1968... l'amore libero
Arrivai a Milano con il medesimo stato d'animo di un giovane airone che giunge in una discarica. Sì, ci trovai di tutto, anche da mangiare per sopravvivere, però abituato com'ero al mio mare, alla mia isola, vi lascio immaginare. A Milano non si volava tanto bene...
Dopo le prime difficoltà per trovare un alloggio decente, optai per la Casa dello Studente, una sorta di accampamento di nomadi del mondo, riuniti sotto la stessa bandiera di cemento armato ed odori.
Fra le tante cose che quel mitico '68 offriva, non si può dimenticare il sogno comune che ci stringeva tutti in un unico abbraccio: l'amore libero.
Io ero un timidone, con l'aggravante del fatto che ero tendenzialmente sentimentale, insomma sognavo di poter fare l'amore piangendo di gioia. Nel frattempo avevo una certa esperienza di allenamento solitario, una pratica soddisfacente che mi dava altresì modo di rimandare il problema della perdita di verginità. Insomma, esiste una frase corta per dirla tutta: mi facevo le seghe.
Nel cuore avevo i consigli del grande Nereo, saggio uomo ed esperto marinaio che aveva pure gran successo con le donne ma che, in maniera molto pragmatica, non me lo faceva pesare e mi dava consigli di tutt'altro indirizzo, forse per non demoralizzarmi. Eccone uno:
« Giacomo, la pugnetta non è poi così male...te la regoli da te, avanti o indietro, piano o forte »
Ma ormai era tempo di abbandonare questa abitudine da asceta tibetano per abbracciare un altro tipo di religione, insomma per abbracciare una donna in carne ed ossa e non evanescente come le immagini delle riviste porno più in voga: Le Ore e Play Boy.
E il '68, con la sua rivoluzione culturale, ci veniva incontro, proponendo, fra le tante cose, anche l'amore libero.
Gli slogan dei grandi leader rivoluzionari erano davvero accattivanti:
« Facciamo l'amore, non la guerra » urlavano nei cortei, ed io pensavo che Nereo quella cosa l'aveva sempre saputa, senza nemmeno urlarla ai quattro venti, forse perché i gabbiani, gli unici che l'avrebbero ascoltato in mare aperto, sarebbero stati certamente dello stesso parere.
« La verginità è un tabù da sfatare, evviva il sesso libero », si gridava in coro, mentre a me quel tabù inibiva il pensiero perché Tabù erano le mie caramelle alla liquirizia preferite, i deliziosi tronchetti che ai tempi erano venduti in graziose scatoline di metallo.
« Chi non fa l'amore è un servo del padrone, oppure è un coglione... », si leggeva nei volantini distribuiti all'università, sia nella facoltà di Ingegneria ma ancor più in quella di Architettura.
A scrivere la rima doveva essere un poeta da strapazzo, non certo un big dei migliori siti di scrittura attuali.
Io non potevo aver dubbi sul fatto che non ero un servo del padrone, essendo il mio padrone il mare, che notoriamente non ha servi, ma cominciavo a nutrire il sospetto che se continuavo con i miei esercizi manuali senza concludere concretamente, forse passavo davvero per coglione.
Intanto i nostri capi spirituali, come il grande amico Mario Villa, di estrazione borghese, meno noto dell'altro Mario, Capanna, ma con le stesse idee politiche in fatto di edilizia e di sesso, con questo fatto della liberazione sessuale si portavano a letto quasi tutte le donne del direttivo, e per noi ruote del carro restava solo robetta.
Un miglioramento era evidente, tuttavia non mi bastava per essere soddisfatto di me. Ora le seghe me le facevo nella massima libertà, non chiudevo nemmeno più la porta del bagno, e qualche volta mi portavo pure dei giornaletti porno al cesso e li tenevo bene in vista sottobraccio, come a dire:
« Sono emancipato, non mi vergogno di far l'amore libero... »
Insomma mi rendevo conto che stavo raggiungendo la consapevolezza della mia mia grande forza sessuale, un'immensa volontà di potenza erotica, parafrasando Nietzsche.
