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Della storia forse la più grande frode,
Da quando quel mascalzone cieco
Pizzicando per primo la sua lira,
Intonò con quel suo ritmo greco
"Canta o dea del Pelide la funesta ira".
E l'inganno del metro, del sonetto e della ode
Si diffuse lesto, penetrando in ogni dove.
Da allora noi porci zotici e fangosi,
Che abitiamo lo stabbio della Musa,
Emettiamo i nostri grugniti fragorosi,
Scambiando per valore dei suoni alla rinfusa.
Ed infine ecco il bello
che non possiamo farne a meno
Anche quando condotti al macello.