Il coprifuoco mi fa pensare alla guerra, alla sirena fortissima che fa uscire tutti dalle proprie case verso passaggi sotterranei, speranzosi di non essere uccisi dalle bombe.
Mi mette paura.
Ma non mi sono presentata.
Mi chiamo Elisa, sono una bambina sarda, ho un papà meraviglioso, una mamma particolare, un fratello più grande di me.
Io devo rispettare un coprifuoco, però imposto da mia mamma. Non posso uscire da sola mai, e quando sono in compagnia non posso tornare dopo il tramonto.
Non vado d’accordo con mamma, anche per questa storia del coprifuoco, forse. Vuole sempre vincolarmi, impedirmi di fare qualcosa e di essere chi sono. Ancora non ho idea di chi io sia, sono solo una bambina, non posso saperlo…
Però mi sento molto triste nel non poter fare come voglio. Anche perché… sì, sono un po’ ribelle, ma più obbediente, quindi anche volendo non trasgredisco alle regole imposte. Le rispetto controvoglia e con tristezza, e forse è pure peggio.
Con papà invece vado d’accordo. Non dovrei dirlo ma è il mio genitore preferito. Papà studia sempre, mi piace guardarlo mentre sta seduto nel divano con le enciclopedie. Poi cerca sempre di difendermi da mamma e di farla stare zitta quando lei mi sgrida. Mamma, di questo, dà la colpa a me. Piango spesso da sola in camera. Papà mi coccola: «sei la mia bambina», dice. Da un lato è bello sentirmelo dire, dall’altro penso: «non sono più una bambina, non mi vedi? Ho 10 anni ormai. Anzi, 10 E MEZZO!».
Però ha ragione, sono la bambina di papà. Mi piacciono tanto i suoi occhi, sono grigio-verdi. Non credo esista un nome per quel colore, è unico, proprio come lui. Ha un naso enorme, sembra Pinocchio. E delle orecchie tanto grandi da ricordarmi Dumbo! Con ciò non voglio dire che sia brutto, anzi! È davvero un bell’uomo, il mio papà. Nelle foto di quando era un giovane militare, rende molto di più, ma è sempre bello per me. Chissà se allora lo doveva rispettare anche lui, un coprifuoco.
Mamma invece è carina, notano tutti la nostra somiglianza. Non sono tanto simile a lei caratterialmente, ed essendolo fisicamente mi sento imprigionata. Diciamolo: io sono più bella, però.
Avrei voluto gli occhi di papà. Così, forse, i miei compagni non mi prenderebbero in giro, e mi piacerei di più anche io.
A scuola ridono di me e dicono sia troppo magra, anoressica, brutta e credono assomigli alla figlia di Fantozzi. Si guardassero allo specchio!
Però soffro per le prese in giro. Spesso non ho la merenda come gli altri bambini, ma va bene così. So quanti sacrifici faccia la mia famiglia per non farmi mancare niente. Non posso lamentarmi.
Papà viene a prendermi a scuola quando esce da lavoro, spesso viene con la tuta da lavoro blu acceso, tutta sporca di olio di motore, e quando lo abbraccio sento anche un po’ di puzza.
Gli dico: «Puzzi di lavoro!», ma lui: «Vuoi dire “profumo” di lavoro».
Credo di capire cosa voglia dire, e ci trovo anche della poesia in ciò che dice. Nell’odore no, però.
A volte, all’uscita di scuola, vedevo gli altri bambini correre con i loro genitori, e anche io volevo correre con papà. «Dài papi, corriamo fino alla macchina!», e lui ci provava a correre, e provava a sorridere, ma sapevo quanto soffrisse per l’artrite reumatoide, così smettevamo. Non volevo stesse male, soprattutto per colpa mia.
Fino a poco tempo fa, papà leggeva delle storie per me, e mi piaceva tanto ascoltarlo. A volte, vedendo la mia paura nello stare al buio, lasciava la luce accesa, anche tutta la notte, pur sapendo che la bolletta sarebbe venuta a costare di più.
Poi, però, mi ha insegnato a non avere paura del buio.
E abbiamo ripreso a risparmiare.
Sento davvero il suo amore; come ho detto, è il mio genitore preferito. Non voglio muoia mai. Lo voglio per sempre. Anche quando diventerò grande, sarò la sua bambina. Voglio assomigliargli, da grande. Magari non voglio fare lo stesso lavoro e puzzare così ma voglio essere come lui: forte, determinato, affettuoso e dolce, dedito alla famiglia, a me, al lavoro, nonché ai sacrifici.
Ora parlo di mio fratello. Gli voglio tanto bene, è molto più grande di me, ha 13 anni in più. È nato cardiopatico, ha il pacemaker. Me ne ricordo perché non può giocare con i Supermag: sono delle calamite e possono essere pericolose. Mamma mi ha detto di stare attenta e non avvicinarmi a lui con quelli perché potrei ucciderlo.
