Il parcheggio degli esseri umani - (I° parte)

scritto da innuendi
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Tratto dal romanzo " Il parcheggio degli esseri umani"
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Testo: Il parcheggio degli esseri umani - (I° parte)
di innuendi

Il parcheggio di essere umani

Le villette sembravano carcasse tra le sterpaglie secche di quell’inverno del ’75. Fagotti vuoti, finestre morte, catene arrugginite, tetti che colavano acqua come ferite vecchie. I padroni le avevano chiuse prima che arrivasse l'inverno, convinti che lassù l’aria fosse buona, pulita, piena di pini e di stronzate varie.

Dicevano che d’estate si viveva meglio, che lo scirocco restava giù, inchiodato alla città come una condanna da scontare. A noi quell’aria entrava nei polmoni come limatura di ferro. Ti raschiava dentro e ti lasciava solo polvere.

Ci chiamavano ospiti.

Era la parola che usavano per non dire prigionieri. Il collegio-riformatorio ci inghiottiva ogni mattina dentro la pancia umida di un vecchio monastero benedettino. Pietra marcia, odore di muffa, di corpi lavati male e di candele spente da secoli. I muri trasudavano silenzio e qualcosa di più vecchio ancora: una rassegnazione antica, appiccicosa, che ti si attaccava addosso peggio del freddo. C’era un’ala che nessuno di noi poteva attraversare.

 La clausura. Le monache vivevano lì dentro, separate dal mondo e, a quanto pare, anche da Dio, visto quello che ogni tanto si sentiva filtrare dai corridoi di notte. All’inizio pensavamo fossero preghiere. Poi abbiamo capito che la fede faceva strade diverse dopo ogni tramonto.

Dormivamo in una camerata divisa a pezzi da pannelli di compensato, come pecore in batteria. Sei per ogni quadrato. Niente armadi, solo un comodino storto e il rumore dei respiri degli altri: pesanti, sporchi, troppo vicini. Di notte qualcuno parlava nel sonno, qualcuno piangeva senza farsi sentire, qualcuno si masturbava piano, credendo di essere invisibile. Nessuno lo era. In fondo al corridoio c’era la stanza dell’Istruttore. Non era un prete. Peggio.

Un civile con una barba scura e fitta, gli occhi di uno che si è perso da qualche parte e non ha più trovato la strada per tornare indietro. Diceva di aver fatto il guardiano in un faro, sempre quella storia, come se la solitudine fosse una medaglia da lucidare. Per noi era solo l’Orco. Quello che arrivava quando alzavi troppo la testa. Quello che parlava poco e bastonava il necessario. 

 Quello che ti guardava come se stesse scegliendo da dove iniziare a smontarti la vita. E poi fumava. Troppe sigarette. Il fumo gli restava addosso come un vestito sporco. Eravamo in quattro a non piegarci mai. O almeno così ci piaceva raccontarci. Pietro, che rideva sempre nel momento sbagliato ma spesso diventava serioso di colpo, figlio e nipote di due noti avvocati.

Franco, che aveva già gli occhi di uno che avrebbe fatto male a qualcuno, prima o poi, e lo sapeva.

Martino, muto come una tomba, ma con le mani sempre pronte, come se il corpo gli parlasse prima della bocca.

E io. Ma di me parlerò dopo.

Noi non dormivamo davvero.

Aspettavamo. Nel buio ci passavamo mozziconi di sigaretta come fossero oro, tirando piano per non farci scoprire. Il fumo restava basso, nascosto tra i pannelli di compensato, e per qualche secondo sembrava di avere qualcosa di nostro. Parlavamo poco. Gli sguardi bastavano.

La notte era l’unico momento in cui quel posto mollava leggermente la presa. Non diventava meno marcio. Solo più sincero. E noi, in quel nero, smettevamo di fingere di essere ragazzi da aggiustare. Eravamo già qualcos’altro. Lo sapevamo. Anche se nessuno aveva ancora il coraggio di dirlo ad alta voce. L’Orco non era per pochi. Era per noi.

Tredici, quattordici anni e già abbastanza storti da meritare la sua attenzione. Non eravamo i peggiori, non ancora. Ma neanche tra quelli da salvare con due carezze e un rosario il giovedì pomeriggio. Lui stava lì, addosso a noi, come un’ombra che non si stacca mai. Non serviva che urlasse. Bastava la sua presenza. Ti entrava nella testa e ti faceva capire, senza spiegazioni, che ogni passo fuori posto aveva un prezzo. I più piccoli stavano da un’altra parte. Undici, dodici anni. Facce ancora morbide, problemi che gli adulti si raccontavano di poter aggiustare. Per loro c’era un altro istruttore. Trent’anni scarsi, aria distratta, come se fosse capitato lì per errore e non avesse ancora trovato l’uscita. Non faceva paura. Ed era già una colpa. Aveva un vizio. La notte, quando il corridoio si svuotava e i piccoli crollavano, si faceva le canne. Lo capimmo subito. L’odore arrivava piano, dolce, denso, fuori posto in mezzo a quella puzza di umido e disciplina. Una crepa. Un buco nella rete. E noi quattro, sotto l’occhio dell’Orco, vivevamo per quella crepa. Aspettavamo. Fermi nei letti, immobili, con gli occhi spalancati nel buio. Il respiro lento, finto. Il corpo già in tensione. Bastava un cenno. Scivolavamo giù dalle brande senza rumore. Scalzi. Attenti. Con quella fame addosso che non era solo di libertà, ma di qualcosa che non sapevamo nemmeno nominare. Una  strada ti chiama anche se non c’è nessuna strada, solo un corridoio buio e il rischio di beccarti una bastonata. Uscire dalla camerata, con l’Orco a pochi metri, era già un viaggio. E forse era proprio quello che ci faceva andare avanti: quel brivido di essere vivi, anche se solo per dieci minuti, anche se solo per rubare un tiro di fumo dolce e sentire il cuore battere come se fosse libero. Perché in fondo, in quel parcheggio di esseri umani, non c’era altro da fare che aspettare la prossima crepa. E infilarcisi dentro, come topi che sanno già che il formaggio è avvelenato, ma lo mangiano lo stesso. Perché è l’unico sapore che sanno di avere.-

Il parcheggio degli esseri umani - (I° parte) testo di innuendi
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