Sabato, ore 03:04
C’è silenzio intorno a me.
Cammino per i dedalici viottoli secondari della città più grande e maestosa che sia mai stata costruita e, neanche per un istante, mi sfiora il pensiero di star commettendo un grosso errore. Forse dovrebbe: una ragazza sola, alle tre di notte, in giro per Roma che finisce misteriosamente a galleggiare nelle insipide acque del Tevere è un topos letterario che troppo spesso viene scambiato per realtà da mettere in atto a tutti i costi, come se in ballo ci fossero l’onore e la reputazione di un Virgilio qualsiasi.
Ebbene, me ne frego. Dovete solo provarci, sono tre, stupide parole che ripeto mentalmente da quando ho dodici anni e mia madre mi permette di uscire anche da sola. Sussurrare nella mia testa quella frase provocatoria mi ha sempre infuso il coraggio necessario per camminare a testa alta e non rinchiudermi in casa mia per sempre. Come se bastasse a convincermi che sono forte abbastanza per affrontare qualsiasi problema. Beh, è ovvio che non sia così, ma fingere è molto più facile che ammettere una scomoda verità.
Non so bene dove sto andando, continuo ad avanzare senza una meta.
La calma piatta della Roma notturna è un toccasana per il mio animo inquieto, è come se ci capissimo, io e lei. Ora, non mi paragonerei mai alla bellezza senza confini ed eguali di Roma, non sono così egocentrica per farlo, ma mi permetto di pensare che abbiamo tanto in comune. Entrambe siamo così confusionarie, così piene di vita e di storia e di passione eppure malinconiche, tristi, tormentate. Di giorno, risplendiamo di una luce che è tutta nostra, siamo vivaci ed euforiche, ma quando scende il buio… è tutto un altro conto.
Supero Via Stefano Boccapaduli e con altrettanta fretta mi lascio alle spalle anche Via Giovanni Torrecremata, immettendomi finalmente in Viale dei Colli Portuensi: di fronte all’autoscuola deserta che ho frequentato settimanalmente per quella che mi è sembrata un’eternità, prima di conquistarmi la tanto agognata patente, c’è il Circolo degli Illuminati.
Dal locale provengono rumori e luci a sufficienza per illuminare e vivacizzare l’intero quartiere, probabilmente a discapito di tutte le povere persone che abitano nei dintorni. Io avrei già appiccato un incendio su tutta Roma, degna erede di Nerone, pur di riuscire a dormire senza essere disturbata. Il sonno è sacro.
Mi tengo a debita distanza da quella fonte inesauribile di colori e suoni. Sono sul marciapiede dirimpetto, indecisa se proseguire il mio percorso indisturbata o se lanciarmi nella mischia e contribuire a rendere infelice chiunque stia cercando di abbandonarsi tra le morbide, delicate e accoglienti braccia di Morfeo. Bloccata a metà tra l’agire correttamente e comportarmi da un’inguaribile incoerente, decido di prendermi una pausa.
Amo prendermi delle pause. Non faccio che prendermi pause da tutta la vita, tanto che temo diverrà a breve il mio svago preferito. A meno che non lo sia già diventato, mentre cercavo qualcosa che sapesse strapparmi dalla monotonia delle mie giornate.
Attraverso velocemente il tratto di strada che mi separa dal muretto intagliato nella roccia che gira intorno all’intera discoteca: se mia madre fosse presente, mi propinerebbe l’ennesima ramanzina sul mio carattere così irruente e irresponsabile. E’ un mio vizio da sempre, quello di gettarmi in strada senza neanche preoccuparmi di controllare se ci siano automobili in arrivo. Io l’ho sempre trovato poetico, la mia noncuranza per un dettaglio che altri troverebbero fondamentale riflette la mia stessa anima, che già da molto ha abbandonato il progetto intrinseco che tutti noi umani ci ritroviamo tra capo e collo sin dal nostro primo respiro, verso cui accorriamo senza neanche sapere perché, dietro cui ci rifugiamo credendo che sia la strada giusta: la sopravvivenza. Ecco, io ho smesso di provare a sopravvivere tanto tempo fa e continuo a vivere solo per inerzia, come il migliore ed eccentrico personaggio che un autore devastato e instabile potrebbe mai immaginare per le sue altrettanto lugubri poesie.