Come ogni fratello maggiore che si rispetti, mi fa giocare con lui, mi fa guardare tanti bei film e mi sopporta anche se lo disturbo spesso. È protettivo con me, e se uno dei due combina qualcosa, non ci accusiamo a vicenda ma anzi, ci proteggiamo. Mi vuole bene e dice sempre di volermi portare via da casa, anche lui vuole difendermi da mamma. Quando mi sente piangere viene ad abbracciarmi. Non mi sento sola in sua presenza.
Una cosa però mi dà fastidio, ok, lui è più grande di me, ma torna all’ora che vuole, quando esce. Mamma mi dice sempre «Eh, ma lui è un maschio, è diverso».
Perché è diverso? Una femmina non può tornare tardi a casa perché è femmina? Mentre un maschio può tornare a casa quando vuole? Per i maschi non c’è il coprifuoco? Ho sentito dire sia pericoloso per le donne tornare a casa tardi, specialmente da sole. Non è giusto. Non so bene perché ma non è giusto.
A me e mio fratello piace guardare le stelle insieme. Quando passeggiamo in campagna, la sera, vicino a casa di nonna, ci piace stare con il torcicollo e fissare il cielo. Tutti i puntini luminosi brillano sopra le nostre teste.
Anche papà ama le stelle. Ci racconta di quando faceva il trattorista e tornava dal lavoro ormai a tarda serata. Guardava il cielo sentendosi benedetto da tanta bellezza e immensità.
In estate andiamo spesso in una spiaggia: si chiama Abarossa. Non è tra le migliori nella nostra zona ma è più vicina. Passeggiamo nel bagnasciuga mano nella mano, come se fosse il mio principe. Una volta, abbiamo trovato nella spiaggia un teschio di delfino, non potevo crederci! Il delfino è il mio animale preferito, volevo portare a casa quel teschio e colorarlo ma mi è stato detto «No, meglio di no». Peccato. Sarebbe nel mio comodino, ora. Mi limito a raccogliere conchiglie e a cercare le arselle.
Qualche volta rimaniamo fino al tramonto, è il momento che preferisco di più.
Siamo stati ribelli: abbiamo violato il coprifuoco.
Sono piena di sale e ancora fradicia dall’ultimo bagno, ho le guance rosse e la luce arancio fa sembrare tutto più bello.
Sono passati quattro anni.
Ho finito le scuole medie, ho 14 anni. Questi tre anni non sono andati tanto bene. A scuola ero brava, studiare non era un problema, ma anche lì le prese in giro non sono mancate, specialmente nell’ultimo periodo. Tre anni fa però, è successa una cosa molto bella: mi sono iscritta in una scuola di danza, e pratico modern-jazz. Mi piace tantissimo, amo davvero danzare e vorrei essere più brava; continuerò!
Avendo finito le medie, a breve inizierò una nuova scuola, il liceo delle scienze umane, non vedo l’ora. Mi fa sentire grande, ma da un lato mi sento ancora una bambina. Una cosa è certa, sono adolescente, ora. Dicono sia il periodo più difficile, probabilmente per i genitori, ma staremo a vedere.
Ora, avendo 14 anni ed essendo in estate, vado al mare con le amiche in pullman. Gli orari sono un pochino più flessibili. Anche se di notte non posso uscire, se non con amici fidati.
Papà aveva cambiato lavoro, negli anni scorsi. Ha lavorato presso la farmacia dell’ASL, vicino a casa. Era un lavoro pesante, quando veniva a casa per la pausa pranzo lo vedevo molto sciupato, stanco e nervoso. Voleva fare di più, ma il corpo non glielo permetteva. Ora ha compiuto 65 anni, è entrato in pensione. Ci sono gli aspetti sia positivi sia negativi. Può riposare, sì, può dedicarsi ad altri interessi, ma ci sono meno soldi. Mio fratello è ancora a casa con noi, mi sta sempre vicino, ma essendo tanto più grande di me, si sente imprigionato nel vivere ancora in questa casa, con tanti limiti. Lui è sempre più libero di me, in quanto maschio più grande, però non deve essere facile neanche per lui, che desidera la sua indipendenza.
Papà non dorme più nel letto con mamma perché lui soffre di reflusso gastroesofageo, tra le altre cose. Ora dorme nel divano, così rimane rialzato ed evita di sentirsi male. Quindi siamo tutti separati. Io nella mia cameretta, mio fratello nella sua; mamma nel lettone matrimoniale e papà nel divano, in salotto.
Non ho mai avuto la sensazione di vivere in una famiglia unita, ci sono sempre stati tanti litigi, da quando ero piccola. In più, le difficoltà economiche e vari problemi di salute. Mi manca sentirmi veramente capita, mi sento sola.
