Reazione

scritto da Platypus
Scritto 15 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 15 anni fa
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Autore del testo Platypus

Testo: Reazione
di Platypus

Interno. Notte. Sottili cavalli fumosi si inzuppavano nell’umidità di un bagno ormai consumato. Silenziosamente si ergeva il clamore di quell’urlo: non cessava. Erano notti ormai che si ripeteva, ed ogni notte una nuova coscienza si accorgeva della vanità di quel grido. Nessuno ne rimaneva turbato ma la schiera di coscienze coscienti aumentava. E ancora nessuno interveniva.

Il giovane (qualificare come giovane un esemplare umano maschile sulla ventina non è un errore) sorrideva. Lui capiva: il gioco dei ruoli era sempre quello da milioni di anni, ed entrare nelle schiere dell’una o dell’altra categoria non lo interessava. Osservava. E a volte metteva da parte qualcosa per se. La tensione che spinge gli uomini verso il successo (beh, per il novanta per cento degli uomini successo fa rima con sesso) fa perdere di vista l’obbiettivo finale: godere. Sputò.
Un’orda di cazzi pulsanti eretti in un Sole cocente (sì, aveva letto anche lui “Pasto nudo”) non è simbolo di potere: a meno che non ti piaccia il cazzo. E che sia pulsante. E al Sole.
Finita la birra sputò nuovamente: era un tipo tosto. Beninteso, lui si chiamava fuori dalla corsa al successo ma le sue soddisfazioni le aveva avute: era stato amato. Almeno una volta.
Distese una gamba, poi l’ altra; si massaggiò il braccio (era un poco intorpidito) e si rizzò in piedi. Uscì dal bar. Quei posti lo infastidivano: dove stava il divertimento? Non certo lì, e questo lo avevo capito da tempo. Se ne andò a piedi, finalmente solo sulla strada. E camminò. Un tempo anche lui rideva e mostrava curiosità per gli avvenimenti che popolavano le giornate delle persone.
Ora l’unica cosa che chiedeva era qualcuno in cui credere, qualcuno che lo illuminasse, o che gli indicasse la strada. Perché la consapevolezza è una malattia (aveva letto anche Dostoevskij!) se non sai come impiegarla. Certo, l’autocritica è eccellente, ma quando ti porta alla conclusione che tutto ciò che costituisce la vita tua e di chi ti circonda è di una pochezza inestinguibile allora, forse, è il momento di darci un taglio con la consapevolezza. Oppure di cambiare vita.
E anche lui sentì l’urlo. Fu però il primo a reagire: inarcò delicatamente un sopracciglio (aveva delle gran belle sopracciglia). Non era molto come reazione, ma era meglio di niente.

Lo sviluppo narrativo imporrebbe che a questo punto la vicenda proseguisse in una serie di avvincenti peripezie che conducessero l’eventuale protagonista ad una conclusione appagante, per lui e per il lettore. Purtroppo uno sviluppo troppo avvincente non rispecchierebbe la natura del nostro giovane protagonista, che rimarrebbe forse seccato nel vedersi privato della sua noia, massima musa per le sue profonde riflessioni. Allo stesso modo però un’attenta analisi delle sue riflessioni non sarebbe di alcun giovamento: rivelerebbe infatti un susseguirsi geometrico di frustrazioni, risentimenti, piccole consolazioni e grandi speranze.
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