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Nel non più corrente anno 2025 finii di vedere la longeva serie televisiva “LOST”, apparsa per la prima volta nel grande schermo statunitense nel 2003, e, poi, per il grande successo mediatico, riadattata nella piattaforma Netflix. Brevemente essa racconta le peripezie odisseiche dei passeggeri superstiti di un volo di linea da Sydney a Los Angeles che, a causa di non fortuite turbolenze aree, si schianta in un’isola apparentemente deserta.
I passeggeri, a causa di questa situazione così traumatizzante, vivono i giorni prima del loro presunto e creduto salvataggio sospesi in un limbo tra il trovare un senso nell’organizzare la loro nuova vita e la speranza di un possibile ritorno o, meglio, di un eterno ritorno verso la terra che loro stessi pensano che li sia promessa.
Il mio intento, tuttavia, non è quello di recensire questa serie che ha comunque ottenuto molte acclamazioni dal pubblico e dalla critica per il suo significato allegorico della vita umana, ma di consegnare una mia riflessione che chiede ormai a gran voce un proprio spazio e delle parole che le diano dignità.
Prima di entrare nel merito, premetto che c’è una frase topica della serie che ha forgiato una parte del mio modo di essere nel mondo, ossia “The Island isn’t done with you let”, cioè letteralmente “L’Isola non ha ancora finito con te” (si osservi la “i” maiuscola dell’isola come se essa avesse una propria identità e vita).
Questa è la frase che inchioda fino alla fine determinati protagonisti della serie (Jack Shephard, Kate Austen, James “Sawyer” Ford…) in uno scopo, deciso ineluttabilmente dalla volontà della stessa isola (non oso altre spiegazioni per mantenere integra la curiosità dei lettori) che viene anteposto al loro stesso libero arbitrio e al loro “indubbio” desiderio di autoconservazione.
La mia riflessione parte da come la stessa frase sia molto più vicina a noi di quanto noi stessi possiamo credere.
Noi pensiamo che nella vita non ci sia un vero scopo per cui vivere; tutte le nostre azioni sono finalizzate solo alla futile e immediata soddisfazione dei nostri stessi piaceri o attitudini in un edonismo sine requie che, a causa di esso, possiamo diventare scettici, cinici, subumani, venendo dominati dalle nostre ossessioni che noi stessi tendiamo a razionalizzare.
Secondo la mia riflessione, è proprio la stessa vita a rappresentare in modo metaforico l’ “Isola” (“The Island” come è chiamata nella stessa serie), la quale ci comanda di vivere e di scoprire una logica nascosta che è tributata a noi stessi che siamo esseri dotati di una coscienza (per alcuni purtroppo quiescente). È solo attraverso il drastico e obbligato passaggio iniziatico delle sofferenze nostrane che riusciamo a riscattare così il debito verso la stessa vita della nostra stessa nascita. Di fatti, la vita stessa ci offre la possibilità di apprendere una verità che solo attraverso la pura meditazione e la fiducia verso un profondo significato esistenziale può essere afferrata. In questo senso, a parere di un meditatore quale me, può essere compresa la frase “The Island isn’t done with you let” come un ordine nell’avere fiducia in un progetto più grande di noi e, infine, di non arrendersi di fronte alla finta illogicità che la nostra mente pensa che abbia la vita poichè Lei non ha finito ancora con noi.