The Glass Hive

scritto da Cara Catastrofe
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Molto lungo per i miei standard. Sono impazzita. Chiedo venia.
- Nota dell'autore Cara Catastrofe

Testo: The Glass Hive
di Cara Catastrofe

Quella sera il neon viola pulsava ancora nel buio del vicolo, proiettando il proprio riflesso distorto sulle pozzanghere d’olio e di pioggia. La scritta — The Glass Hive — però, era sparita, sostituita da un’anonima immagine di due cocktail sollevati in un brindisi.
Cristine sfiorò coi polpastrelli il muro di mattoni umidi sottostante cercando un ingresso che, come l’insegna originale, non esisteva più. C’era soltanto una parete cieca, coperta da crepe e graffiti e incrostata di colla per manifesti. Dal fondo della strada arrivava il rumore ovattato della tangenziale.
Si guardò le mani sotto la luce viola: la pelle del palmo destro era opaca, quasi si stesse sfogliando lentamente. La superficie sembrava fatta di carta velina, sottile al punto da lasciar trasparire l’interno. Sotto, i vasi sanguigni apparivano grigiastri.
Avvertiva un vuoto sordo dietro le costole, un’assenza fisica, come se le avessero asportato un organo senza lasciarle alcuna cicatrice.
Il presente le arrivava a frammenti. Il ricordo di giovedì sera, invece, era di una nitidezza spietata.

Era cominciato tutto per caso: l’autobus della linea 14 l’aveva lasciata tre fermate prima della destinazione per un guasto al motore. La pioggia battente e il freddo di novembre l'avevano spinta a infilarsi nel primo vicolo riparato, lontana dal vialone dove i camion sfrecciavano sollevando le pozzanghere in gigantesche ondate d'acqua sporca.
Era stato allora che aveva visto l’insegna; la scritta viola baluginava tra due cassonetti rovesciati. Sotto, una porta di legno massiccio era socchiusa. Dall’interno arrivava una musica bassa, un jazz distorto che le aveva sussurrato parole promettenti, inducendola ad entrare.
L’aria era densa di fumo dolciastro e alcol a buon mercato. Cristine si era seduta su uno sgabello e aveva ordinato qualcosa di forte, soffermandosi a osservare la lunga striscia lucida d’acciaio del bancone. Il drink era arrivato quasi subito: un liquido scuro e denso, con un retrogusto di mandorla amara che le aveva bruciato la gola.

Dopo tre sorsi, la testa aveva cominciato a girare, le luci si erano dilatate in strisce colorate e i contorni delle cose si erano fatti incerti, come se il locale fosse immerso nell’acqua.
«Non dovresti bere così in fretta, ragazza». La voce veniva dall’angolo alla sua destra. «La memoria è la prima cosa che evapora con l’alcol». Cristine si era voltata.
A un tavolino rotondo sedeva un uomo. Portava un abito scuro, forse un po' troppo largo sulle spalle, e la guardava con occhi di un azzurro chiarissimo, quasi vitreo. Le aveva sorriso, lasciando intravedere denti troppo dritti e bianchi per essere veri. Si era sentita turbata.
«Ho solo perso l’autobus» aveva mormorato. Si era appoggiata al bancone e si era resa conto che il pavimento oscillava terribilmente.
«Succede». L’uomo aveva inclinato appena la testa. «Perdere qualcosa è sempre il primo passo».
Cristine si era voltata verso il barista. «Posso avere dell’acqua?», ma quello non aveva risposto.
Quando aveva rispostato lo sguardo verso l'angolo, il cuore aveva mancato un battito.

