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L’ambulanza tardava.
La strada di montagna
era deserta.
Marco teneva suo figlio tra le braccia,
cercando di fermare il sangue
con una giacca ormai inutile.
Il telefono non prendeva.
Ogni minuto
sembrava avere il peso di un inverno.
Poi comparve un uomo.
Arrivava dal bosco,
con passo tranquillo.
Non disse chi fosse.
Si inginocchiò accanto al bambino,
strappò la camicia
per farne una fasciatura,
immobilizzò la gamba
e parlò al piccolo con una calma
che sembrava conoscere il dolore
da sempre.
“Respira con me.”
Il bambino obbedì.
Anche Marco.
L’uomo indicò una vecchia
strada sterrata.
“L’ambulanza arriverà da lì.
Aspettatela.”
Poi si allontanò.
Senza fretta.
Senza voltarsi.
Pochi minuti dopo
si udirono le sirene.
I soccorritori arrivarono proprio
dalla strada indicata.
“Chi vi ha chiamati?”
domandò Marco.
“Nessuno.
Abbiamo cambiato percorso
all’ultimo momento.
La strada principale era franata.”
Marco cercò l’uomo.
Nel bosco
solo vento.
Il giorno seguente
andò in paese per ringraziarlo.
Descrisse il volto.
L’anziano del bar
smise di asciugare i bicchieri.
“Impossibile.”
Indicò una fotografia appesa al muro.
Era lui.
Lo stesso sorriso.
La stessa giacca.
“È Carlo. Il medico condotto.”
Marco sorrise.
“Lo sapevo che era un medico.”
L’anziano abbassò gli occhi.
“Sì…”
Fece una pausa.
“Ma il funerale è stato ieri pomeriggio.”
Marco guardò ancora la fotografia.
Sotto la cornice
qualcuno aveva lasciato un biglietto.
C’era scritto soltanto:
“Reperibile, anche dopo
l’orario di chiusura.”