di uno sguardo, complice l’abbigliamento volutamente anonimo: jeans scuri e maglietta nera. Forse, se qualcuno l’avesse vista, vista veramente, sarebbe stato incuriosito dalla sua presenza; si sarebbe chiesto come mai una ragazza preferisse passare il sabato pomeriggio lì, piuttosto che con gli amici, in uno dei tanti luoghi di aggregazione sociale che spesso si formavano spontaneamente nei posti più improbabili.
Martina aveva frequentato luoghi simili, in genere trascinata da qualche amica più entusiasta di lei. Ma in quei giorni, e soprattutto in quel sabato, non le andava. Non voleva vedere gente, perdersi nell’inevitabile vacuità di certe compagnie, dove il numero andava a sostituire la sincerità, fingere una serenità che non aveva.
Non voleva nemmeno rimanere a casa. La sua camera era stata per anni un rifugio, una tana, un luogo sicuro, ma ultimamente non lo era più: era solo una stanza piena di oggetti ormai inutilizzati e lasciati a prendere polvere. Non riusciva a spiegarsi il motivo; qualcosa era cambiato, qualcosa le mancava, e lei non sapeva cosa.
Rimaneva soltanto il museo.
Martina passò accanto allo scheletro del tirannosauro – ovviamente falso, ma garantito come un’accurata ricostruzione – e continuò fino alla sala della preistoria, dove la attendevano quegli improbabili diorami che tanto l’affascinavano quando era piccola.
Una delle due famiglie – quella che sembrava tedesca – aveva desistito e guadagnato l’uscita, l’anziano si era messo pericolosamente sotto un condizionatore, il custode era chiaramente perso nel suo feed di Instagram.
C’era un’altra persona nella sala, un volto noto. Martina valutò l’idea di una fuga, le possibilità che aveva di allontanarsi senza essere vista, ma in quel momento l’altra ragazza alzò la testa nella sua direzione.
«Martina? Ciao, che fai qui?»
Per lo meno non era nessuno della sua classe o del suo giro di amici. Non vedeva Dafne almeno da cinque anni, da quando quest’ultima si era trasferita fuori città, e comunque anche quando abitavano vicine, nello stesso complesso di edifici, non erano mai state particolarmente amiche: avevano frequentato scuole differenti, ambienti differenti, differenti amicizie, e, soprattutto, Martina l’aveva sempre trovata leggermente irritante, con quel suo voler essere sempre ‘diversa dagli altri’.
Però, per qualche strano motivo, l’altra ragazza – nonostante la minigonna e la maglietta colorata – non sembrava assolutamente fuori posto in quel museo.
«Ciao, Dafne. No, niente. Stavo… cercando informazioni per una ricerca. La devo consegnare lunedì e…»
«Qui? Sei sempre alle elementari?»
«No, ovviamente no», balbettò Martina, «è che…»
«Dai, non importa, scherzavo.»
«È tanto che non ci vediamo. Come stai?», riprese Martina cercando di ostentare una disinvoltura che non aveva.
«Bene, da qualche mese veramente bene. E te?»
«Ehm… bene, dai.»
«Ok, non è vero, ma prenderò la tua risposta per buona.»
«In che senso?»
«Lascia perdere, ci andremmo soltanto a confondere l’una con l’altra, e non ne abbiamo il tempo.»
«Il tempo?»
«Sì, sai, il tempo… quella cosa che scorre continuamente, senza fermarsi mai.»
«Aspetta, Dafne. Non ti sto seguendo, non ti capisco.»
«Non importa capire sempre tutto, sai? Comunque, cosa fai, visto che la ricerca era chiaramente una scusa? Rimani qui a guardare i diorami sbagliati sull’homo habilis?»
Di colpo Martina si rese conto di essere stata investita da un… da qualcosa; non avrebbe saputo nemmeno dire da cosa. Forse non uno tsunami, ma per lo meno un bell’acquazzone.
«Sì… cioè no», riuscì a balbettare cercando di tenersi a galla.
«Vieni con me allora. Non ti preoccupare, non ti porto in nessun posto pericoloso, in nessun luogo di perdizione. O forse sì.»
Trascinata da Dafne, Martina uscì dal museo, immergendosi nella calura estiva di quel pomeriggio.
