Contenuti per adulti
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L’accaduto come passato, si costituisce sempre come un osservatore della realtà, nonostante sia presente proprio in essa. Questa distanza pone in essere il tempo, lo spazio, la forma e la misura di colui che vede, necessaria proprio per garantirgli continuità dal passato. Quando dunque guardi, chi è che osserva? E quando senti, chi è che ascolta? Te lo sei mai chiesto o lo dai per scontato? Che si domanda, si trattiene, si strugge, si immagina, si ravvede, si intristisce, si arrabbia, si distrugge, si traspone e si condanna per poi compiacersi? Chi è che reitera gli stessi schemi, le stesse congetture, le incancellabili abitudini, che alimenta le medesime speranze, le reiterate illusioni, il tedio della sofferenza ed il rifugio del piacere? Chi è che misura, definisce, qualifica, indica, riconosce, ricorda, conclude, associa, desidera, ambisce e poi si strugge? Nel momento in cui si separa ciò che si vede o si ascolta coscientemente da colui che percepisce, c'è l'intervallo della divisione. E dove c'è divisione, c'è conflitto: tu, sei proprio quel conflitto. È possibile non scindersi più dal vedere o dall'ascoltare? E se ci si sforza nel farlo, non c'è ancora colui che tenta di riuscirvi per essere quieto? Solo senza scissione c'è integrità, unità ed individualità e solo senza nessuna separazione c'è il vedere, il fare ed il sentire, senza nessuna interferenza più del passato: solo questa è visione pura, altrimenti c'è soltanto un vedere già visto ed un ascolto già sentito.
Se ti accosti a te cercando di misurarti, vederti, avvertirti, esplorando le impronte delle esperienze vissute per poi sullo sfondo indicarle come inadeguate o riconoscendole come inappropriate, oppure sublimandole nell'esaltazione emozionale di aver toccato o percepito il sublime, non stai ancora una volta corrompendo te stesso?
Che significato ha la parola corruzione?
Non vuol dire forse rompere, dividere, scindere, come stai in questo momento facendo tu frammentandoti nei continui desideri contrastanti e nascosti di essere questo o di diventare quello?
Giungere a qualcosa o sperando in una luce?
Da quale parte oscura di te stesso pensi di direzionarti per reintegrare ciò che è stato violato?
Non sei tu stesso l'insieme di tutti questi frammenti?
E quando uno di essi pensa di intervenire sugli altri, non stai continuando a ripetere lo schema della meccanicità?
Devo, non devo, è giusto, non lo è, è questo, è quello, devo dire, devo fare, qui, là, ieri, domani, ho visto, è accaduto, ho pensato, ho deciso, ho sbagliato, è immenso, accadrà, verrà, sarà, è così.
Non è sempre un ciarlare che significa tenersi occuparsi in qualcosa?
Che sia esteriore o interiore, l'occupazione della mente non è sempre e solamente meccanicità?
Questo rumore, il dialogo tra le molte parti di te stesso, conduce forse al silenzio?
Questo frastuono, cinto dalla speranza e dalla volizione, apporta per caso la quiete?
Questo brusìo, ravvivato dal ripetere e dal giudicare, adduce veramente la visione?
Non è forse proprio il rimanere attenti, inerti ed immobili in questa verità, che è il quieto silenzio dell'armonia del vedere senza saperlo, che ci fa vivere ed agire nel presente senza costituire più il passato che vede? Allora non c'è nulla da cercare, controllare o indicare: solamente questa è l'integrità indivisibile della verità, che non può mai essere riconosciuta e raggiunta dall'avidità.