Juliette – Capitolo 6

scritto da Nigthafter
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Immagine di Nigthafter
Autore del testo Nigthafter
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Sedette su una roccia al margine della spiaggia deserta. Il vento era tagliente. Serrò la zip del field jacket fino al mento e osservò la Manica che scagliava onde lunghe contro la riva.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette – Capitolo 6
di Nigthafter

Juliette – Capitolo 6



La sala della colazione era piccola e calda, impregnata dell’odore di caffè, burro fuso e pane appena sfornato.
Ogni volta che la porta si apriva, entrava una folata di aria salmastra che si mescolava al vapore dolce dei cornetti.
Marcel Dubois scese poco dopo le sette e mezzo.
Al tavolo accanto alla finestra lo aspettava già una colazione imponente, apparecchiata con cura su una tovaglia a quadretti bianchi e blu.
René arrivò silenzioso come sempre, reggendo una caffettiera fumante. Nonostante i settant’anni, aveva ancora un fisico solido, spalle larghe e braccia segnate da vene sporgenti.
I capelli grigi tagliati cortissimi e gli occhi chiari gli davano un’aria autorevole, quasi marziale.
- Voilà, monsieur Dubois - disse con voce roca ma cortese. - Colazione alla maniera della Côte d’Opale. Qui non si scherza.
Davanti a lui c’era tutto: una faluche ancora tiepida, morbida e leggermente dolce, fette di baguette croccante, due cramiques gonfi di uvetta, burro salato, vergeoise bruna, marmellate artigianali, miele di fiori di dune.
Due formaggi – il cremoso Mont des Cats e il più deciso Bergues – e due filetti lucidi di hareng fumé con cipolla rossa e limone. Yogurt con frutti di bosco e succo d’arancia fresco completavano il quadro.
René versò il caffè nero mescolato con cicoria, dal colore scuro e dal retrogusto terroso tipico del Nord.
- Il caffè con la chicorée sveglia anche i morti - borbottò con un mezzo sorriso. - Lei che scrive storie di paura dovrebbe apprezzarlo.
Marcel annuì, spalmando il burro sulla faluche calda.
René doveva averne bevuto litri per essere così loquace di primo mattino.
Lui, invece, aveva la testa pesante per il troppo bere della sera prima e rispose con una smorfia sofferente al posto del sorriso.
Quando finì di mangiare, però, si sentì decisamente meglio.
I pensieri tornarono subito alla sera precedente: lo studioso di storia locale incontrato al bar e, soprattutto, la misteriosa donna intravista sul molo.
Non era lì per una vacanza fuori stagione.
Era lì per rubare suggestioni, per ritrovare la scintilla del romanzo che non riusciva più a scrivere.
Uscì dalla sala. Nella hall René trafficava dietro il bancone della reception.
- René, mi scusi… una cortesia.
- Dica, monsieur.
- Posso usare il vostro telefono? O devo scendere in paese?
- Ma certo. Usi pure questo - rispose l’uomo, indicandogli l’apparecchio prima di allontanarsi con discrezione.
Marcel compose il numero. Al quarto squillo rispose una voce giovane.
- Studio del professor Adrien Martin, buongiorno.
- Buongiorno, sono Marcel Dubois. Ho conosciuto il professore ieri sera. Vorrei fissare un incontro.
Dopo qualche minuto di attesa, la voce cordiale e ferma di Martin arrivò dall’altro capo.
- Dubois! Che piacere. Come sta?
- Bene, grazie. Mi piacerebbe approfondire i discorsi di ieri sera, se possibile.
- I grandi misteri del nostro piccolo villaggio - rise il professore. - Certo che l’aiuto volentieri. In cambio, però, mi citerà nei ringraziamenti del nuovo romanzo.
- Può contarci fin da ora. - rispose Marcel divertito.
- Oggi sono pieno, ma domani pomeriggio sono libero.
- Le quattro va bene?»
- Perfetto. L’aspetto. Buona giornata.
Marcel riagganciò. Solo allora si accorse di un strano ronzio di fondo che aveva accompagnato tutta la telefonata e che era cessato proprio alla fine.
Un disturbo sulla linea, probabilmente.
Eppure gli aveva lasciato una sensazione strana, come un ricordo che non voleva prendere forma.