Mi siedo sulla recinzione scoscesa ed estraggo dalla tasca posteriore dei jeans che ho infilato distrattamente non più di dieci minuti fa l’accendino coi colori della bandiera francese che mia madre comprò a Parigi, durante il suo viaggio di nozze, e che io le rubo quotidianamente e un pacchetto di sigarette, già consumato per metà. Me ne porto una alla bocca, inumidendola appena. Porto la mano destra a coppa sopra la sigaretta, come a volerla proteggere da uno soffio di vento inesistente, e l’accendo attentamente. Il primo tiro serve a rilassarmi, il secondo a ricordarmi che sono davanti al Circolo degli Illuminati, alle tre di notte, senza sapere cosa fare. La mia mancata presa di posizione in una questione così banale altro non è che il riflesso dell’impossibilità di prendere decisioni in generale.
Mentre il filtro che tengo stretto tra le labbra si consuma velocemente, mi abbandono all’ennesima riflessione su una scelta che sto rimandando da fin troppo tempo, ormai. Non credevo che decidere cosa fare del mio futuro una volta terminato il liceo si sarebbe rivelata un’impresa più difficile del già di per sé impossibile obiettivo di terminare il liceo, specialmente se si tratta del mio. Ma mi sbagliavo, come sembra che io tenda a fare spesso: sbaglio a uscire alle tre di notte, da sola, per Roma; sbaglio a fumare, per giunta di nascosto da mia madre, che ho sempre rimproverato per lo stesso motivo; sbaglio ad attraversare la strada senza accertarmi che non ci sia una macchina che sfreccia veloce e incurante nei paraggi. E, decisamente, sbaglio a rimandare all’infinito la fatidica decisione. In meno di dieci minuti riesco a commettere più sbagli di quanto riesca una persona normale in una giornata intera. Non mi stupirei se venissi inserita nel libro dei Guinness World Record per questo.
E’ da quando sono piccola che desidero andarmene da qui. Non perché Roma non mi piaccia, sia chiaro, ma perché non credo possa darmi più di quanto non mi abbia già mostrato e regalato. Le persone che ho conosciuto qui, le esperienze che ho vissuto, il dolore e la felicità che alternativamente ho provato, niente di tutto questo mi sembra più sufficiente.
Desidero altro, anche se non saprei ben identificare quell’“altro” di cui parlo quando cerco di giustificare la parte di me che desidera fuggire via, lontana. E non riesco a descrivere neanche quel qualcosa che mi tiene incatenata qui, che mi impedisce di dire fermamente “sì, voglio andare via”. La mia vita è un aggroviglio confuso di pensieri, idee, riflessioni, aspirazioni che io per prima non riesco a identificare, spiegare, comprendere. Sono io stessa un interrogativo a cui da tempo ho rinunciato a rispondere.
La sigaretta finisce in fretta. L’istinto di accenderne un’altra è forte e irresistibile, si scontra fieramente con la mia debole coscienza. Per cercare di distrarmi e resistere alla malevola tentazione, lascio vagare il mio sguardo.
E’ un normale, tranquillo venerdì sera di metà Ottobre.
Le temperature non sono ancora precipitate terribilmente, anzi sono sufficienti a permettermi di indossare la mia fidata e immancabile giacca di pelle nera senza farmi rabbrividire per il freddo.
E’ una notte stellata, finalmente libera dai cumuli di nuvole che hanno oscurato l’originale blu scuro del cielo nell’ultima settimana. Non un filo di vento s’intromette nella quasi fatale quiete del quartiere, né la minaccia di un’ulteriore ricaduta in giornate uggiose e deprimenti. Sembra tutto sereno.
Di fronte a me, l’insegna al neon dell’autoscuola è spenta, ne rimangono solo i lontani e sfocati contorni grigiastri. A circondarla, ci sono palazzi dai colori spenti, accatastati l’uno contro l’altro quasi come se i costruttori si fossero sfidati a realizzarne uno capace di superare gli altri, ma fossero finiti col realizzare solo un agglomerato mal assortito di anonime, scialbe abitazioni. Non una luce è rimasta accesa, tutte le tende sono state tirate con cura: dormono tutti, all’interno del proprio indifferente cubicolo. O meglio, provano a dormire. Oltre che un appartamento dannatamente uguale a tutti gli altri, devono scontare anche la condanna di avere un balcone, o una spaventosamente piccola finestra, che affaccia su uno dei locali più frequentati dai giovani romani. Riesco quasi a sentirlo, lo strazio dell’essere destinati a un’esistenza così patetica.
