Le Porte Chiuse
Vittoria 14 agosto 2000
Riguardando non trovo giustificazioni.
Quella porta doveva restare chiusa. Quel mattino almeno.
Chiusa. Perché la gatta non dovesse uscire fuori, come poi troppo spesso faceva. E non trovarla, dopo, di lato alla strada, la bocca aperta ai denti ferini. Come foto violenta in una pozza di sangue: il fluido rosso che l’asfalto grigio prende, in breve tempo incupendo di morte il colore. Che poi nei giorni si dissolve. Niente altro lasciando alla mente che la breve memoria, una figura, un nome.
E non posso tornare indietro. Non posso fare altro. Quella porta resta aperta alla mente, anche se chiusa adesso. Aperta alla morte. Come in un destino. Una scelta che, comunque, era da farsi.
“Il mondo non è fatto per noi” mi dico. E quando passo guardo il posto ora grigio dove giaceva quel corpo.
Il mondo che amo e non amo. Il mondo ha milioni di strade, di vita e di morte. E altrettante porte, aperte o chiuse. E che passando o non passando ti condurranno, o non ti condurranno, alle altre successive, consequenziali, porte. Ad altri piccoli cortili dove muoverti sotto pezzetti di cielo.
Distolgo lo sguardo, immerso in un alone di dispiacere con una punta di rabbia: non ho altro da dire alla vita e a me stesso. Poi prendo il passo, il cammino segnato. Quello che adesso farò e che un milione di anni fa ho scelto. E i pensieri mi assalgono. A milioni. Passano frettolosi le porte, i cortili, i pezzetti di cielo, uomini e donne, gatti, cani, bambini e vecchi che da tempo non ci sono più ma da sempre ritornano a farmi compagnia. Sento che non potrò mai vivere tutte le vite. E che non sarò mai abbastanza saggio da viverne una sola bene.
Scelte. Mentre vado da trent’anni allo stesso lavoro. Che pure amo. E ripasso davanti a quella porta. La porta del centro operativo della Banca Toscana, cuore dei computer di tutta la regione. Potevo essere lì. A ventuno anni avevo brillantemente superato le prove dell’IBM su viale Gramsci e fui chiamato dal direttore generale alla sede centrale della banca. Per sentirmi dire che avrebbero, allora, il 1969, sviluppato per primi la tecnologia informatica nelle loro sedi; ed io dall’enigmatico sorriso dal direttore appresi di essere uno dei primi tre su oltre duecento partecipanti alla prova. E due sarebbero stati scelti per tale lavoro. Che indubbiamente mi avrebbero condotto adesso a essere un pezzo grosso nella magia dei computer e nella potenza delle banche. Piuttosto - e pigio sui pedali - di andare alla comune scuola, percorrendone i lunghi usuali corridoi per entrare in una delle comuni aule, non più monotona delle altre. E incontrare la solita banda di ragazzi col suo solito eppur meraviglioso misto di entusiasmo e rompimento. Individuando subito, con la coda dell’occhio, la scellerata categoria dei rompicoglioni, e non poterli prendere per l’ano e gettarli fuori dal cancello e dalla scuola. Perché solo fuori hanno diritto al rispetto. Pedalerò oltre il cancello, condotto dalla linea della strada. e a scuola entrerò volentieri. Perché è la mia scelta. Meravigliosamente mi prende.
Niente megaesperto di computer bancari. Niente centro micro-onde. E ricordo volentieri il piacevole rifiuto, che era, a ventuno anni, sentirsi padrone del mondo e della vita: esibire l’orgoglio di avere il più elevato punteggio del diploma di perito elettronico e declinare l’invito a proseguire come ingegnere elettronico. Ero pieno dell’elettronica ed era ancora lontana la potenza della scatola magica. Niente giornalaio. Perché mio padre aveva messo su l’edicola proprio per me! Niente fornaio, nella secolare tradizione della mia famiglia. Tanto meno permanere in quell’orgia di fumi, puzzi e bestemmie che era l’attività di barista.
Seguono poi le porte chiuse dell’università. Niente borse di studio, analisi, relazioni, conferenze che si sarebbero sintetizzate nel dottorato di ricerca a cui mi sospinsero due volte. Prima il professor Arrigoni, relatore della mia tesi su “La vegetazione delle colline a sud-ovest di Firenze”, prospettandomi così di diventare un esperto botanico. Poi il professor Francesco Dessì, in prosecuzione del mio dimenticato lavoro sull’evoluzione sociale dei mammiferi, come esperto di etologia. Iniziò da una intuizione mentre leggevo la “Vita sociale dei Mammiferi” che l’evoluzione sociale dovesse seguire una sua logica: il legame sociale crea i gruppi come il legame chimico crea le molecole. Per un anno lessi ben 200 libri sui Primati, Carnivori e Artiodattili finché giunsi a delle conclusioni supportate da un gran numero di dati; poi andai all’istituto di zoologia presso il museo della Specola. Trovai in Francesco Dessì l’adeguato referente che per un altro anno mi seguì, leggendo e correggendo i miei scritti. Infine tutto pubblicai rigorosamente a mie spese: “Evoluzione sociale per Incremento dei Legami – un modello interpretativo della socialità nei Mammiferi”. Dessì mi fece inviare circa venti sunti a altrettanti esperti del settore però lui non mi disse mai cosa ne pensava e nessuna risposta, nemmeno un’infame denigrazione, mi giunse. Con molto garbo mi chiuse la porta in faccia: non lo trovavo più, nessuno mi rispose, per di più proprio allora la biblioteca di zoologia ebbe l’ordine di non dare più libri in lettura all’esterno. Ovvero a me. Niente di niente. Anche gli anni dopo, per centinaia di docenti o esperti a cui invierò i miei studi, la casta risulterà inviolabile.
