Le lucciole non esistono quasi più

scritto da ele_rubi
Scritto Ieri • Pubblicato 17 ore fa • Revisionato 17 ore fa
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Frammento di vita di Laura. Fra istantanee di noia provinciale, epifanie fulminee, campi silenziosi e notti d'estate.
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Testo: Le lucciole non esistono quasi più
di ele_rubi

Laura aveva diciassette anni e una teoria tutta sua: le persone non cambiavano quasi mai.

Cambiavano i capelli.

I vestiti.

Le compagnie.

Le frasi che usavano.

Ma sotto restavano uguali.

Anche in un paese minuscolo come quello, in cui persino gli autobus venivano chiamati per nome.

Non i conducenti.

Gli autobus.

Quello delle sette e venti era il Blu, anche se da anni era bianco.

Quello delle tredici e dieci era il Vecchio, benché fosse stato sostituito almeno tre volte.

Anche le cose, lì, continuavano a chiamarsi come una volta.

Laura pensava che fosse una forma di pigrizia.

O di fedeltà.

Per questo, quando Matteo le aveva scritto a maggio, s’era limitata a ignorare il suo messaggio.

Quando le aveva scritto a giugno, pure.

A luglio, invece aveva risposto.

Non perché fosse diventata improvvisamente interessata.

Per curiosità.

L’anno prima Matteo aveva provato a uscirci.

Era uno di quei ragazzi che sembravano chiedere scusa anche quando salutano.

Magrissimo, spalle chiuse, felpe con le mani­che troppo lunghe.

La fama di non aver mai baciato una ragazza (in paese certe informazioni circolavano più veloci delle ambulanze).

Abitava in una fattoria isolata, tra campi di grano e fossi di scolo.

Una di quelle case in cui di notte, quando aprivi la finestra, potevi sentire il rumore dell’acqua che scorreva densa nei canali.

D’estate fumava canne dietro un vecchio ca­pannone agricolo insieme a un paio di amici sfigati che spesso portavano casse bluetooth per ascoltare trap a tutto volume.

Laura lo aveva rifiutato senza cattiveria.

Semplicemente non riusciva a immaginarsi accanto a lui.

Adesso, però, qualcosa era cambiato.

Non era diventato bello e nemmeno più sicu­ro di sé.

Era solo meno preoccupato.

E quella differenza, stranamente, si vedeva.

Quella sera erano seduti nel campo dietro il depuratore comunale.

Un luogo poco romantico.

Ma in campagna i luoghi appartengono più alla tecnica che alla poesia.

Da una parte c’erano i pioppi.

Dall’altra le vasche dell’impianto.

Nelle orecchie urlava il frinire delle cicale.

In lontananza si sentiva il suono della statale.

Con un po' d’immaginazione lo si sarebbe potuto scambiare per lo scroscio del mare.

Laura fumava.

Matteo strappava fili d’erba.

Ogni tanto parlavano.

Ogni tanto no.

Le piacevano le persone con cui si poteva stare in silenzio senza che il silenzio diventasse un problema.

Dal telefono usciva una canzone dei Doors.

«Ti piacciono davvero o fai la finta alternativa?»

Laura rise.

«Mi piacciono davvero.»

«Questo canta come se si fosse appena svegliato.»

«Esatto.»

«Non voleva essere un complimento.»

«Lo è.»

Rimasero fermi a guardare il cielo.

Da qualche parte, invisibile nel buio, una macchina irrigatrice produceva un rumore ritmico.

Sembrava il respiro di un animale enorme.

Laura osservò Matteo.

L’anno prima lo avrebbe definito uno “sfigato”.

Adesso quella parola le sembrava inadeguata.

«Posso chiederti una cosa?» disse lui.

«Dipende.»

«L’anno scorso perché mi hai detto di no?»

Laura aspirò lentamente.

«Vuoi la risposta educata o quella vera?»

«Quella vera.»