L’altra ragazza la portò fino a uno scooter che aveva visto giorni migliori, parcheggiato a pochi metri dall’ingresso; poi tirò fuori due caschi dal bauletto e ne passò uno a Martina.
«Dove andiamo?», chiese, sentendosi sempre più spaesata.
«Non lo so ancora. Prima devo passare in un posto, poi vedremo. Fidati.»
Dafne si infilò il casco e saltò sul sellino, e l’altra, perplessa ma ormai incuriosita, la imitò, salendo dietro di lei.
Partirono a velocità un po’ troppo sostenuta in direzione del centro cittadino e Martina, con giusto un’ombra di imbarazzo, dovette stringersi a Dafne per evitare di cadere. La sensazione del vento caldo sulla faccia era però piacevole; si chiese dove stessero andando.
Lo scooter si fermò in una via secondaria. Dafne scese di sella, rimise il casco nel bauletto e iniziò a dirigersi verso l’ingresso di un negozio.
«Che fai? Non vieni?», disse, rivolta a Martina, che era rimasta immobile e perplessa.
«Arrivo, ma… dove siamo?»
«Ci fermiamo solo cinque minuti, devo prendere una cosa.»
Mentre Dafne entrava, Martina si soffermò a osservare la vetrina, piccola e poco appariscente: era un negozio di strumenti musicali; lei non l’aveva mai notato prima, o per lo meno non gli aveva dato importanza.
Seguì l’altra ragazza all’interno. Un corridoio alle cui pareti erano state appese chitarre di ogni tipo proseguiva per qualche metro, per poi aprirsi in un locale abbastanza grande ma completamente ingombro di strumenti: batterie, tastiere, pianoforti, violoncelli, sassofoni e altro ancora.
Dietro un piccolo bancone c’era un uomo di circa settant’anni, basso, di corporatura esile, ma con due occhi vivaci dietro gli occhiali a mezzaluna.
Dafne si avvicinò all’uomo e disse, col suo solito tono vivace: «Buon pomeriggio, Antonio. Avrei bisogno di un libro di spartiti di Gershwin per tastiera. Può aiutarmi?»
«Ciao, Dafne. Certamente, te lo prendo subito.»
Il negoziante si spostò fino a una libreria carica di libri, spartiti e manuali. Martina notò come Dafne si guardasse attorno, con lo stesso sguardo di un bambino in un negozio di dolciumi.
«Eccolo qui», disse Antonio tornando al bancone. «Questo dovrebbe fare al caso tuo.»
«Grazie mille. Posso suonare cinque minuti il pianoforte?»
«Ma certo. Fai come se tu fossi a casa tua.»
Dopo aver messo il libro nello zaino, Dafne si sedette al pianoforte a mezzacoda al centro del locale e iniziò a suonare. Martina dovette ammettere che – nonostante qualche imprecisione di troppo – l’altra non se la cavava affatto male.
I cinque minuti divennero più simili a un quarto d’ora, ma alla fine le due ragazze uscirono dal negozio, tornando verso lo scooter.
«Sei brava, Dafne. È tanto che suoni?», chiese Martina.
«Grazie, Martina. Studio da un anno circa. Anche Valeria, la mia insegnante, dice che sono portata. Purtroppo in questi giorni è in tournée, altrimenti te l’avrei fatta conoscere.»
«E hai un piano a casa?»
«Purtroppo no, ho soltanto un sintetizzatore, ma sto risparmiando per comprarmi un pianoforte elettronico, prima o poi. Mi serve per il gruppo.»
«Che gruppo?», chiese Martina.
«Sto cercando di mettere su un complesso tutto al femminile. C’è una band inglese, cinque ragazze, e sono fenomenali. Volevo fare come loro.»
«E come sta andando?»
«Ho trovato la sessione ritmica, ma manca ancora una chitarrista. A proposito, non è che suoni? O conosci qualcuno?»
«No, mi dispiace.»
«Pazienza», rispose Dafne con un sorriso, prima di salire in sella.
Martina salì a sua volta e chiese: «Dove andiamo adesso?»
«Ah, è una sorpresa. Vedrai.»
Dieci minuti dopo, Dafne parcheggiò lo scooter nello spiazzo di fronte a un imponente edificio nella periferia sud, dove i palazzi iniziavano a diradarsi.
