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“Poi ne parliamo.”
Questa frase non apre una conversazione.
La rimanda in un posto dove non arriva mai.
“Poi ne parliamo con calma.”
“Poi ne parliamo meglio.”
“Poi ne parliamo dopo.”
Sempre “poi ne parliamo”.
Mai parliamo.
È una promessa sospesa.
Non dice quando.
Non dice come.
Dice solo che, prima o poi, succederà.
E quel “poi” non ha coordinate.
Io all’inizio ci credevo.
Pensavo che “poi ne parliamo” fosse un appuntamento senza data.
Una cosa da recuperare.
Allora aspettavo il momento giusto.
Che non arriva mai da solo.
Perché “poi ne parliamo” funziona così:
se non lo richiami, sparisce.
Se lo richiami, disturba.
Una volta ho provato.
“Guarda che dovevamo parlarne.”
Silenzio.
“Ah sì… vero.”
Vero.
“Quando vuoi.”
Quando vuoi è perfetto.
Perché riporta tutto al punto di partenza.
Nessuno decide.
Tutti disponibili.
È una conversazione teorica.
Il bello è che “poi ne parliamo” viene usato soprattutto
quando qualcosa è già chiaro.
Solo che dirlo direttamente
creerebbe una reazione.
Allora si rimanda.
Si sposta.
Si rende più gestibile.
“Poi ne parliamo” non è per capire.
È per prendere tempo senza dirlo.
Per dare l’impressione
che la cosa esista ancora.
Che non sia stata evitata.
Che sia lì, da qualche parte.
Io ormai quando lo sento
non immagino più la conversazione.
Non penso ai contenuti.
Non preparo niente.
Prendo nota.
E basta.
Perché ho capito che “poi ne parliamo”
è già il modo in cui se ne parla.
Capito?