maledetta vita che mi hai voltato le spalle

scritto da f.bolivar
Scritto 25 anni fa • Pubblicato 25 anni fa • Revisionato 25 anni fa
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Autore del testo f.bolivar

Testo: maledetta vita che mi hai voltato le spalle
di f.bolivar


Quando mi svegliai ebbi la netta sensazione di aver fatto qualcosa di grave, qualcosa di cui mi sarei sicuramente pentito in futuro. Poi, lentamente, mi tornò in mente una scena della serata precedente. Me ne stavo appoggiato al bancone del solito bar. Ridevo come una vecchia zitella isterica. Vicino a me c’era una tizia con la faccia da tacchino e una sigaretta nel becco. Non ricordavo altro.
Ero nel mio letto, sdraiato e immobile, come se fossi imprigionato in un polmone d’acciaio. Ecco cosa mi ci vorrebbe per rimettermi in sesto, pensai, un bel polmone d’acciaio. Un paio d’ore lì dentro non mi farebbero certo male, pensai.
Dovevo aver bevuto parecchio per ridurmi così. La testa pulsava come il gozzo di un rospo e l’alito era cattivo come quello di un cadavere lasciato al sole. Decisi di alzarmi, lentamente, un po’ alla volta. Sentii le ginocchia scricchiolare quando le piegai per mettermi seduto. I risvolti del mio ventre molle si accasciarono uno sull’altro. Abbassai lo sguardo e vidi gli strati di grasso come se fossi sulla cima di una piramide a gradoni. Li contai: uno, due, tre, quattro. Quattro gradoni. Erano andati i tempi in cui correvo i cento metri in dodici secondi netti. Ora mi occorrevano dodici secondi solo per mettermi seduto. Se dovessi percorrere cento metri oggi mi servirebbero dodici ore, pensai. Ma sapevo benissimo che il problema non mi avrebbe nemmeno sfiorato, in effetti non avevo nessuna intenzione di fare tutta quella strada.
La stanza girava come su una di quelle giostre sceme dei luna park, quella con i cavalli per l’esattezza. Che razza di idiozia le giostra con i cavalli, pensai. Come cazzo fanno i bambini a divertirsi? mi chiesi. Devono proprio essere deficienti, i bambini.
Quando lo stomaco si accorse di essere stato sistemato in posizione verticale, si ribellò. E vomitai, dritto nelle mie scarpe. Se ne stavano lì come due idiote ai piedi del letto, le mie scarpe, ignare di quello che stava per accadere. Avevano trascorso la serata precedente a sopportare il peso di un ubriaco e probabilmente pensavano di aver già sofferto abbastanza, ma si sbagliavano. Che razza di vita che fanno le mie scarpe, pensai. Ed ora eccole lì, piene di vomito rosso, come due disgustosi bignè.
Nonostante il malessere che si stava abbattendo sul mio corpo oramai obsoleto, continuavo a pensare di aver commesso qualche stupidaggine. Quella sensazione era costantemente accompagnata da uno strano ronzio prodotto gratuitamente dal mio cranio. Era come se avessi un fon costantemente acceso nella testa. Me lo immaginavo impegnato ad asciugarmi i capelli dall’interno. Ecco di cosa avevo bisogno, di una doccia. Forza ragazzo, mi dissi. Appoggiai le mani sulle ginocchia, chiamai a raccolta polmoni, dorsali, addominali, quadricipiti, e con un colpo di reni mi alzai. Avevo poco più di trent’anni. Maledetta vita che mi hai voltato le spalle, pensai.
Con andatura incerta mi trascinai in bagno. Aprii la porta e vidi una balena con la faccia da tacchino seduta sul mio water con un rotolo di carta igienica in mano. Indossava solo un paio di enormi mutande bianche che le facevano da ponte tra le ginocchia. Pensavo dormissi, mi disse sorridente. Vomitai di nuovo.
Lo sapevo che avevo fatto qualche cazzata, pensai.
maledetta vita che mi hai voltato le spalle testo di f.bolivar
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