Qualche mese fa, ho fatto la cresima, e mia madrina mi ha regalato una macchina fotografica digitale, sono molto contenta, finalmente ora potrò scattare delle belle foto!
Mia madrina è una donna straordinaria, è professoressa in una scuola media, le voglio molto bene, ma sono strana e non riesco a dimostrarglielo come vorrei. In questo periodo non sta tanto bene, spero si riprenda presto.
Una cosa imbarazzante di questo periodo è che non ho ancora avuto… “le mie cose”, o come dicono le amiche di mia madre: “non sono ancora signorina”. La maggior parte delle ragazzine della mia età ha già avuto il ciclo e io ancora no, quindi non so cosa aspettarmi.
C’è un coprifuoco persino per il ciclo mestruale. Si muova.
Due anni dopo ancora.
Sedici anni. Piena adolescenza. E non a caso, forse il periodo più brutto per me. Sono al secondo anno di liceo. Ho degli amici, in classe parlo con pochi compagni ma con questi ho un buon rapporto.
Mi sento un po’ depressa, ho iniziato a soffrire di ansia e attacchi di panico. Non dormo la notte, mi sento sempre in preda all’angoscia e all’insonnia. Sto cercando di sfogare tutto nella musica e nella scrittura. La musica è l’unica cosa in grado di salvarmi.
Ho conosciuto da poco una ragazza, frequenta un’altra scuola. È fantastica, ci vado d’accordissimo. Ascoltiamo la stessa musica, abbiamo lo stesso stile, ci capiamo sempre in tutto e per tutto e le voglio molto bene. Sono molto contenta di averla incontrata, spero sia un’amica sincera…
Entrambe siamo molto limitate nelle uscite, quindi non riusciamo nemmeno a vederci di pomeriggio perché abbiamo orari rigidissimi. Condividiamo persino il coprifuoco.
Ce l’ho con me stessa, non faccio che pensare “non sono abbastanza”, mi sento brutta, insicura, un disastro. Mi sento sola.
Sto praticando autolesionismo… in poche parole, mi taglio. Per molte persone non ha senso, ma certe volte sembra davvero l’unica cosa a darmi sollievo. Sento di meritare quel dolore, provarlo sulla pelle mi fa sentire meglio. Lo so, sembra un controsenso, ma non saprei spiegarlo meglio di così.
Mi sono confidata di questo con le persone sbagliate, forse per richiamare attenzione, forse per chiedere aiuto, forse per vittimismo… e ho sbagliato.
Chi vuole farsi veramente del male, non dà prima la notizia.
Non mi voglio abbastanza male… ancora.
Ho paura di stare a casa, faccio fatica a studiare e con mamma va sempre peggio. Legge le mie cose di nascosto, fruga nella mia roba, non fa che umiliarmi e farmi sentire in colpa. Quando succedono queste cose mi sembra di sentire nella testa un allarme, il preavviso di un bombardamento imminente. Proprio quello che avveniva nella mia vita.
Vorrei uscire di più, qualche volta ho tentato di farlo dopo cena ma è iniziata una vera tragedia a casa. Mamma ha chiuso la porta con le mie chiavi, per poi nasconderle e mettersi comunque di fronte all’ingresso per vietarmi di uscire.
Ecco i bombardamenti. Altro che coprifuoco. Quando succede tutto ciò come si dice? Non ne ho idea.
Mi dispiace per papà e per mio fratello, iniziano a urlare per contrastarla, o per sgridare anche me, quando lo merito.
Non faccio che sentire urla, tristezza e rabbia. Allarme. Mi taglio.
Ancora uno, ancora. Sangue. Aia, brucia. Va bene così.
Piango in silenzio premendo il viso sul cuscino.
«Perché? Cosa ho fatto di male per meritare questo?».
Scrivo, scrivo tutto. Ogni sputo di rabbia, ogni lacrima tramutata in inchiostro. Ascolto musica, devo fermare i pensieri, devo fermare i pensieri, devo fermare…. Devo fermare la testa.
La testa, mi fa male la testa.
No Elisa, non puoi uscire di casa. È notte, è tardi.
No Elisa, non puoi chiuderti a chiave in camera, non hai la chiave.
Già, mamma l’ha sequestrata. È coprifuoco questo? Voler morire? Non avere privacy? Non avere libertà? Sentirsi spiati anche mentre si piange?
Sento solo rabbia e odio dentro di me.
Se non ci fossi…
Se morissi, non sarebbe un problema…
Otto anni dopo, ancora.
24 anni di donna. Sono successe tante cose, da quando ne avevo 16.
Ho affrontato la depressione per sei lunghi anni, quindi per gran parte del tempo trascorso. Ho tentato il suicidio. Ho trascorso un periodo ricoverata nel reparto di psichiatria. Sarò breve: non mi ha aiutata.
