Erano quasi le due di un sabato notte quando entrai nel bar. Non c’era nessuno seduto al bancone e nessuno ai tavoli.
Il barman teneva la cassa aperta ma non contava i soldi. Mi vide e sorrise. Disse: “Come va? Come andiamo?”
“Cercavo un posto tranquillo.” Mi sedetti su di uno sgabello.
“Un posto tranquillo? Bè, l’hai trovato. Ci sei proprio dentro.” Chiuse la cassa, che emise uno scampanellio. “Cosa ti servo?” Appoggiò le mani sul bancone. Da dove mi trovavo potevo vedere un paio di tazzine galleggiare nel lavello. L’acqua era striata da una leggera tinta marrone, e le tazzine ci stavano sospese dentro.
“Un Martini” risposi.
“Ghiaccio?”
“Ghiaccio.”
Si voltò, prese la bottiglia, tolse il tappo, fece comparire un inatteso bicchiere e ci versò il liquore. Poi ci fece scivolare due cubetti, cavò fuori una cannuccia, girò la bevanda e me la porse.
“Magìa” disse, e sorrise ancora.
Sorseggiai. Da fuori arrivavano i rumori della strada. La vetrata che dava sul marciapiede ogni tanto incanalava lo sguardo fluido di due fari passeggeri, poi lo espelleva e tornava ad essere solo ciò che era.
Il barman prese uno straccio e cominciò a pulire il bancone. Sorrise. “Serata no?” chiese.
“Serata no” confermai.
“Imprevisti?”
“Solo un po’ di noia.”
“Quella è dappertutto.”
Sorrisi anch’io.
“Io non me lo ricordo neanche” disse, e lo straccio andava avanti e indietro sulla superficie levigata del bancone, tanto che il bancone si prese i nostri riflessi, con lui che puliva e io che sorseggiavo.
“Che cosa?”
“Come si passi una serata a bighellonare.”
“Sei sempre qui dentro?” chiesi, e ora proprio mi ci vedevo bene, là sopra; la mia faccia; la mia mano; il bicchiere.
“Sono libero solo il lunedì.” Depose lo straccio. “Ma non mi muovo da casa. Sai, la moglie, i figli, le pantofole ai piedi e qualche imbecille che sbraita di calcio in TV. Presente?”
“Sì.”
Risistemò le mani sul bordo della superficie. “Sposato?”
“Non più.”
“Càpita.” Sorrise e aprì il rubinetto. Si abbassò e ricomparve con un flacone. Spruzzò nel lavello un po’ di liquido verde, che si fuse col marrone del caffè, poi entrambi i colori scomparvero sotto lo strato di schiuma.
Entrò il tizio dei giornali. Disse: “Fresco di stampa!” e gettò un quotidiano sul bancone.
Il barman gli sorrise. “Qualcosa da bere, Tonio?”
“Stasera no. C’è qualche ritardo.” Mi vide. “Lo vuole, il giornale?” chiese, i denti neri di nicotina in pieno contrasto col pallore del viso.
Ne presi una copia, pagai. “Notizie importanti?” gli domandai.
“Oh!” fece, prendendo gli spiccioli. “Solo qualche bombardamento, città distrutte, centinaia di morti, profughi senza mèta per i Balcani e il grande interrogativo del nostro Paese in guerra: chi vincerà lo scudetto?”
Fece un cenno di saluto e ci lasciò così, me e il barman, che sorridevamo meccanici alla sua ironica amarezza.
“Un altro?” chiese il barman.
I cubetti di ghiaccio si scioglievano nel bicchiere vuoto.
“Solo un momento” dissi. “Il bagno?”
Me lo indicò.
Non ero più abituato agli alcolici e il pavimento parve ondularsi ed impennarsi sotto ai miei piedi. Camminai fino alla toilette, spinsi la porta, me la chiusi alle spalle. Ristetti un istante davanti allo specchio e mi guardai così come non facevo da tempo.
Poi mi sciacquai la faccia, me l’asciugai, e vidi qualcosa che prima non avevo notato. Nel portasaponette c’era un’armonica a bocca. La osservai un attimo. Decisi di prenderla.
Tornai di là.
“Tutto bene?” mi chiese.
“Sì.”
Aveva in mano la bottiglia di Martini. “Verso?”
“Versa.”
