DIFFIDARE DAI CONOSCIUTI

scritto da sara clarotto
Scritto 16 anni fa • Pubblicato 16 anni fa • Revisionato 16 anni fa
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Autore del testo sara clarotto

Testo: DIFFIDARE DAI CONOSCIUTI
di sara clarotto

Apro la porta d’entrata e me lo trovo davanti: un metro e settanta circa, capelli corti castani, occhiali spessi, corporatura esile dalla gestualità nervosa, una cartellina di plastica sotto un braccio. Sponsorizza l’apertura del nuovo punto vendita di una catena di librerie, o meglio club di vendita libri a tesseramento. Quanti libri legge all’anno, di norma?, mi chiede abbassando lo sguardo sulla cartella ed estraendone una pilot blu. Io sono reduce da una nottata infernale, in cui una nausea subdola e latente si è intervallata a spezzoni di preoccupanti incubi erotici durante i quali copulavo selvaggiamente con il mio ex professore ultrasettantenne di latino del liceo. Non saprei. Una settantina, suppergiù – riesco a biascicare, cercando di metterlo meglio a fuoco. Questa risposta sembra accendere nel suo sguardo una piccola fiamma di interesse, acuminata e sulfurea. Inizia a bombardarmi di domande circa la tipologia dei libri che leggo, inserendo con studiatissima casualità anacoluti volti a rendere la prospettiva di tesseramento al club come qualcosa di imperdibile, per me. Poi, in un mio momento di debolezza mentale, si fa largo energicamente attraverso la porta rintanandosi nel corridoio d’entrata semibuio, con occhi quasi di sfida.

Marco mi dice sempre di non far entrare estranei in casa, in sua assenza. Prima o poi troverò una squadra di rugby in salotto - mi ammonisce ironico, talvolta. Dentro di me imperversa da sempre una sorta di guerra silenziosa tra la paura verso tutto ciò che mi è sconosciuto e una sorta di curiosità irresistibile; probabile retaggio familiare, suppongo. Mia madre era solita aprire la casa a chiunque. Spesso tornavo a casa da scuola e trovavo qualche estraneo aggirarsi tra il bagno e la cucina, solitamente venditori ambulanti giovani e senza lavoro fisso. Ricordo soprattutto una ragazza, che veniva a trovarla a cadenza regolare. Era diventata una habitué di casa nostra e mia madre le comprava sempre qualcosa – calzini di spugna, detergenti per il bagno, confezioni di kleenex formato famiglia. C’è stata anche quella che da noi figlie è stata ribattezzata “l’ondata dei testimoni di Geova”. Gente che si sedeva con lei in cucina illustrando con parole convulse parabole incluse nei libricini che si portavano appresso. Mia madre non ha mai ceduto all’affabilità di quelle affabulazioni, ma ascoltava attentamente chiunque, sempre.

Il ragazzo mi osserva per alcuni secondi in silenzio, poi si fa strada lungo il corridoio e raggiunge autonomamente la cucina. Si accomoda su una sedia mentre io, restando in piedi, lancio un’occhiata al depliant che sponsorizza i libri del club: Ken Follet, Fabio Volo, Iva Zanicchi, l’opera omnia di Isabelle Allende, Dan Brown; c’è anche qualcosa di Vespa e il primo romanzo di Francesco Facchinetti. Il tesseramento non mi interessa, sai? – lo avviso, agitando l’indice in direzione del depliant. Lui si sofferma sulla mia mano rimasta a mezz’aria e corruccia lo sguardo, vistosamente nervoso. Un mese fa mi ero alzata verso le sette e, mentre in mutande bevevo dell’acqua a canna, mi ero accorta attraverso la portafinestra della cucina che due uomini si aggiravano nel mio terrazzo; uno giovane e uno quasi anziano. Si muovevano in modo circospetto e silenzioso, tastando le colonne di marmo e osservando attentamente la ringhiera. Avevo infilato il sotto della tuta e, agguantata una sigaretta, ero uscita per chiedere spiegazioni. Disposizione del sindaco – mi avevano spiegato. Stiamo controllando l’agibilità dei marmi, onde evitare che dei pezzi cadano in strada. Io non mi ero domandata per quale motivo sulla bacheca del condominio non avevano affisso alcun avviso, né perché il padrone di casa non mi aveva informata della cosa. Così avevo chiesto loro se gradivano qualcosa da bere, o se era necessario che facessero un giro perlustrativo anche dell’interno della casa. Quello più giovane mi aveva guardata imbarazzato, scuotendo la testa e borbottando che no, non bevevano nulla. Poi ero rientrata e, mentre svolgevo le faccende di casa, ogni tanto li vedevo attraverso il vetro della portafinestra studiare la disposizione dei terrazzi limitrofi, confabulando tra loro; agitavo talvolta la mano in loro direzione, in segno di saluto.

Per quale motivo non vuoi tesserarti?, mi aveva chiesto spazientito. Perché non comprerei mai nessuno di quei libri. Lui si era ripreso il catalogo e aveva fatto cenno di volersi alzare dalla sedia. Io lo avevo bloccato con una mano, sorridendo. Però ti posso spiegare bene il perché, se vuoi – avevo aggiunto dopo aver preso qualcosa dal cassetto delle posate, attraversando il corridoio per chiudere a chiave la porta d’entrata.
DIFFIDARE DAI CONOSCIUTI testo di sara clarotto
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