L’uomo al tavolo non era più lo stesso: aveva i capelli rasati, la mascella squadrata, le ciglia scure. Il naso, prima affilato, ora era largo e spezzato sulla radice. Soltanto gli occhi erano rimasti identici: due sfere di vetro ghiacciato.
Cristine si era strofinata le palpebre, pensando di aver assunto davvero troppo alcol. O forse c’era qualcosa nel bicchiere, le aveva sussurrato una voce nella testa.
«I lineamenti sono merce flessibile, sai?». La voce dell’uomo era diventata più profonda.
«Cambiano a seconda di chi guarda». Si era appoggiato allo schienale. «Tutti cercano un volto familiare nella folla. Io do semplicemente alla gente ciò che desidera vedere».
Cristine aveva deglutito. «Chi sei?».
Provare ad alzarsi era stato un errore. Le gambe non le avevano risposto e si era ritrovata aggrappata al bancone, in una posizione di completa vulnerabilità.
L’uomo aveva sorriso di nuovo. «Un collezionista».

Per un istante, il suo volto era diventato quello di un ragazzo che Cristine non vedeva da anni, poi quello di una donna, infine quello di uno sconosciuto. Ogni versione durava meno di un battito di ciglia.
«E tu sei trasparente, stasera». L’uomo si era sporto in avanti. «Si vede da come ti muovi che porti un peso che non ti appartiene».
«Non so di cosa parli».
«Lo sai».
Un avventore al tavolo accanto si era voltato verso di lui. Per un istante, il profilo del Cangiante era mutato di nuovo: capelli più lunghi, labbra sottili, una cicatrice sulla mandibola.
Quando l’avventore aveva distolto lo sguardo, il volto era tornato quello di prima.
«Facciamo un baratto».
Cristine aveva scosso la testa. «Non ho niente».
«È quello che credono tutti». Il Cangiante si era avvicinato. «Tu mi dai una piccola parte di te, qualcosa che ti pesa».
Aveva sollevato un dito. «Il ricordo più nitido di quando avevi sedici anni».
Un secondo dito. «La tua prima vera paura».
Un terzo. «Il modo in cui rispondi quando qualcuno ti chiama per nome».
Cristine lo fissava. «Perché?» chiese.
«Perché sono cose che nessuno può vedere». Il sorriso gli si era allargato. «Ed è proprio per questo che valgono».
Per un attimo Cristine aveva pensato di alzarsi e andarsene. Poi, però, aveva sentito quella vecchia stanchezza, quella che da mesi le si era depositata dentro, dietro gli occhi, dietro lo sterno. La stanchezza di svegliarsi ogni mattina senza sapere perché, la paura del giorno dopo. Il bisogno di non sentire più niente.

«Cosa mi dai in cambio?» chiese allora, brusca.
Il Cangiante le aveva sorriso col volto di suo padre, la stessa fossetta sul mento e gli stessi occhi. Cristine aveva smesso di respirare.
«Niente più ansia per il domani». Una pausa. «Niente più vuoto, niente più bisogno di ricordare chi eri», le aveva detto la voce di papà.
«Sei matto» sentenziò, chiudendo gli occhi. Quando li aveva riaperti, qualche istante dopo, il volto di suo padre era sparito.
«Tu, invece, tu sei stanca». Cristine aveva abbassato lo sguardo, non riuscendo più a ricordare perché fosse entrata in quel locale né da quanto tempo fosse seduta lì.
La testa le era caduta in avanti e il dito del Cangiante le aveva sfiorato la tempia. Era insolitamente freddo, come qualcosa che non avesse mai avuto una temperatura.
Una scarica elettrica le aveva attraversato il cranio. Spalancando gli occhi, per un istante aveva visto una cameretta dalle pareti azzurre. Il letto al centro della stanza era troppo piccolo; troppo, per la bambina nascosta sotto le coperte. C’era anche un uomo sulla soglia. Poi il rumore di una porta, infine qualcosa che non riusciva più a ricordare. La scena si era spezzata, il ricordo scomparso.
Il Cangiante aveva ritirato la mano. «Aggiudicato», le aveva detto. Ma la voce non era più la stessa, era quella di Cristine.
«Un pezzo del tuo nome». Una pausa. «Un pezzo del tuo sguardo». La stanza aveva cominciato a girare.
Alla fine le aveva detto un’ultima cosa che l’aveva fatta rabbrividire: «Farai parte del mio mosaico».