Quando ebbe riposto la bottiglia alle sue spalle, gli mostrai l’armonica. “Qualcuno l’ha dimenticata nel bagno.”
Aggrottò la fronte. “Un’armonica?!” disse. La prese e le diede un’occhiata intenta.
Io mi sedetti e la stanza smise di girare come un faro davanti ai miei occhi.
“Non ho la più pallida idea di chi possa averla lasciata lì” disse il barman.
“Mai visto nessuno con quell’affare in mano?”
“Mai in vita mia. Né qui, né altrove” rispose.
Sorseggiai.
“Un’armonica!” ripeté.
“Faccenda grave?”
Sorrise. “Bè, no! Non direi!”
“Posso tenerla io?” chiesi.
Mi osservò. Poi osservò l’armonica. Poi ancora me. “Sai suonarla?” domandò, tra il sospettoso e il divertito.
“Neanche per idea.”
“Allora a che ti serve?”
“Male non mi farà” risposi.
Ridemmo, e me la diede.
Entrò qualche avventore solitario abituale; qualche avventore solitario occasionale; gruppi di due o tre o quattro o più persone. Nessuno si faceva più di un bicchiere parlando, certi gridando, altri sorseggiando silenziosamente; squillarono un paio di cellulari; un uomo mangiò due tramezzini con molta calma, un altro masticò come se il treno del mondo fosse potuto partire senza di lui; tutti scomparvero presto.
Quarto Martini.
“Sicuro che ce la fai?” mi chiese, l’aria preoccupata; intanto girava la cannuccia nel liquido, quasi senza toccarla. “Non è che ti cambierà la vita, ubriacarti.”
Sospirai. “Parlami dei tuoi figli” dissi, e gli tolsi delicatamente il bicchiere dalle mani.
“Oh, loro!” Sorrise. “Due maschi, nove e sette anni. Il più piccolo… Fabio… sai cosa vuol fare?”
“Cosa vuol fare?”
Indicò il posto. “Questo mestiere!” Scosse il capo. “Questa vita!” Riprese lo straccio, e ancora su e giù sulla superficie del bancone, che s’era come adombrata, o forse ero io, forse erano i miei occhi. “Dice che gli piace l’odore dei liquori. Così, o mi diventa un barman coi fiocchi, o un alcolizzato da guiness dei primati!”
Ridemmo, e buttai giù anche il quarto.
“Sei mai andato a vedere un vulcano?” mi chiese, ed era appoggiato con i gomiti sul bancone.
“Mai.”
“Dovresti farlo.” Parve estraniarsi. “Non è solo il posto. C’è quell’atmosfera. Come… come di tensione continua.”
Provai a figurarmi la situazione.
“Vedi” disse, “è quel senso di timore che solo la natura può trasmetterti. Una sorta di minaccia. Voglio dire: sei lì, e sai che è spento da centinaia d’anni, sai che non succederà niente. Eppure ti chiedi: ‘E se invece prendesse vita proprio ora, proprio adesso che ci sono io?’ E’ a quel punto che ne intuisci tutta la potenza.”
Poi entrò una ragazza sui ventotto. Entrò che quasi barcollava, i passi sbilanciati, il bel viso rilassato in un’espressione d’allegria fittizia.
“Geeesùùù” esordì, e fece per sedersi. Poi si accorse di aver lasciato la porta aperta e tornò a chiuderla, ondeggiando paurosamente sui tacchi.
“Ciao, Laura” disse il barman. E a me: “E’ più cotta di te.”
“Sono sempre più cotta di chiunque!” esclamò lei. Si sedette ed accavallò le gambe. “Devo esserlo. Altrimenti non c’è gusto!” Rise e la sua risata era un po’ come la voce: angolare, roca.
“Come mai da sola?” chiese lui.
“Ero uscita con un tizio. Aspetta…” Appoggiò l’indice al naso. “Com’è che si chiamava?” Rise. “Alberto...? Roberto..? Una cosa che finisce per ‘erto’! Siamo andati in discoteca. C’era un sacco di gente, davvero tanta. E così…” Fece schioccare le dita. “Me lo son perso!” E scoppiò di nuovo a ridere. “Sono uscita da lì e ho” –emise un sonoro fischio- “chiamato un taxi!”
Il barman scosse la testa.