La mattina era fredda. Non pioveva, ma l’umidità salmastra dei rovesci dei giorni precedenti impregnava ancora muri e strade, resistendo al pallido sole che filtrava tra nubi sfilacciate dal vento.
Marcel scese in paese, comprò una copia di Nord Littoral alla tabac-presse e si diresse verso la spiaggia con l’idea di leggere il giornale accompagnandolo con la prima pipa della giornata.
Accanto all’ufficio postale, un piccolo negozio di fotografia sembrava fermo agli anni Sessanta.
Nella vetrina opaca, vecchie pellicole per reflex e due pannelli di foto ingiallite: ritratti, matrimoni, istantanee di una vita ormai lontana.
Si fermò, la pipa tra i denti. Il fumo saliva lento.
Fu allora che la vide: una foto seppia, molto vecchia.
Una donna sottile ed elegante, in posa da studio di moda, con lunghi capelli mossi che nella monocromia apparivano chiari: biondi o forse rossi.
Il cuore gli diede un piccolo sobbalzo.
La somiglianza con la sconosciuta della sera prima era impressionante.
Entrò nel negozio.
Il titolare, un uomo basso e quasi calvo sulla cinquantina, scosse la testa quando gli chiese informazioni.
- Desolato, monsieur. Ho rilevato l’attività venticinque anni fa. Quelle foto erano già lì. Non so chi siano.
Marcel tornò a fissare l’immagine, sempre più convinto della somiglianza.
- Le ho tenute come cimeli, - continuò il titolare. - Hanno un sapore vintage, pensavo potessero piacere a qualche collezionista. Invece hanno solo preso polvere.
- A me interessa, - disse Marcel. - Se è in vendita, quanto chiede?
L’uomo parve sorpreso. Senza dire una parola, staccò con cura la foto dal pannello, la infilò in una piccola busta e gliela porse.
- Gliela regalo volentieri, monsieur. Almeno non dovrò più spolverarla.
- Marcel tirò fuori dal portafoglio una banconota da venti franchi e insistette perché l’accettasse.
- Per bersi una birra alla mia salute. Si salutarono cordialmente.
Marcel riprese la strada verso la spiaggia, con la foto in tasca e una sensazione indecifrabile addosso.

Sedette su una roccia al margine della spiaggia deserta.
Il vento era tagliente. Serrò la zip del field jacket fino al mento e osservò la Manica che scagliava onde lunghe contro la riva.
Dopo qualche minuto tirò fuori la foto.
Sul retro, sbiadita ma ancora leggibile, c’era una scritta: “Juliette – 09/05/1938”.
Juliette. Quel nome cominciava a suonargli fin troppo familiare.
Chiuse gli occhi un istante, cullato dal rumore della risacca.
Quando li riaprì, lei era lì.
Sulla riva deserta, a una trentina di metri, ma sembrava non accorgersi di lui; una figura femminile vestita interamente di nero.
Un ampio scialle le avvolgeva il corpo e metà del viso.
I capelli rosso mogano danzavano selvaggi nel vento.
Fissava il mare, immobile, come se aspettasse qualcosa che non sarebbe mai arrivato.
Di una cosa era certo: era la stessa donna della sera prima e somigliante in maniera incredibile a quella della foto che possedeva.
Rimase in silenzio ad osservarla in quella sua fissità insolita.
Trascorsero una ventina di minuti senza che nulla mutasse, allora si levò e si avvicinò lungo la linea della marea, i passi inghiottiti dal vento e dal rumore costante delle onde.
- Juliette? - disse piano.
La donna si voltò. Il viso era identico a quello della fotografia: zigomi alti, bocca piccola, occhi di un viola innaturale.
Lo guardò senza sorpresa.
- Conosce il mio nome?
- Marcel le tese la foto. Il vento la fece tremare tra le dita.
- Questa è lei, vero?
Lei osservò l’immagine per qualche secondo, poi gliela restituì con un gesto stanco.
- Non sono io. Era mia zia. La sorella di mia madre. Dicevano che ci somigliavamo come gemelle. Mi hanno dato il suo nome. Mia madre sperava portasse fortuna.
Fece una pausa. Il mare sembrava trattenere il respiro.
- Ma la fortuna non è arrivata. Mia zia è morta qui nel ’48. Annegata. O così dicono.
Marcel deglutì. La somiglianza era spaventosa, eppure impossibile.
Quella foto aveva quasi sessant’anni. La donna davanti a lui non ne dimostrava più di trenta.
- Vengo qui perché è l’unico posto dove riesco a respirare - continuò lei, lo sguardo perso sull’orizzonte. - Il villaggio mi considera una maledizione. I pescatori muoiono, le barche affondano. E loro hanno deciso che la colpa è mia.
Un sorriso amaro. - Dicono che porto sfortuna. Che non dovrei esistere. Hanno bisogno di qualcuno da odiare. E io… io solo di dimenticare.
Marcel sentì un nodo allo stomaco. - Perché dovrebbero pensare una cosa del genere?
Gli occhi viola si posarono su di lui lucidi.
Per un istante parvero più scuri, come se il mare ci si fosse riversato dentro.
- Non racconti a nessuno di avermi vista, Marcel. Non capirebbero e diverrebbero pericolosi… anche per lei.
Si voltò di nuovo verso il mare.
Marcel si sentì pervadere da una inquietudine, un disagio indefinito come d'aver violato un sentimento doloroso e segreto.
Si voltò allontanandosi senza un saluto per lasciare la spiaggia.
Accelerò il passo, a testa bassa contro il vento, fuggendo da quella sensazione che lo destabilizzava quanto lo sguardo della sconosciuta.

A metà strada si girò.
La spiaggia era di nuovo deserta.

(Continua)

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