Martina, una volta rimessi i piedi a terra, si guardò intorno: conosceva quel luogo, almeno di fama – era un grande capannone industriale, in disuso da decenni, che il comune aveva riqualificato destinandolo a centro culturale per i giovani, per poi dargli il nome pomposo di “Centro Culturale Polivalente” – ma fino a quel giorno non ci aveva mai messo piede.
«Andiamo al Poli?», chiese.
«Esatto. Avevo l’impressione che tu non ci fossi mai stata, ma oggi rimedieremo. E non ti preoccupare, non sarà così terribile.»
«Non sono preoccupata. È solo che… insomma, non lo conosco bene», aggiunse Martina mentre si avvicinavano all’ingresso.
«Confessa, lo reputi un posto da sfigati, vero?»
«Ma no, certo che no.»
«Dai, sii sincera. Non me la prendo. Non per così poco, almeno.»
«Beh, un po’ sì.»
«Bene, allora oggi questa sfigata ti farà da cicerone tra le meraviglie del Poli. Andiamo!», rispose Dafne sorridendo.
Varcata la porta, Martina si guardò attorno: un vasto atrio, porte che si aprivano in ogni direzione, un paio di rampe di scale che salivano a una balconata, un angolo bar e, al centro, tavoli e sedie su cui una decina di ragazzi, più o meno loro coetanei, era impegnata a leggere o a parlare fra loro.
«Cosa si può fare qui?», chiese Martina, scoprendosi autenticamente curiosa.
«Un po’ di tutto», rispose Dafne. «Recitazione, musica, un cineforum, un club di ferromodellismo ha preso possesso del seminterrato per un plastico gigante, e altro ancora.»
«Interessante. E tu qui cosa fai?»
«Praticamente tutto. Fra un paio di settimane mi dovrebbero dare anche una delle stanze insonorizzate per la band. Non vedo l’ora. Ma vieni, facciamo un giro.»
Guidata da Dafne, Martina attraversò i vari locali del Poli: interruppero quattro ragazzi impegnati in una versione non proprio impeccabile di Jumping Jack Flash; attraversarono la biblioteca dove qualcuno cercava di leggere o studiare; disturbarono un gruppo di loro coetanei impegnati a giocare a un qualche gioco di ruolo (attività che Martina considerava particolarmente da sfigati, al contrario della sua guida, evidentemente entusiasta); si fermarono per qualche minuto a osservare un piccolo gruppo d’improvvisazione teatrale. E, dovunque andassero, sembrava che Dafne conoscesse tutti.
«Andiamo», disse poi quest’ultima, «per concludere il tour ti mostro il teatro.»
Attraversarono una porta a due ante per ritrovarsi in una platea con circa un centinaio di posti, di fronte a un palcoscenico; sopra il palco un paio di ragazzi stavano portando via quelli che sembravano gli oggetti di scena di un illusionista.
Appena le vide entrare, uno dei due scese in platea e si diresse verso di loro. «Ciao, Dafne, e ciao anche alla tua amica.»
«Ciao, David. Questa è Martina, un’amica che non vedevo da un po’. Le facevo fare un giro turistico del Poli.»
«Ah, bene, bene. A proposito, grazie ancora per avermi fatto da assistente ieri sera.»
«Dai, l’ho fatto volentieri. È sempre stato il mio sogno farmi tagliare in due pezzi», rispose lei sorridendo.
«Vabbè, grazie ancora lo stesso.»
«Se ti servo ancora, sai dove trovarmi. Ci vediamo.»
Le due ragazze lasciarono il teatro e iniziarono a dirigersi verso l’uscita.
«Davvero hai fatto da assistente a un mago?», chiese Martina.
«Certo, era il modo migliore per imparare i segreti del mestiere.»
«In che senso?»
«Fare l’assistente è stato carino, ma mi piacerebbe anche essere io l’illusionista.»
«Mi sembra che siano ben poche le cose che non ti piace fare.»
«Vero, sono fatta così. Però ho avuto un’idea: potresti farmi tu da assistente.»
«Io? Non ci penso nemmeno.»
«Perché no? Sei carina, faresti la tua figura. Immagina: tu entri in una cassa e io ci infilo dentro delle spade.»