Laura non mi guardò, ma chiese al barman: “Che beve, l’amico?”
“L’amico beve Martini” rispose.
“Martini!” Ammiccò nella mia direzione. “Sei uno che guarda parecchia TV.”
“Guardi parecchia TV?” chiese lui sorridendo.
“Non più del dovuto.”
Laura rise forte. Mi fece il verso: “Non più del dovuto!” e c’era davvero un po’ della mia voce dentro la sua.
“Solo che adesso hai il bicchiere vuoto” continuò lei.
Guardai il barman. “Ho il bicchiere vuoto.”
E Laura: “Ho il bicchiere vuoto!”
Ridemmo tutti e tre, e lui mi versò il sesto.
Il barman girò una manopola e una caldissima voce di donna ondeggiò nel locale.
Lui ascoltò un attimo. Poi disse: “C’è un’altra epoca, in questa voce.”
Laura sorrise.
Io chiusi gli occhi per un attimo.
Rimanemmo in silenzio fino alla fine di quel motivo.
Lui sospirò; disse: “I tempi andati.”
“Ma dov’è che se ne vanno?” chiese lei, e mi parve seria.
Non era possibile risponderle.
“Mi hai fatto venir voglia di Martini” disse lei.
Il barman scosse il capo. “Tu sei già cotta.”
Lei mi indicò. “E lui, allora?” Rise.
“Lui regge bene.”
Dissi: “Io reggo bene.”
“Sarà” fece lei. “Ma non mi sembra.”
“Nascondo qualità insondabili” ribattei.
“Qualità insondabili!” esclamò lei. “Ma parla come bevi!”
“E ho anche un’armonica” dissi, e la appoggiai sul bancone.
“Che?” e si sporse per guardare lo strumento. Quando ebbe verificato, ritornò nella posizione di partenza. Mi squadrò meglio. “Sei un suonatore?”
“Sono un suonatore?” chiesi al barman.
Lui rise. “Non lo so!” Indicò l’armonica. “So solo che quella l’hai trovata nel cesso!”
Lei rise più forte.
In questa città succede spesso che la pioggia giunga del tutto inattesa. Non conosce barriere stagionali. Neanche te ne rendi conto, e fuori sta già diluviando. Ti chiedi: ma come è possibile, se solo dieci minuti fa..? Poi, però, lasci perdere e ti ci abitui.
E’ una delle caratteristiche di questa città.
In realtà –quando ci penso- mi pare che non ne abbia altre.
Così, anche quella sera, cominciò a piovere. Lacrime tagliarono in verticale la vetrata, confondendo il riflesso di ciò che eravamo con quello che sembravamo.
Laura si spostò nello sgabello accanto al mio.
Il barman, guardandoci di sottecchi, disse: “Nasce un sodalizio.”
E Laura: “Voglio capire bene se questo è un bevitore, un suonatore, o solo un fanfarone.”
“Vada per la terza!” esclamai io.
Lei mi fissò negli occhi. L’odore del suo profumo combatté per un attimo con quello del suo fiato, poi vinse. “Lascia che lo scopra da me” disse lei.
Portò l’armonica alle labbra e ci soffiò dentro. Il suono che ne uscì fu leggerissimo. “Che lavoro fai?” chiese.
“Aggiusto mobili.”
“Grande!” fece il barman.
Lei rise. “Si guadagna bene?”
“Dipende da come vengono spaccati” risposi.
“Quali sono i clienti potenziali?”
“Divorziandi che hanno finito i piatti.”
Fece una smorfia. “Prosperi sulle altrui sofferenze, quindi?”
“A qualche collo mi devo pure attaccare” dissi.
“Cinico!” esclamò il barman. “Fuori dal mio locale!” e rise.
Poi preparò due Martini e ce li sistemò davanti. Disse: “Questi li offre la casa!”
“Solo se bevi con noi” disse lei.
“Bevi con noi” le feci eco.
Lui ci pensò un po’ su. “D’accordo, ragazzi” Preparò il suo e non ci mise nemmeno il ghiaccio. Alzò il bicchiere. Ci guardò. Disse: “All’amore?”
“Come sei all’antica!” fece lei.
“Allora?” domandò lui. “A che cosa?”
Lei sollevò il bicchiere.
Uno scroscio di pioggia parve attraversare la vetrata.
“Ai suonatori” sussurrò.