Nel frattempo, è morta mia madrina, già, quel malessere era cancro.
Grazie a un percorso di psicoterapia, a tanto sviluppo personale e alle persone giuste, sono guarita dalla depressione. Ho ritrovato valore e fiducia in me stessa e so di volermi bene, ora.
Avevo abbandonato gli studi, e li ho ripresi da autodidatta.
Quell’amica con la quale avevo legato, è tutt’ora la mia migliore amica.
Crescendo, ho capito perché per le donne sia pericoloso tornare a casa tardi, la sera.
E nonostante i numerosi fenomeni di violenza, catcalling, abusi… ancora le donne non sono tutelate, anzi.
Mio fratello non vive più con noi da diversi anni. È sposato e vive in Friuli.
Quindi molte difficoltà le ho dovute affrontare senza i suoi abbracci.
Ma questo ultimo anno, per me è stato il più importante, catastrofico e doloroso della mia vita, finora.
Il 9 marzo 2020 è stato un giorno importante per tutta Italia, ma per me è stato l’inizio della fine. O se vogliamo, l’inizio di un coprifuoco in grado di sradicare l’esistenza.
La mattina del 9 marzo 2020 papà era ricoverato in clinica, e i medici mi dissero che aveva un polipetto di circa 3 cm nello stomaco: maligno. «Suo padre ha il cancro», questo, ricordo.
La sera del 9 marzo 2020, venne dichiarata ufficialmente zona rossa in tutta Italia, quarantena, a causa di una pandemia tutt’ora presente.
Pandemia che ora rendeva ancora più complicata la possibilità di trovare una cura per papà.
Da allora la mia vita è cambiata.
Coprifuoco non è l’allarme che fa mettere tutti al sicuro. I bombardamenti nella mia vita erano già iniziati, senza preavviso. L'allarme mi suonava nella testa. Dov’era un rifugio? Già da piccola mi sentivo protetta con papà, ma ora dovevo essergli io la sicurezza. L’unica priorità era lui, in tutto e per tutto. Ho trascorso la quarantena tra farmacia, supermercato, ospedali, ambulanze, assenza di soldi. Lacrime, disperazione.
Da adolescente, la notte sognavo spesso di vedere morire papà, e al risveglio ero più angosciata che mai. Correvo ad abbracciarlo, perché lui era ancora lì con me.
Il cancro mi aveva portato via già tante persone, compresa mia madrina.
Le possibilità di sopravvivenza per lui erano molto poche. Rifiutò l’intervento di asportazione dello stomaco, perché sarebbe morto durante la convalescenza.
Il suo decadimento fu però inevitabile. In poco tempo non si resse più in piedi.
Lo avevamo in salotto, in un letto ortopedico, allettato.
Piaghe, infezioni, dolori, vomiti, deliri, melena.
Non dormivo più, mangiavo a malapena. Come mamma, del resto.
Studiare mi era impossibile, oramai. Mi sarei dovuta diplomare. Ogni singolo attimo di ogni singolo giorno mi ha strappato via un pezzo di anima.
A luglio 2020 ho sostenuto gli esami, senza neanche un’ora di sonno in 14 giorni.
In quei giorni, papà era sotto morfina, in preda ai deliri e a una metamorfosi straziante ogni fibra di cuore.
Mio fratello non lo ha potuto salutare.
Coprifuoco, maledizione.
Eccolo di nuovo, l’allarme del coprifuoco, forte, nella mia testa.
15 luglio 2020, ultimo giorno di esami.
15 luglio 2020, ultimo giorno… di papà.
Accarezzandolo, ho assistito agli ultimi respiri di un padre. Presto avrebbe rivisto la famiglia d’origine: la madre, della quale urlava il nome nel cuore della notte.
L’ultimo «ti amo papà», sussurrato a fatica con la gola in fiamme.
Ho percepito i suoi ultimi battiti, dal polso sinistro.
Ho chiuso occhi grigio-verdi con la mano destra, come si vede fare nei film, credendo che non vivremo mai una situazione simile.
Alle ore 21.35 del 15 luglio 2020, l’allarme suonava nella maniera più assordante esistente: in silenzio.
Papà amava le stelle, in cielo. Ora è diventato parte di quel dipinto. Ma solo nell’ultimo periodo mi aveva detto di avere una copia del firmamento sulla propria pelle.
Aveva la cintura di Orione nello stomaco, proprio dove è nato il cancro.
Ora lo cerco lassù: nella cintura di Orione, ancora col torcicollo, a osservare il cielo.
Nei miei occhi sono nate pupille di dolore; si espandono nell’oscurità, per ridursi alla luce.
Il coprifuoco ora c’è davvero, alle ore 22.
Si rischia la multa.
Ma non c’è multa che mi spaventi più della consapevolezza di aver perso mio padre.
Alla mia età testo di donnadinchiostro