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Sarei un gigante, se volessi, ma non me ne importa niente.
Preferisco non avvicinarmi troppo al cielo. E' troppo il vento, sono troppi fulmini di fuoco. Le tempeste elettromagnetiche mi rovinerebbero i capelli, il freddo mi ghiaccerebbe le ciglia che ho belle, lunghe e morbide per grazia di nascita, e l'aria rarefatta mi farebbe respirare con fatica facendomi anche venire il mal di testa.
Meglio stare quaggiù, sdraiata fra fiori ed erba, oppure su una delle splendide spiagge di quarzo di questa mia meravigliosa Sardegna.
Preferisco stare a guardarlo questo cielo che non meritiamo, preferisco restare capace di sentire i profumi di tutto quello che vive e prospera anche lontano dalle vette.
Si è dimostrato un buon esercizio per l'anima questo osservare i colori delle piccole creature che volano o arrancano ed è catartico riempirsi gli occhi del viola ceruleo dei minuscoli nontiscordardime, del giallo del tarassaco e delle ginestre, del bianco rosato delle rose canine e del rosso profondo delle creste di gallo che bucano il verde dei prati. Tutti colori che dall'alto non si potrebbero vedere perché tutto si stempererebbe in un unico azzurro.
Ed è romantico osservare il volo dell'astore, le sue danze d'amore nell'aria e l'allegria leggera del volo delle rondini che ho sempre pensato come i bambini del cielo, incapaci come sono di spiccare il volo dal basso.
Le lascio agli altri le vette, le altezze, le conquiste.
Mi sento abbastanza gigante anche restando piccola.
Mi basta pensarla la cima del monte per sapere com'è, mi rende felice osservare il cielo e i suoi colori ed è divino sognare l'universo profondo, ma sono piccola dentro la mia grande mente e non mi dispiace esserlo.
Ora vado. Ho da fare una collana con gli aghi di pino, una di quelle che facevo sempre da bambina.
Sempre meglio avere addosso qualcosa che profuma.