E’ la mediocrità di questo posto a conferire al quartiere, nel suo insieme, un senso di tranquillità e pace che non riesco a trovare in casa mia. Non abito molto lontano, a meno di due chilometri da questo rettangolo di terra maledetta, eppure mi sembra di appartenere a un mondo completamente diverso: la mia famiglia occupa quasi interamente il palazzo a tre piani che si staglia indisturbato all’incrocio tra la Circonvallazione Gianicolense e Via Ferdinando Verospi e lì è impossibile cercare di abbandonarsi alle proprie riflessioni notturne. Anzi, è già di per sé difficile riuscire a sviluppare una riflessione, tant’è avvolto nel trambusto l’angolo di mondo della mia famiglia - io ho smesso di considerarlo mio già da tempo.
Qui, è diverso. La musica scadente che proviene dall’interno del Circolo degli Illuminati è ben lontana dal somigliare al tipo di rumore che circonda e attorciglia casa mia, anzi quasi mi sembra di non sentirla, nel contemplare il vuoto che si staglia di fronte a me. Il connubio tra il trambusto della discoteca e l’oblio dinnanzi è piacevole, confortante, mi fa sentire protetta, lontana dalle pressioni che la mia famiglia esercita su di me tutto il giorno. Qui, non sento niente e, paradossalmente, mi sembra meraviglioso.
??????
Rimarrei a contemplare il nulla davanti a me fino all’alba, insieme alla non tanto rassicurante compagnia delle persone ancora affollate dentro alla discoteca, ma non posso. Mi piacerebbe poter fermare il tempo e godermi i momenti in cui smetto di essere qualcuno e mi abbandono a un’ammirazione disinteressata di ciò che mi sta intorno, senza conseguenze, senza doppi fini. Solo per il semplice gusto di poterlo fare.
Decido di concedermi una seconda sigaretta, poi tornerò sui miei passi e fingerò di non essere mai scivolata via, anche se per poco, dalla mia prigione personale.
Potrei riprendere a camminare intorno al quartiere, ma ho paura che mia madre possa svegliarsi e andare su tutte le furie per la mia assenza. Pertanto, devo essere quanto più vicina possibile per poter tornare velocemente a casa. Qui mi piace.
Mi giro per metà sul muretto, osservando le persone che entrano ed escono dal locale. La maggior parte è ubriaca, scortata gentilmente dalle povere anime che hanno scelto di rimanere sobrie, almeno per questa sera: c’è chi trascina non senza sforzo i suoi amici verso le proprie auto, parcheggiate lontane, nel primo posto disponibile che hanno trovato; c’è chi esce in compagnia di persone capaci di reggersi in piedi da sole e s’incamminano verso casa in silenzio, o ridacchiando sommessamente; c’è anche chi si ferma sul marciapiede a vomitare e poi torna dentro, più carico di prima.
Mi piace guardare le persone, immaginare le loro storie, ipotizzare vite miserabili e noiose di cui sono prigionieri e da cui evadono solo durante serate come questa. E’ l’unico modo che conosco per sentirmi meno sola, pensare che anche gli altri provino i miei stessi sentimenti, le mie stesse paure. E’ confortevole.
La sigaretta procede il suo lento corso verso la consumazione completa e io sono già rassegnata all’idea di dover tornare all’appartamento. Le mie orecchie sono in allerta sin da quando sono uscita, pronte a recepire il trillo fastidioso della suoneria del mio cellulare, abbandonato nell’altra tasca posteriore dei miei jeans, qualora mia madre dovesse chiamare.
Mentre esalo un po’ di fumo, formando dei grossolani cerchietti - non credo di aver mai imparato davvero come si faccia - ripongo nella tasca il pacchetto di sigarette ora sicuramente alleggerito. Sbuffo al pensiero di non poter rimanere qui quanto vorrei, ma la mia mentale e silenziosa litania viene interrotta dall’arrivo di qualcuno, che si siede inaspettatamente al mio fianco.