«In che modo questo dovrebbe farmi cambiare idea?»
«Guarda che è tutto un trucco. Non è che l’assistente venga davvero trafitta dalle lame. Purtroppo…»
«Purtroppo?»
«Dai, scherzo. Ma da piccola credevo fosse tutto vero, ed era più eccitante.»
«Sei strana, Dafne», aggiunse Martina sorridendo mentre uscivano nuovamente all’aperto.
«Strana in senso buono, spero?»
«Ovviamente. Nel senso migliore.»
«Non è ancora ora di rientrare. Ti va un gelato?»
«Perché no?»
Raggiunsero quella che Dafne definiva la migliore gelateria della città, dove lei prese un’ardita coppetta al lampone e caramello salato, mentre Martina scelse un più ordinario cono crema e nocciola. Passarono l’ora successiva sedute a un tavolino, a parlare del più e del meno, delle mille strane passioni di Dafne, della vita più ordinaria di Martina e di quello che capitava, lasciando piacevolmente scorrere il tempo.
«Penso sia ora di rientrare», disse Dafne dopo aver dato un’occhiata al grosso orologio che pendeva sopra il bancone.
«È vero. Peccato.»
«Ti riaccompagno a casa. Abiti sempre al solito posto?»
«Sì, grazie.»
Risalirono ancora una volta sullo scooter, attraversando la città mentre il sole iniziava lentamente a tramontare. La strada scorreva sotto di loro e Martina rifletteva sul pomeriggio appena passato: si era divertita come non le accadeva da tempo, era stata bene; per qualche ora era riuscita a dimenticare quel sottile malessere che provava dentro e forse aveva riscoperto una parte di sé ultimamente tenuta nascosta.
Alla fine arrivarono di fronte a casa sua, e lei si rese conto che l’idea di rientrarci le sembrava già meno terribile.
Scese dallo scooter, si tolse il casco e lo rese a Dafne, dicendo: «Grazie di tutto.»
«Grazie a te per avermi seguita e per non essere rimasta al museo», disse Dafne scendendo a terra, togliendosi a sua volta il casco e scuotendo i capelli, come per ridar loro forma, prima di avvicinarsi di un passo.
«Beh, sì, era un bel posto, ci stavo bene, mi stavo ambientando», provò a scherzare Martina.
«Ma dimmi», chiese l’altra con una strana luce di sfida negli occhi, «alla fine, come è andato il nostro appuntamento?»
«Che appuntamento?», rispose lei, perplessa.
«Sto correndo troppo, eh?», aggiunse Dafne, avvicinandosi ancora e sfoderando uno dei suoi sorrisi sarcastici. «E rischio di confonderti ulteriormente, come se fosse difficile. Ma facciamo così: fra qualche giorno mi dici tu cos’era. Se era un appuntamento, un’uscita tra amiche, un pomeriggio insolito in fuga da un museo, o anche niente, andrebbe bene lo stesso.»
«Cosa stai dicendo, Dafne?». Martina non poté evitare di sorridere a sua volta.
«Niente di importante, come al solito. Non farci caso. Ci vediamo. Ma lascia che ti confonda appena un altro po’.»
Subito dopo, sorprendendola, si sporse verso di lei e le sfiorò appena le labbra con le sue. Poi, approfittando del fatto che l’altra era rimasta senza parole, salì sul sellino, si mise il casco con un gesto teatrale, le rivolse un ultimo sorriso e partì, lasciandole sulla bocca solo un tenuissimo sentore di lampone.
Martina rimase per qualche attimo a guardare la strada lungo cui Dafne si era allontanata, ancora con un’ombra di sorriso sul volto.
Era una strana ragazza, pensò, ma sicuramente non aveva tutti i torti. Anzi, ne aveva ben pochi.
Rientrò in casa, salutando i genitori impegnati a preparare la cena, e si diresse verso la sua camera.
Dovette pensarci solo per un attimo. Poi salì su una sedia e tirò giù da sopra l’armadio la custodia dove la sua chitarra acustica giaceva da più di due anni. In attesa di procurarsi un’attrezzatura migliore, sarebbe stata sufficiente per riprendere un po’ la mano.
E forse, prima o poi, sarebbe anche entrata in quella scatola con le spade.