Dopo un po' però mi resi conto che queste seghe libere e mentali non erano un miglioramento nello stato sociale del mio mondo erotico. Per dirla in altre parole mi mancavano quelle meravigliose masturbazioni in riva al mare, il mio mare, mentre guardavo l'orizzonte e sognavo di incontrare un sirena svedese.
Decisi allora di affrontare il toro per le corna, insomma cominciai ad avvicinare alcune ragazze, quelle che urlavano a voce più alta: Evviva il sesso libero.
A rompermi le uova nel paniere fu una frase che avevo detto al mio amico Mario Villa per giustificare la carenza di donne nella mia sfera( mai capito perché sfera!) sessuale. La frase probabilmente aveva fatto il giro dell'Ateneo, anche perché era difficile da dimenticare. Mi sa che quello stronzo di Mario l'aveva fatta girare a bell'apposta per avere un concorrente in meno, anche se non agguerrito come lo ero io. La frase incriminata? Era la naturale risposta difensiva ad un suo attacco, portato in questi termini:
« Giacomo, come va a topa, agguanti o no...? »
Agguanti è un modo di dire Elbano, e spiegherò nel dettaglio i tanti significati dell'allocuzione, magari in altra puntata. A proposito di puntate: per puntare puntavo, ma ad ogni puntata mancava il seguito...
« No, sì, insomma non è quello il discorso... »
« Come no...e allora, qual è secondo te? » insisteva Mario.
« Vedi, per agguantare agguanto, gli è che ho fatto un voto »
« Un voto?...non dirmi che è un voto religioso! »
« Ma no.. » e qui mi concentravo per trovare una scusa, « è un voto esistenziale, insomma una faccenda di salute psichica » , e già a metà frase non credevo alla balla che stavo raccontando. Ma Mario Villa non era come Mario Capanna, anche se entrambi appassionati di edilizia, era poco capitoio, come si dice a Marciana Alta. Quindi abboccava come un tordo, insomma come il Verdone, noto labride che vive nei fondali misti di roccia ed alga.
« Ah...cioè? »
« Ecco, ho fatto voto di castità!
Mario non volle approfondire il discorso, pensando che sotto sotto ci fosse qualcosa di serio. Disse soltanto:
« Capisco... »
Bene, pensavo di aver risolto la questione, ma non avevo immaginato che la faccenda diventasse di dominio pubblico.
Lo capii quando decisi che la donna alla quale dovevo chiedergliela, a ragion veduta, era la capa indiscussa del movimento femminile di liberazione sessuale, Verdiana Meli.
Costei era una rossocrinita che aveva il diavolo in corpo, come la Marthe dell'omonimo romanzo di Radiguet, libro nel quale certi temi come l'adolescenza, il tradimento, lo scandalo, la paternità, l'adulterio, l'amore e le inquietudini sessuali erano stati magistralmente trattati.
Noi studenti d'ingegneria la chiamavamo Mela Verde, storpiando il suo nome, mentre le femministe di Architettura la soprannominarono Mela Godo.
Quando le dissi se era disposta a favorire la mia iniziazione, mi sorprese assai con una domanda:
« Ma tu sei l'amico di Mario?...sei quello del voto di castità? »
E, ancor prima che balbettassi una risposta, disse:
« Io sono lesbica, amore libero ad oltranza... ma se vuoi ti presento Giangi, lui è un esperto di queste iniziazioni »
Fu quella la frase che mi stroncò, facendomi regredire ai tempi della mia fanciullezza, quando tra un'onda e l'altra, un grido di gabbiano, il suono inconfondibile della barca di Peppino con il suo motore monocilindrico che cantava le lodi a Nettuno come e meglio di un Harley Davidson, il lamento del mare risucchiato dagli scogli di punta Calamita, e le note della sirena del traghetto mi ritrovavo a sognare una donna tutta per me, con gran soddisfazione per il mio volatile, che goderecciamente mi promenavo dall'apice alla base e viceversa, con una soddisfazione fisica e mentale che l'amore libero sessantottino non avrebbe mai e poi mai potuto darmi.
1968... l'amore libero testo di Spartaco Messina