Sembra abbastanza lucido da riuscire a camminare e sedersi senza aver bisogno dell’aiuto di qualcuno: i suoi gesti sono sciolti, liberi dall’inebriamento dell’alcool. Eppure, non dà cenno di essersi reso conto della mia presenza, il che mi fa pensare che sia una persona molto brava a nascondere la sua ubriachezza. In ogni caso, sfrutto l’occasione per osservarlo più attentamente.
Il suo profumo è leggero e piacevole ai sensi, seppur impregnato anche di fumo e di sudore: immagino che, all’interno della discoteca, sia molto difficile riuscire a non avere caldo. Innumerevoli corpi, gli uni addossati contro gli altri, che si muovono e ballano come se fossero i soli sulla pista da ballo: è strano che il ragazzo accanto a me non stia grondando di sudore.
Indossa una camicia bianca, infilata non troppo accuratamente nei suoi skinny jeans neri. Tiene una giacca scura tra le mani, stringendola quasi fosse un’ancora cui aggrapparsi, mentre ai piedi ha scarpe firmate di cui non ricordo la marca, bianche scintillanti come se fossero un recente regalo. Mi stupisce che siano così immacolate: se le avessi portate io, ora sarebbero già logore e irreparabilmente compromesse.
Non riesco a vederlo chiaramente in volto, nascosto da una massa informe e scompigliata di capelli castani, che cerca di sistemare passandoci ripetutamente una mano nel mezzo. Anziché migliorare, però, le sue ciocche ribelli peggiorano, ma lui non può saperlo. Forse è meglio così.
Emette lunghi respiri profondi, quasi si stesse riposando dopo una faticosa maratona. Probabilmente è uscito qui fuori per riprendersi dall’aria viziata dell’interno e sembra che stia funzionando: dopo alcuni minuti, trascorsi in religioso silenzio, sembra riprendersi quasi del tutto, il suo respiro si regolarizza e trova persino la forza per girarsi e cogliermi in flagrante, mentre lo analizzavo nel dettaglio.
Per mia fortuna, non pare rimanere sconvolto dal fatto che lo stessi fissando intensamente. Sarà abituato, mi ritrovo a pensare, e non senza ragione. Infatti, ora che anche lui mi guarda, posso studiare il suo viso e non posso trattenermi dal pensare che questo ragazzo sia stato letteralmente scolpito dagli dei. La sua pelle è cerea, pallida come quella di una bambola di porcellana, solo le guance morbide e le labbra carnose sono arrossate. Ha lineamenti decisi, zigomi sporgenti e una mandibola ben definita, tutti aspetti che urlano al mondo la bellezza non convenzionale del ragazzo e suscitano interesse agli occhi di chi lo guarda - almeno, è ciò che portano me a pensare. Il suo naso è leggermente all’insù, puntellato di tante piccole lentiggini; i suoi occhi sono grandi e di un marrone diverso da quello che sono abituata a vedere su di me e sugli altri: è una tonalità molto più scura, profonda e cupa, forse resa ancor più ombrosa dal buio della notte, che s’intona alla perfezione con i suoi capelli. Un ciuffo particolarmente incontrollabile gli ricade sulla fronte, coprendone una gran parte: sembra si muova per conto suo, senza rispondere dei comandi del suo padrone.
Mi scruta con lo stessa curiosità che gli sto riservando io, ma con un’intensità che quasi mi spaventa: sembra voglia leggermi dentro.
Dopo momenti colmi di quello che mi sembra un interminabile silenzio, è lui il primo a prendere parola, rivelando una voce grave, cupa e a tratti languida: «posso rubartene una?» mi chiede, indicando con un dito la sigaretta che ho allontanato ormai da un po’ dalla mia bocca, lasciata a decadere sola.
Annuisco e con agilità estraggo il pacchetto di Marlboro rosse dalla tasca dei jeans. Ne prendo una e gliela porgo, lui tende la mano e, per un secondo, ci sfioriamo: il contatto mi lascia stordita, una scarica di brividi mi attraversa la schiena come se mi fossi appena avvicinata alla presa di corrente.
Da una delle tasche della giacca prende un accendino verde e, con sicurezza, fa scattare la rotella: una piccola fiammella brucia l’estremità della sigaretta e lui ne aspira un bel po’, per poi schiudere le labbra in modo tremendamente attraente e lasciare che il fumo sfugga via.