Brindammo.
“Ora devo proprio chiudere” disse lui. “Mi spiace.” Poi guardò lei. “Tu come torni a casa?”
Lei diede un’alzata di spalle.
“Ho la macchina” dissi io.
Il barman sorrise.
“Non so nemmeno come ti chiami!” fece lei. “Non vado in giro con gli sconosciuti.” Poi rise. “Non avrai mica un nome che finisce per ‘erto’?”
Glielo dissi.
Lei ci pensò su un attimo. Poi ammiccò al barman. “Tu che dici?”
“Mah” fece. “E’ un cinico. E’ un alcolizzato. E’ un ladro di armoniche. Ancora non mi ha pagato.” Rise. “Mi pare un ragazzo coi fiocchi.”
“Mi avrai sulla coscienza” gli disse Laura. E a me: “D’accordo, ragazzo coi fiocchi.”
Pagai. Lo salutammo.
Incespicammo un po’, prima di arrivare alla porta. Lei mi si appoggiò al braccio. “Non è un dramma” mi disse. “Dobbiamo solo riuscire a mettere un piede davanti all’altro.” Rise.
Lui mi richiamò. “Dimentichi questa!” disse. “Cos’è un suonatore, senza il suo strumento?” E mi tirò l’armonica. “Ci vediamo.”
“Ci vediamo” conclusi. E lo lasciai così, con la cassa aperta, proprio come quando ero entrato.
Corremmo sotto la pioggia e la sentivo ridere. Le aprii la portiera e lei s’infilò in macchina in un unico, aggraziato movimento.
Mentre guidavo, si studiò nello specchio. “Dio!” fece.
“Che c’è?”
“Dove sarà finita tutta la mia bellezza?”
“Sta andando verso casa mia, forse.”
Rise. “Scordatelo!” Poi si passò un fazzoletto sui capelli.
“A casa mia c’è anche un phon” dissi.
“E smettila!”
Non è che stessi guidando proprio bene. Anzi. Spesso invadevo l’altra corsia. O prendevo delle curve troppo ampie. O mi confondevo tra il rosso e il verde dei semafori. O proprio non li guardavo, i semafori. Lei si reggeva e non faceva che ridere.
“Dimmi la strada che devo fare, almeno” le dissi.
Sospirò. “Quella che fai sempre” rispose, ed era un sussurro.
Ad uno stop ci guardammo e mi apparve bellissima. Disse: “Conviene sporgersi verso uno come te?”
“Non sei mica in pendenza.”
“Sii serio.”
Accostai l’auto ad un marciapiede. La guardai e le ombre della pioggia danzavano sul suo viso. “Siamo due ubriachi in una notte di pioggia. Posso dirti solo questo. Ed è tutto ciò che so. Puoi scegliere.”
Mi diede un bacio.
A casa mia, tirai fuori della birra dal frigorifero. Mi piacque, perché non si guardò per niente intorno e non fece commenti. Andammo avanti a bere per un po’, nel frattempo parlavamo e ridevamo e ascoltavamo i tuoni e cercavamo di conoscerci meglio.
La stanza girava e tutto sembrava come un acquerello sospeso, dentro il quale –indistinti come eravamo- tentavamo di riprodurre la nostra essenza.
Ad un certo punto finì di ridere per una cosa che avevo detto e parlò. Disse: “Non sarebbe bello se il mondo fosse sempre come ci appare adesso, da ubriachi? Se tutto fosse sempre così sfasato e i rapporti fossero come ora, facili, e la gente la smettesse di lustrarsi la faccia?” La accarezzai. “Perché non può esistere un posto così?”
La sollevai e la portai in camera. Ci spogliammo piano e passò del tempo prima che fossimo nudi. Fu allora che cominciai ad avere paura: quando lei si allargò per potermi ricevere.
“Che c’è?” mi chiese.
“Non riesco, non so perché.”
Tremavo.
E lei fu grande. Perché mi accarezzò il viso, lo fece piano, come se volesse davvero arrivare al fulcro del mio dolore. Mi scostò, dolcissima, mi fece sistemare al suo fianco e mormorò: “Non preoccuparti.”
Mi chiamò per nome e fu l’ultima cosa che disse, prima di addormentarsi.
Io pensavo ai vulcani.
Un posto così testo di Christian Ray