IL VIAGGIATORE
Perché, si chiese il viaggiatore, quella vecchia se ne stava seduta là fuori, su una sedia sgangherata, quando la tempesta imminente aveva già svuotato le strade?
Attraverso la vetrata la vedeva: impassibile, ricoperta da vesti informi, senza nemmeno una cuffia che le proteggesse la testa. I lunghi capelli incolori sembravano volerla abbandonare, fustigati dal vento. Eppure rimaneva.
C’era caldo nel bar. Un caldo quasi fastidioso. Alle sue spalle gente, seduta ai tavoli, produceva un brusio indistinto, simile all’approssimarsi di un’onda. Il viaggiatore guardò l’orologio.
Era ora di andare.
Mentre pagava, colse l’insieme degli avventori che giocavano a carte, o a scacchi, scorse i bicchieri vuoti sui tavoli, qualcuno che si fregava le mani prima di muovere. Era già alla porta, all’improvviso si girò e chiese chi fosse quella donna. Non l’aveva chiesto a nessuno in particolare, e già se n’era pentito. Due o tre
avevano alzato la testa, l’avevano squadrato; qualcuno si era schiarito la gola.
“ E chi lo sa ” disse un uomo con una sigaretta sbilenca fra le labbra.
“ Non parla ” fece un vecchio che portava un cappello macilento. Prese, fra le dita, la tesa del cappello, gli diede una smossa. ” Dice qualche parola, ogni tanto... Ma in che lingua? ”.
Ci furono delle risate. Il viaggiatore stava per uscire quando aggiunsero: “ Ero bambino e lei era là, seduta, ed era sempre così, come adesso. Vecchia come adesso ”.
Le risate avevano contagiato anche i tavoli più distanti: scrosciavano verso il Viaggiatore, che rimase immobile di fronte
a tutte quelle facce girate verso di lui.
Ma ad un tratto gli arrivò una voce sensata. “ Non parla più dal tempo della guerra. Da quando una sera, con la cena già in tavola, bussarono alla sua porta chiedendo del figlio ”. La voce apparteneva ad un uomo sparuto, che sedeva in un angolo, appoggiato ad una colonna siccome la sedia non aveva schienale;
era vestito di cenci e teneva una mano sopra il tavolo, aperta su un ventaglio di carte - una mano singolarmente scura, come rinsecchita da un sole di altre latitudini.
“ Da dove vieni ” chiese, senza curiosità. Parole che finirono raggelate nell’aria dell’esterno.
Il Viaggiatore non s'era nemmeno allacciato il cappotto. Il vento non sembrava infastidirlo: a vederlo arrancare si sarebbe detto
uno che aveva altro per la testa. Passò davanti alla vecchia senza guardarla. Ma appena l’ebbe superata, si fermò.
Nubi basse ribollivano sopra i tetti di ardesia, contro lo sfondo pesto del cielo. Scrollò il polso sinistro, e il quadrante dell’orologio balenò da sotto la manica. Poi, quasi contrariato,
si girò a guardare la donna.
“ Serve qualcosa? ”. Il vento gli portò via la voce.
Senza avvicinarsi portò le mani alla bocca, e ripeté più forte la domanda. Ma la vecchia non rispose.
Il vento fischiò per un lungo istante. Gli occhi socchiusi, la donna seguitava a fissare il muro di fronte. Il viaggiatore cercò di insistere, ma un fragore improvviso allagò di luce la strada, costringendolo a ripararsi gli occhi. Quando riabbassò il braccio, la ritrovò esattamente come prima. Un sacchetto di nylon andò a fermarsi per un attimo contro la gamba della sedia, poi rotolò via, gonfio. Gocce iniziarono a macchiare il selciato.
A quel punto qualcosa sarebbe dovuto succedere. Qualcuno verrà, pensò, scrutando la porta chiusa alle spalle della donna. Ma niente. Nemmeno alle finestre. Contemplò il muro, dal quale la donna non si distoglieva. Doveva conoscere anche la più piccola crepa, si disse, e provò un brivido, perché da molto tempo non vedeva l’ombra scivolare su una parete, o la luce salire e rischiarare un angolo di strada.
L’orologio prese a suonare in quel momento. Una pulsazione acuta, che moltiplicò l’urgenza riecheggiando lungo la via, fino alla vetrata del bar, dietro cui gli avventori s’erano accalcati...
Gente del posto, di quel posto che non conosceva perché c’era appena arrivato, e non ricordava da dov’era venuto e già doveva andare: adesso: assolutamente.
Ma qualcosa lo tratteneva. La pioggia cominciava a cadere in goccioloni e nessuno veniva... Ad un tratto avvertì una fitta alla testa. Le case, i tetti di ardesia iniziarono a piegarsi verso di lui. Tutto s’era messo a girargli attorno, mentre arretrava, sbandando. Aveva l’impressione di fluttuare nell’acqua... Finché non sbatté pesantemente.
...fiocchi luminosi, nel buio... Mentre cercava di tirarsi su, puntellandosi su un ginocchio. La pietra irregolare gli premeva sulla guancia. Aprì gli occhi, e vide il sangue in macchioline sparse, colato sull’esigua sterpaglia alla base del muro. Il vento seguitava a soffiare, a fischiare. Trasse un fazzoletto di tasca e lo premette sul naso. Riuscì a rimettersi in piedi. Barcollando, iniziò ad allontanarsi, e fu in quel momento che vide.
C’era qualcosa, nei mattoni... Sembravano buchi. Piccoli buchi scavati: erosioni nel muro... Mentre si girava per scappare, con
il fazzoletto premuto al naso, colse per l’ultima volta il volto della vecchia: fluttuante e grigio e inconsapevole.
Nella cabina buia, con il rumore sordo di giunture percosse in successione, il Viaggiatore si sentiva al sicuro. Aveva ancora in bocca il sapore ferrigno del sangue, che si era lavato via nella toilette sul treno; la testa gli pulsava di un dolore acuto. Fuori, la campagna era una foschia furente e ormai si scorgevano solo sagome indistinte, di alberi forse, che sfrecciavano.
Rimase a lungo così, a fissare il nulla oltre il finestrino, colmo di un sollievo gelido e oscuro. Finché il treno non passò ai margini di un paese. Scorse allora una finestra illuminata, una famiglia seduta attorno ad un tavolo... Un cartello sferzato
dalla pioggia. Uno, due fischi gli giunsero attutiti.
Mentre il treno rallentava, distinse per un attimo, fra i riflessi delle lampade e le ombre dei tralicci, la sua faccia sul vetro, sovrapposta a figure di persone che aspettavano sulla banchina,
più in là. Se ne accorse quando era già da un po’ che la vedeva. Forse per questo distolse bruscamente lo sguardo.
Le spalle girate al finestrino, cercava di respirare profondamente, e di capire dove stava andando. Cercò di capire se lo sapeva. Un rettangolo di luce entrò nella cabina, ruotò sul soffitto, proiettando ombre sbilenche che scendevano fino a metà delle pareti. Pioveva. Pochi di quelli sulla banchina avevano l’ombrello. Camminavano tutti sotto la pioggia per seguire il treno che stava quasi superando la stazione. Scendo, pensò. Mentre uno stridore di freni e lamiere in vibrazione, misto a voci che si levavano come dal nulla, trapelava dai vetri. Ma non riuscì ad alzarsi. Non riuscì a staccare gli occhi dalle ombre che, in fila, si muovevano sul soffitto.
IL VIAGGIATORE testo di Chris