Scende di nuovo il silenzio tra di noi, rotto solo dal rombo delle automobili che sfrecciano nella strada davanti a noi e dai rumori della discoteca.
La presenza di questo ragazzo mi rende nervosa, ma mi costringo a non pensarci: non ho più quattordici anni, parlare con uno sconosciuto non mi imbarazza più. Certo, lo sconosciuto in questione è di una bellezza disarmante, quasi dolorosa, ma non lascerò che il suo aspetto fisico mi condizioni.
Entrambi fumiamo assorti nei nostri pensieri: io mi interrogo se sia il caso o no di fornirgli una spiegazione del perché sto per fuggire via a breve, lui fissa un punto indeterminato di fronte a sé, in modo quasi inquietante.
Poi, quando ho finalmente deciso che non sono tenuta a giustificarmi con nessuno, tanto meno con una persona che non ho mai incontrato prima, lui interrompe il mio flusso di coscienza e mi domanda: «ti riprendi dalla sbronza?», rivolgendo a me il suo sguardo penetrante. Mi sento in soggezione, ma scaccio via anche questo pensiero e rispondo con un perentorio «no».
Spero che la mia freddezza lo convinca a non continuare la conversazione. Non sono timida, non come prima almeno, ma quando sono uscita di casa poco fa non mi ero neanche immaginata l’ipotesi di dover parlare con qualcuno. Non sono dell’umore adatto per potermi comportare da persona gentile che, solitamente, mi sforzo di essere.
«E allora che fai qui?» mi sembra di primo acchito un ragazzo abbastanza insistente, ma potrei sbagliarmi: forse si comporta solo così perché non sopporta il silenzio.
Prende un altro tiro dalla mia sigaretta, poi inizia a fissarmi, lasciando che il suo fumo mi accarezzi le guance e attendendo con ansia una risposta. Un lampione, non molto lontano da dove siamo seduti, lo illumina con la sua luce fioca e debole e mi ostacola nel rimanere barricata nel muro della mia indifferenza. «Niente, assolutamente niente» ammetto, perché sarebbe molto più difficile rivelargli che sono venuta qui per sfuggire ai miei pensieri, ai miei mostri sotto al letto, per poi venir incastrata dalle stesse riflessioni che più mi causano dolore.
«Interessante» ridacchia, facendo scorrere la mano libera dalla sigaretta sui suoi capelli. Si stiracchia un po’ le gambe, lasciandole penzolare lungo il muretto, poi ritorna a parlare: «posso non fare niente insieme a te, per un po’?» e sembra che i suoi occhi si addolciscano, mentre mi pone la fatidica domanda.
«Sei tu quello che si deve riprendere, eh?» sdrammatizzo, sperando che non noti il mio improvviso rossore. Arrossire è sempre stato uno dei miei più grandi incubi, perché è la manifestazione proditoria che i miei comportamenti sono messe in scena. Non posso fingere di non provare nulla se le mie guance sono pronte ad arrossire in ogni situazione di disagio e di imbarazzo.
Il ragazzo mi rivolge un sorriso che scaturisce in me un senso di confusione e stordimento, tale da attutire la sua risposta, rendendola lontana e confusa. «Forse» sogghigna, mentre si avvicina spaventosamente fino a coprire la distanza che ci separa. Possibile che anche lui non senta bene?
«Puoi rimanere, il muretto non è mio» cerco di ignorare qualsiasi sensazione sia esplosa in me nel momento in cui mi sono resa conto che le nostre gambe ora si sfiorano. La mia risposta, comunque, pare sia stata sufficiente a metterlo a tacere.
Sento il suo respiro pesante e vorrei voltarmi a guardarlo un altro po’, studiare più attentamente il suo profilo perfetto, ma mi costringo a fissare i miei occhi marroni sull’insegna dell’autoscuola davanti a me. Preferirei tornare a scuola guida piuttosto che dover continuare ad affrontare questa situazione.
Di solito non sono così, non mi lascio intimidire da qualcuno. Ma questo ragazzo, per il suo essere così sbarazzino, o molto più semplicemente per il suo fascino innegabile, si sta dimostrando capace di mettermi in difficoltà. E io odio essere messa in difficoltà.