Cristine a quel punto si era alzata ed era tornata a casa.
Giunta al pianerottolo del suo appartamento, aveva trovato la chiave nella tasca del cappotto, ma quando l’aveva infilata nella serratura si era sorpresa ad esitare. Non ricordava realmente che quello fosse il suo appartamento. Aveva guardato le targhette ed effettivamente il suo cognome era lì, proprio dove i suoi piedi l’avevano portata. L’aveva fissata a lungo, leggendo quelle lettere familiari, ma non rievocandone in fondo il significato.
Poi era entrata. Sua madre era in cucina, intenta a preparare il caffè.
«Mamma». La donna si era voltata con espressione inizialmente affettuosa. Poi, però, il viso si era corrugato. «Scusa…».
Cristine le aveva sorriso. «Sono io».
La madre era rimasta immobile per qualche secondo. «Sì, certo», aveva detto, ma non sembrava convinta. «Cercavo…» continuò, poi si interruppe. Abbassò gli occhi sulla pentola e riprese a cucinare.
Cristine rimase sulla soglia. «Mamma, sono Cristine».
La donna si voltò lentamente. Nei suoi occhi riconobbe lo sforzo di ricordare qualcosa che sfuggiva.
«Cristine…». Aveva pronunciato il nome come una parola straniera che si è già sentita da qualche parte. Poi sorrise, imbarazzata. «Hai sempre preferito i lamponi ai mirtilli. Sì».
Qualche secondo dopo aveva già dimenticato di essere in sua presenza.

L'oblio, durante i giorni successivi, non era stato un processo rapido, ma un'erosione lenta.
La cassiera del supermercato di fiducia le aveva chiesto se avesse la tessera. Una collega le aveva scritto: Scusa, ci conosciamo? Le fotografie sul telefono avevano iniziato a rovinarsi non appena le apriva: il suo volto diventava d’un tratto sfocato. La voce registrata nei messaggi aveva perso giorno dopo giorno le proprie caratteristiche, fino ad assomigliare a quella di una comunissima sintesi vocale.
Infine, c’era stato il silenzio; quando camminava, i suoi passi non facevano rumore. Quando sfiorava una superficie, non rimanevano impronte. Quando entrava in una stanza, nessuno alzava più la testa.

 

 

La pioggia sul muro di mattoni iniziò a picchiettarle rapida il viso, così Cristine venne riportata bruscamente al presente, in quel vicolo buio. Si lasciò scivolare a terra, sedendosi sul cemento bagnato. Era stato un viaggio a vuoto: niente bar, niente porta; solo una parete incrostata e una luce viola che ora pareva canzonarla. Nonostante quello fosse l’ultimo posto in cui ricordava di essere stata vista, non c’era nulla di quel luogo che potesse confermarglielo.
«Dove sei?» sussurrò. La sua voce uscì flebile e si perse nel rumore della tangenziale.
Si alzò a fatica. Camminò verso l'imbocco del vicolo, dove il traffico rumoroso scorreva intasando la strada di metallo e luci rosse, i tir che sfrecciavano su tre corsie.
Cristine guardò la prima corsia, poi la seconda; pensò che una via d'uscita non c’era: in quel momento, immaginò, da qualche parte in un altro Glass Hive di un altro vicolo il Cangiante stava probabilmente sorridendo a uno sconosciuto usando lo stesso identico modo di piegare le labbra che era stato il suo. Non poteva recuperare se stessa, ma poteva decidere di porre fine a tutta quella sofferenza.

