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I bambini non hanno bandiere
C'erano asciugamani stesi al sole,
castelli di sabbia costruiti con pazienza,
risate leggere portate dal vento del mare.
Poi è arrivato il rumore.
E dopo il rumore, il silenzio.
Quel silenzio che nessun genitore
dovrebbe mai conoscere.
Tre bambini.
Tre vite che non avevano deciso nulla.
Non avevano scelto una guerra,
una frontiera,
una bandiera.
Volevano soltanto un giorno d'estate.
Ogni volta che un bambino muore,
l'umanità perde qualcosa di sé.
Non importa se accade a Kiev,
a Gaza,
a Tel Aviv,
a Mosca
a Teheran
o in qualunque altro angolo del mondo.
Il dolore non parla una lingua sola.
Le lacrime non chiedono il passaporto
prima di scendere sul volto di una madre.
Per questo mi ferisce il silenzio.
Non quello che segue un'esplosione,
ma quello di chi pesa le vittime
con la bilancia della convenienza.
Ci sono morti che aprono i telegiornali
e morti che sembrano dover chiedere il permesso
per essere chiamate tragedie.
Ma un bambino resta un bambino.
Sempre.
Non esistono figli più degni di essere pianti
e altri destinati a scomparire
tra poche righe di cronaca.
Vorrei un mondo capace di fermarsi
davanti a ogni culla vuota,
a ogni giocattolo rimasto sulla sabbia,
a ogni nome che nessuno chiamerà più.
Perché la pace comincia proprio da qui:
dal coraggio di piangere ogni innocente
con la stessa sincerità.
Se un giorno saremo incapaci di farlo,
non sarà la guerra ad aver vinto.
Saremo stati noi a perdere la nostra umanità.
© Johann Lubeck
Nota a margine
Ho scritto queste righe dopo aver appreso la notizia della tragedia avvenuta il 3 agosto 2026 sulla spiaggia di Arkhipo-Osipovka, sul Mar Nero, dove hanno perso la vita sette persone, tra cui tre bambini. Le autorità russe hanno attribuito l'attacco a un drone ucraino, ma sarà il tempo a chiarire con precisione come siano andate le cose.
Quello che mi ha colpito, però, non è stato soltanto l'accaduto. Mi ha colpito anche il modo in cui questa notizia è passata quasi in silenzio. L'ho letta, l'ho cercata su diversi giornali e mi è rimasta addosso una domanda semplice: se a morire sono dei bambini, perché il loro dolore sembra avere un peso diverso a seconda del luogo in cui nascono?
Questa ode non difende governi e non accusa popoli. È soltanto il tentativo di dare un nome e un ricordo a delle vite spezzate. Perché un bambino ucciso dalla guerra resta un bambino, sempre. E credo che il suo silenzio meriti di essere ascoltato da tutti, senza eccezioni.