«Lo sai che è pericoloso, stare qui in giro alle tre di notte, da sola?» mi volto di scatto, colpita dalla sua sfacciataggine: non mi sembra siano affari che lo riguardino.
Continua a guardarmi con la stessa espressione che ha assunto dal primo momento in cui si è seduto qui, a metà tra il divertito e l’incuriosito. Mi infastidisce e, per di più, mi dà l’impressione che riesca a comprendere ogni mio movimento ancor prima che io lo esegua e, ancora peggio, pare che si aspetti necessariamente una risposta, quasi escludesse l’assurda ipotesi per cui io me ne vada. E’ arrogante.
«Devono solo provarci ad avvicinarsi» incrocio le braccia al petto, dopo aver finalmente spento la mia sigaretta sul bordo del muretto e averla gettata nel mio portacenere portatile. Quelle tre parole che mi ripeto sempre, se dette ad alta voce, perdono molto del significato che in me assumono, ma spero che lui sia abbastanza scaltro per capire. Ne dubito, indisponente com’è.
«Io mi sono avvicinato» mi fa notare lui, questa volta senza nascondere il suo crescente divertimento. In risposta alla sua affermazione, che prova la sua mancanza di senno e perspicacia, scivolo lungo il muretto. Torniamo a una distanza che mi permette di respirare liberamente, nonostante io mi fossi già abituata al nostro quasi contatto.
Lui continua a spassarsela e, mentre mi punta un dito contro, esclama soddisfatto, come se fosse riuscito a decifrare all’impronta un’incisione in greco antico: «sei simpatica, ma incosciente».
Rimango interdetta di fronte alla sua misera e insoddisfacente analisi della mia personalità, chiedendomi fin dove si spinga il coraggio di questo misterioso ragazzo. E’ riduttivo descrivermi con quei due soli aggettivi e impertinente, da parte sua, pensare di potermi giudicare così velocemente, così ribatto piccata: «neanche ci conosciamo e già hai deciso che sono incosciente?». Nel contempo, decido che è arrivato il momento di andarmene.
«Mi piace tirare ad indovinare», probabilmente lui non si è neanche reso conto di quanto io sia infastidita, ed è proprio perché non ha la possibilità di leggermi nella mente, mi domanda seriamente preoccupato: «che fai?», mentre scendo dal muretto, ormai determinata a interrompere qualsiasi cosa sia ciò che stiamo intrattenendo.
«Devo andare, non voglio che mia madre si preoccupi» spiego, estraendo il cellulare e notando con mio orrore che sono le 3:27. D’un tratto, mi colpisce in pieno volto la paura che, nel tornare a casa, qualcuno possa sentirmi e svegliarsi. La prospettiva di addentrarmi in una tana di leoni non è migliore del rimanere a parlare con questo ragazzo, ma fronteggiarmi con i re della foresta non è poi così sgradevole, se in ballo c’è anche la possibilità che mia madre non mi trovi nel mio letto.
«No dai, mi vuoi lasciare solo? E’ pericoloso qui!» protesta lui, strappandomi involontariamente una risata di gusto. Lui inarca una delle sopracciglia, folte e scure, ma neanche lui riesce a nascondere un sorriso.
«Sei un fifone» commento, puntandogli un dito contro, ricambiandolo dello stesso gesto che lui ha rivolto a me poco fa.
«Neanche ci consociamo e già hai deciso che sono un fifone?» ripete le mie stesse esatte parole e, se non fosse per il suo sorriso smagliante che prosciuga tutte le mie forze, mi arrabbierei. «Aspetta che io finisca la sigaretta, almeno» mi propone, di nuovo con quello sguardo da cucciolo indifeso e abbandonato. La voce della mia coscienza grida che è il momento giusto per battere in ritirata, per tornarmene sui miei passi e cercare di dimenticare quest’ambiguo incontro ma io, contro ogni logica, torno a sedermi. Questa volta, un po’ più vicina a lui. Mi ringrazia con un altro maledetto sorriso.
«Tua madre non sa che sei in giro alle tre di notte?» temevo che potesse chiedermelo, ma ho sperato fino all’ultimo che non accadesse. E’ così difficile spiegare agli altri qual è il mio rapporto con mia madre, talvolta fatico persino io stessa a definirlo.
