Corpo a corpo

scritto da Angelo Medici
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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Autore del testo Angelo Medici

Testo: Corpo a corpo
di Angelo Medici

Tutto ebbe inizio con sguardi bassi, mani protese e immediatamente rifiutate, con sorrisi non ricambiati, con parole che nessuno osava ripetere, che risvegliavano rancori sopiti, soffocati sotto coltri di conformismo e quieto vivere. Ogni cosa ebbe inizio e proseguì in quello stato di astio latente. Nessuno sapeva dove sarebbero finiti, nessuno poteva conoscere l’epilogo e neanche sospettarlo. Si illudevano che l’amore avrebbe risolto ogni cosa, che avrebbe illuminato a giorno anche la notte più oscura, ora che le loro notti si facevano così frequenti, ma temevano anche che l’orgoglio potesse schiacciare l’amore sotto i suoi pesanti piedi, quell’amore giovane e pulito, quell’amore appena nato e già in pericolo, come se una mano nera e artigliata se ne fosse impossessata e lo agitasse a suo piacimento nell’abisso della tristezza e del dolore.
Allora l’aveva cercata. Anche se era tutta la vita che la cercava. Nella sua casa, tra le sue braccia, nella sua solitudine, nei giorni di luce, nei giorni d’ombra, nei giorni di vento. E continuava a cercarla. Spasmodicamente. Voleva tutto di lei. I sorrisi, i baci incerti frutto della sua eterna indecisione, i sogni e gli incubi, i desideri svaniti nel nulla, le parole mai dette, simili a gocce sospese dalle labbra e sul punto di cadere, ma giammai pronunciate e le lacrime. Raccoglieva appunto le sue lacrime una ad una, come gioielli da incastonare in una corona di spine, da porle sulla testa, quando vestita da sposa, l’avrebbe condotta all’altare il giorno delle nozze. Erano affamati di luce e di suono, ma erano assenti. Assenti come l’assenza di bocche che si spalancano senza parlare, assenti come l’assenza di occhi che si aprono senza guardare. Dalle mani, dagli occhi e dalle loro bocche l’amore risplendeva per un breve istante, poi, riflettendosi negli specchi paralleli delle loro anime, li confondeva. Lui la rivedeva stranita e confusa, strana come strani sanno essere solo i sogni. Tentava di offrirle in dono le parole che non aveva mai voluto ascoltare, le porgeva lacrime che non aveva pianto, le regalava le parole che non le aveva mai detto.
Aveva provato numerose volte a scriverle le ragioni per le quali le imputava il loro fallimento, la distruzione dei loro sogni. Aveva pensato, riflettuto, elucubrato, elaborato, ma neppure una volta era riuscito a scrivere quei maledetti motivi. Gli era risultato impossibile. Allora aveva pensato, riflettuto, elucubrato, elaborato, provato a scriverle il perché di tale impossibilità, ma neppure in quel caso ci era riuscito. Poi, un giorno, come per un brusco risveglio, aveva finalmente capito dove stava lo sbaglio, dove si nascondeva l’errore, in quale luogo, frazione o parte oscura dei suoi pensieri si annidasse l’equivoco. Non erano addebitabili a lei tali supposti motivi, erano imputabili solo a lui stesso: non la sapeva amare. Avuta la rivelazione, aveva provato a spiegarle in mille modi gli errori in cui era incorso, gli equivoci che avevano ingannato la sua percezione.
Ma lei era stata irremovibile. Aveva inteso il suo non sapere amare, come non amare, la fine dell’amore, la resa, la definitiva pietra tombale, la sepoltura prematura di quel sentimento ancora fresco e palpitante. Profondamente ferita dall’equivoco, aveva reagito ferendo a sua volta. Aveva preteso di poter smettere di amare semplicemente pensandolo, si era convinta di poter fermare i loro cuori, semplicemente impedendo loro di battere, affogandoli in un secchio pieno di veleno e di rancore.
E ogni volta che si incontravano era un continuo braccio di ferro, una corsa a primeggiare sull’altro nei sentimenti, nelle bontà, nelle emozioni. Perfino nella rabbia, nell’angoscia e nelle perfidie reciproche. Ogni volta che si incontravano, veniva messa in scena una infinita disfida, assurda e inutile, persino nella sua crescente intensità. Erano così intenti a colpirsi, a ferirsi ed a farsi male il più possibile, che non si avvedevano di niente altro.