«Perché eri terrorizzato.»

Matteo abbassò lo sguardo.

«Ah.»

«Non da me. Da tutto.»

Lui rifletté.

«Sì.»

«E stare vicino a uno che ha paura di tutto è stancante.»

Non sembrò offendersi.

Anzi: sembrò quasi sollevato.

Come quando qualcuno pronuncia una verità che si sospettava da tempo.

Il vento piegò leggermente l’erba.

Laura pensò a una cosa curiosa che aveva let­to il giorno prima: molte piante di campo crescono storte non perché cercano la luce, ma per una natu­rale risposta a decine di fattori simultanei: vento, acqua, ombra, competizione.

Da lontano sembrano pieghe casuali.

Da vicino sono il risultato di una negoziazio­ne continua.

Le sembrò che valesse anche per le persone.

Non si cambia per una singola ragione: si cambia per accumulo.

Un giorno. Poi un altro. Poi un altro ancora.

«Posso dirti una cosa io?» disse Matteo.

«Vai.»

«Tu sembri sempre sicura di tutto.»

Laura scoppiò a ridere.

«Hai proprio capito male.»

«No?»

«No.»

Guardò le luci della statale.

«Io improvviso.»

«Sempre?»

«Sempre.»

Rimasero in silenzio a contemplare una lucciola.

Erano rare ormai.

Laura ricordò una lezione di scienze di un pomeriggio di maggio.

L’insegnante stava parlando delle lucciole: disse che in molte zone europee erano diminuite drasticamente.

Da bambina ne vedeva parecchie.

Il fatto di non vederne più le sembrava la fine di qualcosa.

Il prima di ciò che ora era: una ragazza non particolarmente bella. Una di quelle che nelle foto di gruppo non si notano mai.

Capelli raccolti male. Felpe larghe. Occhiaie leggere.

Un’aria costante di sonno incompleto.

A scuola alcuni ragazzi la trovavano attraente proprio per quello.

Altri no.

La cosa non le interessava molto, anche se il sesso le piaceva.

Le piaceva come poteva piacere una strada di campagna percorsa molte volte.

Non ci vedeva niente di sacro.

Niente di scandaloso.

Era una cosa che accadeva.

Come il vento.

Come la pioggia.

Come certe domeniche.

«Non ho mai baciato nessuno,» disse piano Matteo.

Laura lo sapeva già, ma non rispose niente.

Perché alcune frasi cambiano quando vengo­no pronunciate da chi le possiede.

Lui non la guardava in faccia, come se si ver­gognasse.

Come se fosse una colpa.

Laura sentì una specie di tenerezza.

Niente di romantico.

Qualcosa di diverso: la sensazione che ogni essere umano custodisse uno spazio in cui poter sentirsi inadeguato.

«Guardami.»

Lui alzò gli occhi, poi sentì le labbra di Lau­ra premere contro le sue.

La lingua farsi largo nella sua bocca, senza fretta.

Un bacio breve.

Pulito.

Niente cinema.

Niente fuochi d’artificio.

Niente rivelazioni cosmiche.

Quando si allontanò, lui era ancora immobile con gli occhi chiusi.

«Ecco,» gli disse.

«“Ecco” cosa?»

«Adesso lo sai.»

«Cosa?»

«Com’è.»

Lui sorrise.

Un sorriso piccolo. Quasi stupido.

Come se qualcuno gli avesse restituito un og­getto che non sapeva di aver perso.

Restarono seduti ancora un po’.

La musica continuava.

Il suono della statale anche.

Laura pensò che forse il problema non era capire se le persone cambiano.

Forse cambiano continuamente.

Solo che quasi mai ce ne accorgiamo nel mo­mento in cui accade.

Come per le lucciole.

Lo vediamo dopo.

Una sera qualsiasi, più buia delle altre.

In un campo dietro un depuratore.

Le lucciole non esistono quasi più testo di ele_rubi
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