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“In teoria.”
È una frase perfetta.
Funziona sempre.
Salva da molte situazioni.
Perché “in teoria” non riguarda la realtà.
“In teoria arrivo.”
“In teoria è pronto.”
“In teoria funziona.”
In teoria.
Io la trovo una parola onesta.
Perché ti avvisa.
Ti dice:
guarda che quello che sto dicendo
non è detto che succeda.
Però lo dico lo stesso.
“In teoria” è una specie di anticipo di scuse.
Elegante.
Pulito.
Tu ascolti…
e decidi se crederci.
Il problema è che uno ci crede sempre.
“In teoria partiamo alle otto.”
Tu alle otto sei pronto.
Alle otto e dieci sei ancora pronto.
Alle otto e venti inizi a rivalutare la teoria.
Alle nove diventa filosofia.
“Cos’è davvero partire?”
“In teoria” sposta tutto di lato.
Non nega.
Non conferma.
Tiene aperta l'ipotesi.
È una frase che non impegna.
Qualunque cosa succeda dopo,
lei resta corretta.
“Ma avevi detto che arrivavi.”
“Sì… in teoria.”
E ha ragione.
In teoria era perfetto.
È la pratica che ha esagerato.
Ho provato a eliminarla.
A dire le cose senza teoria.
“Arrivo.”
Punto.
Mi hanno guardato male.
Troppo diretto.
Troppo netto.
Quasi aggressivo.
Come se stessi promettendo qualcosa.
Allora ho capito che “in teoria”
non serve a spiegare.
Serve a convivere.
È una distanza minima
tra quello che dici
e quello che succederà.
Quanto basta
per non dover mai dire
che hai sbagliato.
“In teoria ci sono.”
E dentro quella frase
c’è già tutto.
Capito?