Era una battaglia senza quartiere in una guerra combattuta solo per abitudine, una lotta corpo a corpo, all’ultimo sangue, un abbraccio mortale non ispirato dal desiderio, che non lasciava morti a terra, solo feriti condannati a sopravvivere e soprattutto nessun vincitore, ma solo sconfitti, perché nessuno poteva vincere a quel gioco. A quel gioco si poteva soltanto perdere.
Si rendevano conto che non esisteva più alcuna via d’uscita, che non era più possibile alcuna salvezza. Semplicemente, il tempo a loro disposizione era terminato, la partita era stata giocata ed il suo esito, per quanto scontato, era ormai deciso ed era proprio davanti ai loro occhi, a certificare il loro fallimento. Entrambi sapevano bene che non ci sarebbe potuto essere un intervallo, estremamente indispensabile per riprendere fiato, che non ci sarebbe stato un time out quanto mai opportuno per riflettere sul da farsi, o un terzo tempo per rimettere di nuovo tutto in discussione. Sapevano bene che non sarebbero state concesse altre proroghe o dilazioni. Lo sapevano fin troppo bene.
Così, quel corpo che aveva amato senza compromessi, che aveva dato carne e sangue alla loro progenie, contorno di quell’anima pura, così bella e così stranamente simile alla sua - una volta vibravano all’unisono, come risonanze armoniche sulle corde di una chitarra – non era più per lui. Quel corpo così amato e desiderato, conteso e conquistato palmo a palmo, con una lotta feroce, quel corpo conosciuto a fondo come un continente esplorato centimetro per centimetro - colline e dolci pianure, coste e insenature e in fondo, il bosco fresco e oscuro a celare la porta socchiusa -, quel corpo non aveva più significato, non aveva più valore.
Quel corpo con il tempo era tornato ad essere del tutto sconosciuto, come se rovi, edere rampicanti e piante parassite si fossero riappropriate di spazi loro sottratti e li celassero di nuovo alla vista, ignoto, quanto può esserlo una terra emersa dalle acque, i cui contorni siano stati appena abbozzati da geografi inesperti in una mappa polverosa e dimenticata dal tempo. Quel corpo, come un’isola avvolta nella nebbia e dall’oscurità, circondata da mari spaventosi, era ormai lontano e irraggiungibile.
Persino nei mesi che seguirono la separazione fisica e l’imposizione delle distanze, nella condanna alla castità forzata il suo corpo chiamava ancora quello di lei, come il moncherino cerca l’arto amputato, che, per un riflesso condizionato, crede di muovere ancora. Il suo corpo desiderava quel corpo, anelava unirsi ad esso, non poteva farne a meno, pativa il suo distacco, la sua privazione, con una sofferenza lenta e atroce. Peggiore della fame e della sete, il suo corpo pativa l’abbandono.
L’aveva amata tanto, senza interruzioni, senza compromessi, tanto da stare male, tanto da impazzire, tanto da non credere di poter amare in quel modo disperato e ineluttabile, di quell’amore devastante, sadico e totalitario, con la stessa costanza della fiammella di una candela che illumina per sempre la notte, senza mai consumarsi. Lei lo lasciava senza fiato per quante volte la guardasse. Era bella. Lei lo lasciava senza fiato per quante volte la ascoltasse. Era crudele.
Era ormai divenuta una ossessione per lui. La sola idea che potesse amare qualcun altro, che dovesse spartirla con altri uomini, lo faceva letteralmente uscire di senno. Questo sospetto aumentava ogni giorno e come un tarlo, gli rodeva il cervello, lo imprigionava in una follia accecante, lo immobilizzava in una camicia di forza, densa di sudore. Sentiva impellente come un bisogno fisico la necessità di liberarsi, sapeva di dovere spezzare qui legami morbosi.
E poi, lei se ne era andata. All’improvviso. Se n’era andata così, su due piedi, senza una parola, senza un addio, senza una lacrima. Nemmeno un lamento, quando le aveva affondato la lama nel petto, senza quasi voltarsi indietro a guardarla per l’ultima volta, mentre andava via con il volto illuminato dall’espressione beffarda delle persone, che vogliono restare da sole a godersi finalmente la vittoria.
Corpo a corpo testo di Angelo Medici
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