Fece un passo oltre il bordo del marciapiede. L'asfalto era nero e lucido quanto il metallo del bancone che l’aveva stregata poche sere prima.
Cristine guardò i fari del camion che si stava dirigendo veloce nella sua direzione e fece un altro passo; il veicolo non rallentò. Allora ne fece un ultimo.
Accadde allora qualcosa di impossibile: il camion sterzò, lasciando soltanto uno spostamento d’aria e una cascata di acqua sporca dietro di sé. Il conducente non aveva nemmeno girato la testa.
Provò di nuovo con altre auto e altri camion, occupando tutto lo spazio possibile sulla carreggiata, ma niente. Nessuno frenò né suonò il clacson; tuttavia, le macchine attraversavano lo spazio attorno a lei senza mai incontrarla, quasi non potessero farlo.
Cristine si portò le mani al viso per gridare, ma le sue dita non toccarono la pelle. Ritornò sotto la luce viola del neon, dove poté constatare che la carne dei suoi avambracci aveva smesso di sfogliarsi: si stava proprio dissolvendo. I contorni delle sue braccia sfumavano in una nebbia opaca e la pioggia battente la attraversava da parte a parte, cadendo direttamente sull'asfalto senza deviare la propria corsa.
Un brivido le bloccò il respiro. Guardò giù: le sue scarpe non toccavano il suolo. I suoi piedi erano svaniti, riassorbiti dal buio del vicolo.

Fu allora che la musica jazz, soffocata e distorta, tornò a vibrare nell'aria.
Cristine si voltò di scatto verso il muro di mattoni. L'insegna anonima dei due cocktail baluginò per un istante, per poi spegnersi del tutto. Al suo posto, sulla parete cieca e incrostata di colla, comparve un'ombra. Il Cangiante era lì, a un metro da lei. Portava lo stesso abito scuro, un po' troppo largo sulle spalle, e la guardava con le mani affondate nelle tasche.
Mentre la pioggia lo attraversava senza bagnarlo, il suo volto continuava a mutare. Per un secondo fu il viso di un uomo anziano, poi quello di una bambina, poi una sequenza frenetica di sguardi sconosciuti, finché la metamorfosi non si bloccò.
Cristine lo fissò sconvolta: l'uomo di fronte a lei aveva assunto la sua forma; stava indossando il suo viso, con le sue stesse labbra, la curva dei suoi zigomi, e perfino la piccola cicatrice che si era fatta da bambina cadendo dalla bicicletta e che l’aveva costretta a rintanarsi per ore sotto le coperte nel suo lettino. Soltanto gli occhi erano diversi: due sfere di vetro azzurro e ghiacciato che la fissavano con una calma disumana.

«È un processo affascinante, non trovi?» chiese il Cangiante. Anche la voce, di nuovo, era la sua. «Un ricordo è fatto di sostanza. Per staccarlo da te, devo tirare il filo fino in fondo e spesso qualcosa si stacca insieme ad esso».
Cristine provò a fare un passo indietro, ma le sue ginocchia erano ormai invisibili. Il vuoto tra le sue costole si era espanso, divorando il suo sterno, le sue spalle, la sensazione stessa di avere un peso.
«Cosa mi stai facendo...» tentò di dire, ma dalla sua bocca uscì solo un soffio muto di vapore.
Il Cangiante piegò la testa di lato, sorridendole con la sua stessa bocca. Un sorriso che a lei non apparteneva più.
«Ti ho dato ciò che volevi» rispose la sua voce. «Avevi chiesto di non sentire più niente. Senza un corpo e senza un nome, non c'è niente che possa fare male. Sei libera, Cristine».
Allungò quindi una mano verso di lei. Il dito del Cangiante sfiorò il punto dove un tempo c'era il petto della ragazza. Cristine non sentì dolore, solo un freddo assoluto, una vertigine che la tirò verso di lui, risucchiandola. Prima di svanire, tuttavia, Cristine riuscì a intravedere qualcosa dietro il muro: le parvero decine, forse centinaia di specchi, ognuno dei quali accoglieva volti, espressioni, sguardi. L’ultimo che vide fu proprio il suo.

Il Cangiante si aggiustò il colletto della giacca, voltandosi verso il traffico della tangenziale, poi piegò le labbra soddisfatto.
Nel vicolo rimase solo il riflesso del neon viola, di nuovo acceso, sulle pozzanghere d'olio. E sul muro di mattoni, tra un manifesto strappato e l'altro, si aggiunse una nuova crepa. Era sottile, asciutta, perfettamente verticale.

Sembrava il contorno di una porta.

The Glass Hive testo di Cara Catastrofe
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