Resta la mia libertà: amore per la cultura, per la gioventù e la scuola, per la ricerca. Ma la ricerca in grande, con quel piacere della avventura che ti porta a sprofondare nell’azzurro più vasto del cielo. Senza i limiti imposti dal vincolarsi ai dettagli, alle pallose relazioni, a opportunistici discorsi di convenienza, agli ineludibili sorrisi per arruffianarsi. Scansati i limiti della ricerca formale nell’università resto solo io e il mondo, io e il più remoto universo, io e la più nascosta umanità. Io sono l’essere cui urge nuotare nell’intero oceano della vita. E trovo piacevole pensare che questa libertà me la sono presa, me la sono goduta senza limiti.
Ma quante porte ho chiuso!
Ed anche lungo il percorso dell’amore, quante porte, aperte o lasciate chiuse. Da quella ragazzina a cui piacevo quando andavo alla scuola privata della professoressa Tellarini. Avevo sedici anni e facevo il ragazzo diligente, tutto preso nel compito di superare la propria ignoranza e che non ha tempo da perdere con le ragazzette dai capelli ondeggianti intorno agli occhi dolci e allo sguardo intenso. Davanti a lei piegavo lo sguardo, gli occhi di lato, fintamente distratto, piegando il collo poi seguito dal corpo. Niente poteva, doveva, fermarsi lì: niente era il suo sguardo. Non mi interessava.
Nel mondo fatto di piacere e dolore, di esaltazione e pianto, d’amore e odio. Di passioni che ti prendono dolcemente la mano per accompagnarti su un letto o ti stritolano, in un pugno titanico, il cuore, io ero nella sublime indifferenza della scelta fatta. Aperta la porta di rientrare nella scuola, di studiare, di voler imperiosamente conoscere e capire il mondo, conseguiva l’obbligo di percorrerne il corridoio, la condotta forzata, fino alla naturale conseguenza. Le altre porte di lato, e la curiosità, le passavo oltre: non esistevano.
Valutato il passato, il presente e il futuro, valutate le opzioni e le scelte, valutato tutto il valutabile, niente altro restava che scegliere e andare diligentemente alla meta. Il vasto dominio delle passioni, tutto l’amore e l’odio del mondo, tutte quelle emozioni che emanavano gli oggetti, non mi potevano turbare. E nemmeno quello sguardo dolce di ragazza; che in fondo vuole solo un giovane cavaliere, provare la mano nella mano, l’ebbrezza di un bacio. Tutto quel suo tenero immacolato pudore raccolto in uno sguardo d’amore si frantumava davanti alla mia determinazione.
Non so quanto pesa la coerenza. Se sono stato troppo rigido. Se ho amato troppo me stesso, le mie decisioni, le porte che volentieri ho aperto, i corridoi leggiadramente percorsi. Non so. Donne che ho avuto o non ho avuto: Daniela, Patrizia, Caterina, Marzia, Rosa, altre. Volti diversi, visi freschi alla memoria, spettri ora emersi dai loro giorni remoti. Volitive presenze, parole vane, sguardi innamorati e persi, caverne lasciate al buio remoto dell’essere. Tutto impronta il corridoio, un po’ voluto un po’ forzato, di fedeltà a Cristina. Quanto varrà la fedeltà? Ripenso ai lunghi dialoghi con Valter. Non so.
E altre dimensioni della vita e altre porte. Così la mia famiglia di origine è tutto un tormento, un incasinamento. Ripensando alla estrema violenza di quella porta che altri mi vollero chiudere in faccia. La porta della superbia che ogni dialogo chiude nel tonfo dell’altezzosità, sbattuta su ogni minimo tentativo di comprensione. Perché dietro potessero andarsene per la loro strada.
Sempre il vento passerà fra le chiome degli alberi e fischiando a ognuno porterà i suoni di un lontano lamento. In lui sarà la voce eterna di mia madre. E in un granello di sabbia sulle labbra la sua polvere. Perché quel pianto remoto e ormai trascorso dal suo corpo che pure giace verrà, e sempre avrà nel suo tremolare insieme un lamento e una parola buona. Ancora nella mano ossuta lei si aprirà e nel palmo dolce spingermi ancora ad andare alla vita.
Dio mio se potessi rinascere! Vorrei crescere nel cuore tutto il coraggio del mondo! E mi spingerei, nel mio fare di inquieto pellegrino, fino a quell’ultima porta.
Vorrei potere - e troverei il coraggio! - di bussare. E non avrei paura, nessun terrore o la più vasta angoscia. Credetemi! Busserei alla porta della morte. E mi dovrebbe aprire. Deve aprire la sua porta! Perché mi deve ciò che non ho avuto.
Lei mi deve mio padre.
Vorrei che lui si affacciasse, e mi guardasse, e guardarlo un po’.
Poi busserei alla porta di Dio. E vorrei che un po’ di saggezza ci donasse. Un po’. Alla mia vita e a questa gente intorno. E dall’elevato chiarore, dal profondo azzurro che campeggia su questo mio giorno, come il sole che tutto amoroso irraggia, passasse sulla vita un velo fatto di luce e di felicità.
Le Porte Chiuse testo di Robin