«C’è stato un tempo in cui gli argini del fiume non erano cementati e quando pioveva forte, in autunno o d’inverno, l’acqua straripava ed allagava i campi. E allora sentivi i vecchi contadini imprecare e bestemmiare Dio per la loro malasorte.»
«All’epoca il fiume era più grande?»
«Sì. Ed era anche più pulito. Molti venivano a bagnarsi i piedi o a fare una nuotata. Ogni tanto però qualcuno saltava in aria, perché era pieno di mine inesplose.»
«Certo che adesso si è ridotto ad un rigagnolo.»
«È vero, adesso non scorre più molta acqua, e quella che scorre è sporca e puzza di fogna. Ma quando piove forte, in autunno o d’inverno, ancora lo si vede straripare, fino a riempire la gabbia di ferro e cemento nel quale è costretto.»
«Presto o tardi si prosciugherà.»
«Tra cinquant’anni, o forse cento. Farà la fine di ogni vecchio.»
«Farà la fine di ogni uomo.»
Il vecchio si voltò verso il genero per ricordarne i tratti del volto che di tanto in tanto tendeva a dimenticare. Poi tornò a guardare il fiumiciattolo che scorreva lento sotto di lui.
«Povero fiume…» mormorò.
«Secondo te qualche carpa ci ha mai nuotato?»
«Carpa? Qui passavano gli storioni.»
«E tu ci hai mai pescato?»
«Certo. Quando ero bambino. Insieme ai miei amici.» «Una volta, la prima che pescai qui, presi una di quelle canne di fiume e vi legai un filo da pesca che avevamo trovato nella melma con un piccolo amo posto all’estremità e una montatura appena abbozzata con due paia di piombi da due o tre grammi l’uno. Il mio amico Filippo aveva un panino al prosciutto, ne staccammo un pezzo e lo innescammo, allora lanciammo la lenza in acqua e questa si abbandonò alla corrente perché i pesi erano troppo leggeri. Restammo lì ad aspettare che qualcosa abboccasse e intanto si era fatta sera; proprio quando stavamo per gettare la spugna un piccolo persico addentò quel che restava del pane ed io in un lampo lo tirai su. Feci un movimento repentino e in pratica lo scagliai sopra al povero Beppe, che era il piccoletto del gruppo, e lui se lo trovò in mano a dibattersi e boccheggiare, dacché spaventato lo lanciò a Filippo che a sua volta lo passò a me, ed io lo strinsi forte nelle mani pur pungendomi con le spine della pinna dorsale; ricordo che notai che anche quel povero animale si era ferito, aveva un taglio sul fianco, ignoravo come se lo fosse provocato, ma in quel momento provai pietà di lui.» «Alla fine non avemmo il coraggio di lasciarlo morire e lo rendemmo al fiume. Mi piace pensare che nuoti ancora tra queste acque, anche se sono passati settant’anni; anche se qui i persici si sono estinti.»
«Mi sarebbe piaciuto esserci, avrei pescato con voi.»
«Hai cose migliori da fare, figliolo.»
Il vecchio diede una pacca sulla spalla del ragazzo e questo gli rivolse uno sguardo di gratitudine.
«Papà! Tesoro! Dobbiamo andare!»
I due si girarono verso la ragazza, che era bella ed aveva i capelli d’oro, ed entrambi le sorrisero, abbagliati dalla sua visione.
«Ci chiamano.» disse il vecchio allontanandosi dal ponte. Il genero si voltò verso di lui senza muoversi.
«Ogni volta che passerò da questo ponte, mi sporgerò verso il fiume, cercando tra queste correnti smorte un persico con una cicatrice sul fianco.»
Il vecchio lo guardò asettico.
«Lo prometti?»
«Sì. sì, te lo prometto.»
Il vecchio annuì e nel mentre il ragazzo lo raggiunse, una lacrima gli solcava il viso.
«Ehi.» lo richiamò. «non le dire che sto morendo.»
«No. È tua figlia, glielo dirai tu.»
«La informerò quando sarà il momento.»
«Ne soffrirà.»
«Proprio per questo la farò penare il meno possibile.»
«Non voglio che un giorno si svegli e scopra che suo padre è morto.»
«Non succederà. Morirò lentamente, come questo fiume. Non hai di che preoccuparti.»
Il giovane si guardò le scarpe per poi voltarsi ed andare verso l’auto che era parcheggiata poco lontana e dentro la quale aspettava la ragazza coi suoi bei capelli d’oro.
«Ragazzo, aspetta.» «Io non vengo.»
«Cosa? Perché?»
«Faccio due passi.»
«Ma siamo lontani.»
«Conosco questi luoghi come le mie tasche. So di vie più brevi per tornare.»
«Ok… va bene. Ci vediamo a casa?»
«Sì… ci vediamo a casa.»
Il ragazzo si voltò nuovamente e ancora fece per dirigersi all’auto.
«Ragazzo!» «Ricorda sempre: tu potrai anche amarla come l’ho amata io, ma io l’ho amata per primo.»
Il ragazzo questa volta non si voltò, diede le spalle al vecchio, poi raggiunse l’auto.
«Dov’è papà?»
«Dice che torna a piedi.»
«È strano ultimamente.»
«Lascialo stare, è solo stanco.»
«Sono preoccupata…»
«È la vita, amore, non fa paura.»
Il ragazzo mise in moto ed uscì dal piccolo vialetto adiacente il ponte. Il vecchio era ancora lì che guardava l’acqua scorrere. La bella lo guardò intristita.
«Chissà perché ha voluto che ci fermassimo qui.» chiese tra sé.
«È vissuto qui da bambino.»
«Davvero?»
«Non te lo ha mai raccontato?»
«Non lo sapevo.»
I due rimasero in silenzio un paio di secondi.
«Sai? Stavo pensando di dare al bambino il nome di tuo padre.»
Lei lo guardò piacevolmente stupita.
«Come mai hai cambiato idea?»
«Così…»
«Comunque non sarà possibile.»
«Perché no?»
«È una femmina. Sorpresa!»
«È… è fantastico! Sì, è fantastico. Io... non dovresti darmi queste notizie mentre guido. Sì, insomma, dovremo ridipingere la camera di rosa, ma è fantastico.»
La ragazza guardò sorridente l’amato e i suoi occhi si riempirono di lacrime.
«Lui non tornerà. Vero?» Il giovane non rispose, ma tirò su col naso e continuò a guardare dritto. «Tipico suo, non salutare nemmeno.»
Il bel visetto della ragazza si incupì nuovamente, nonostante ciò non pianse.
«Perché non lo hai fermato?»
«Ho avuto pietà di un piccolo persico.»
Anni dopo, il fiume, che ormai era poco più di un ruscello d’acqua sporca, si prosciugò del tutto. La gente di quei luoghi ne fu sorpresa, ma in qualche modo sollevata, come se Dio le avesse risparmiato di assistere alla fine di quel lento e straziante declino. Nel suo alveo vuoto non erano rimasti che i sassi e le alghe essiccate già dai primi raggi del mattino. Solo un piccolo persico giaceva nell’unica pozza stagnante, boccheggiando tranquillo fino all'ora della sua morte.
L'ultimo persico testo di Matthew Sharing