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Vergine, sulla parola.
In ogni parola vivo ciò che l'abbandono
del linguaggio vive tra cosa e suono
la cui sintesi, come rappresentazione civile
e pacifica è il dono del vuoto causativo.
L'accordo, seppure creativo o bizzarro,
tra cose e suoni nella lingua è l'aspirazione
e l'anelito dell'io nell'eclissi della sua stessa
espansione artistica.
La lingua non è il linguaggio,
è interna ad esso, è la sua restrizione
in miseria quando il materno
si fa legge biunivoca, fino al ribaltamento
pluridimensionale della genialità.
Materno e paterno esulano
dalle figure genitoriali
e dai generi, sono funzioni, la cui funzione
non è di emancipazione, ma di implicazione
nella generazione di desiderio, che significa dipendenza.
Ormai non è più unguento medicamentoso,
la mia poesia è ricerca che sanguina
l'isteria fabbricata consonante per consonante
sulle vocali con spigoli acuti
Ho ricostruito l'imene della mia verginità
mentale ascoltando malvagità e miserie
che hanno fatto della mia poesia
una implicazione laica di vita
e un'angoscia di disistima crescente
L'aristocrazia che sottende il mio pensiero
popolare odora di muffe antiche
da cui ho tratto l'antibatterico, il penicillium,
contro le abrasioni dell'ignoranza.
Inclusa la peggiore, la mia.
Anche la nostra coscienza si fonda
sul linguaggio e dunque, normalmente,
non può procedere in senso autocosciente
poiché proviene dall'altro. È l'Altro.
Essere parlati dall'Altro favorisce amorini
e infatuazioni. L'Altro che ci parla
quando amiamo con desiderio
non mente poiché porta con sé
un pò della sua angoscia.
Dopo gli uomini non conosco
nessuno di più insopportabile
delle donne.
Il sincero e profondo affetto
che avverto per l'umanità
è indipendente dal sentire
che provo per gli essei umani.
Nell'amore per una donna amo l'umanità
intera di cui il linguaggio femminile detiene
l'intrinseca rappresentanza.
Lo sfogo di gelosia nel femminile travolge
ogni cosa dando la sensazione di voler
chiamare a giudizio l'intera umanità
che viene alla luce dalla loro angoscia.