«Meglio così, sarebbe solo una preoccupazione in più» taglio corto, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal mio cellulare. Sono pronta a correre il più velocemente possibile, nel caso in cui dovesse cominciare a squillare.
«Immagino che la farai dannare» lo guardo in cagnesco al sentirlo pronunciare queste parole, ma non posso neanche dargli torto. Eccome se faccio dannare mia madre. Eppure, mi infastidisce che lui si prenda la libertà di avanzare ipotesi, per di più corrette. Ma chi si crede di essere! mi chiedo, sempre più colpita.
«Lei non capirebbe» confesso sinceramente, ormai arresa di fronte al desiderio di farlo smettere E’ di certo un ragazzo fastidioso, ma non posso colpevolizzarlo completamente: è anche ubriaco, non riesce a porre un freno alle sue parole. «E’ da anni che non riesce a capirmi» aggiungo con malinconia. Mi mancano i periodi in cui parlare con mia madre non era l’ottava fatica di Ercole.
«Cosa non capirebbe?» domanda ancora, e sembra davvero interessato, ma questa volta rimango in silenzio. Ci sarebbero talmente tante cose da dire, riguardo questo proposito, che non saprei neanche da dove cominciare. Da quando lui se n’è andato, mi suggerisce una voce nella mia testa, ma mi sforzo di ignorarlo. Fa troppo male. «Se non vuoi dirmelo non fa niente» specifica lui, interpretando il mio silenzio come una dimostrazione del mio fastidio. In realtà, per la prima volta da quando abbiamo iniziato a parlare, non mi sento così a disagio.
«Non capiresti neanche tu» dico, perlomeno decisa a mantenermi distaccata e insofferente. Mostrare emozioni rende vulnerabili e non è questo il momento per rendermi lo zimbello di uno sconosciuto.
«Mettimi alla prova» anche la sua sigaretta è ormai giunta al termine. Gli porgo il mio portacenere, dove ripone il mozzicone della Marlboro, e intanto scuoto la testa, incapace di accettare la sua proposta.
«Non ci siamo mai incontrati prima di ora, di certo non vado a raccontare a uno sconosciuto i miei problemi» pronuncio con serietà, senza l’intenzione di risultare sgarbata.
Il mio telefono s’illumina e il mio cuore accelera prepotentemente, ma mi rendo conto che è solo la notifica di Candy Crush Saga. Mi rimprovero mentalmente per averlo scaricato, poi torno a concentrarmi sul ragazzo davanti a me, che non sembra essersi reso conto di quanto è successo dentro di me.
«Ma se ci incontrassimo domani? Saremmo meno sconosciuti di oggi» il mio sguardo s’incastra nel suo nel momento esatto in cui termina la frase. Non riesco a cogliere ironia nella sua voce, ma ciò che ha appena detto suona come una facezia a tutti gli effetti. Per questo, ridacchio, mentre gli concedo: «sei simpatico anche tu».
Rimaniamo a fissarci per quella che mi sembra un’eternità. Passo in rassegna di ogni caratteristica del suo volto, cercando di coglierne ogni dettaglio, sebbene il mio obiettivo sia ostacolato dalla scarsa illuminazione. Ammetto che potrei volentieri fermarmi a osservarlo per sempre, bloccata a metà tra realtà e finzione, ma non posso. Dal momento che la sua sigaretta si è spenta e io ho rispettato la mia promessa di aspettarlo, sono libera di tornare a casa. Scendo di nuovo dal muretto, gesto che lui compie a sua volta, chiedendomi: «non vuoi che ti accompagni?».
Sorrido alla possibilità di passare ancora un po’ di tempo con questo terribile impiccione, che mi permetterebbe anche di percorrere la distanza che mi separa da mio palazzo con più tranquillità, ma una voce nella mia testa dice che è sbagliato. E, questa volta, non mi sento di contraddirla.
Scuoto la testa e mi allontano, lasciandolo lì solo davanti al Circolo degli Illuminati, ma non prima di aver borbottato: «ciao, fifone».
??????
Con una certa fretta ripercorro il tragitto iniziale, cullata dalla tranquillità della notte romana, mentre nella mia testa risuona senza un particolare motivo la frase Se ci incontrassimo domani.
The Night We Met testo di scrittricefallita