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Capitolo 16 - Le qualifiche
Le auto erano già allineate.
Una dietro l’altra, separate da una quarantina di metri, aspettavano il loro turno all’ingresso del circuito. I motori erano accesi e il rombo dei V8 e dei quattro cilindri si mescolava alla musica che arrivava dagli altoparlanti e al rumore della gente ammassata dietro le transenne.
La procedura era semplice.
Un giro di riscaldamento, distanziati di circa quarantacinque secondi l’uno dall’altro, per portare le gomme nella temperatura giusta.
Poi due giri lanciati.
Due soli tentativi per il tempo.
Alex era seduto dentro la Chevy con il casco già allacciato. Aveva entrambe le mani sul volante e guardava la vettura davanti a sé.
Il V8 girava basso, regolare.
La macchina sembrava quasi tranquilla.
Quasi.
Alex si guardò nello specchietto e poi spostò gli occhi verso bordo pista.
Vide Lele, era in piedi dietro le transenne e si guardava intorno.
Una volta a destra.
Una a sinistra.
Poi ancora indietro.
Alex gli parlò all'interfono.
«Lele, cosa c’è?»
La risposta arrivò quasi subito.
«Niente. Rimani concentrato.»
Alex sorrise, conosceva Lele abbastanza bene.
«Ti vedo quando sei preoccupato e ti stanno girando i coglioni. Hai perso Giulia?»
Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio.
«Sì.»
Alex smise di sorridere.
«Ma non preoccuparti, adesso la trovo. Dai che tra poco tocca a te.»
«Se la vedo a bordo pista, lungo il tracciato, ti avviso.»
«Ok. Ma solo nel giro di riscaldamento, che poi non ti devi distrarre. Tanto vedrai che la trovo.»
«Va bene.»
Una voce arrivò dall’esterno della macchina.
«Dai, bocia. Tocca a te.»
Max.
Alex fece un cenno con la testa, la vettura davanti si mosse, un commissario gli diede il via, Alex inserì la prima, il motore salì di giri.
Poi lasciò la frizione, la Chevy partì come una fionda, le gomme posteriori persero aderenza per qualche metro e la macchina si mise di traverso quel tanto che bastava a lasciare due strisce nere sull’asfalto, una nuvola bianca si alzò dietro di lei.
Il pubblico esplose.
Alex raddrizzò il volante e si immise sul circuito.
«Eccolo…» disse Max, guardandola allontanarsi.
Lele invece aveva già preso il cellulare.
Chiamò Giulia.
Uno squillo.
Due.
Tre.
Niente, richiamò, ancora niente, ed era quella la cosa che lo preoccupava di più, Giulia poteva essere ovunque, poteva parlare con chiunque, poteva dimenticarsi persino di mangiare quando aveva una macchina fotografica in mano, ma il telefono non lo lasciava mai, Lele si guardò intorno.
«Dove cazzo sei finita…»
Poi la radio gracchiò, la voce di Alex arrivò chiara dall’interfono.
«Lele.»
Lele prese immediatamente il microfono.
«Dimmi.»
«Tornantino dopo curva quattro.»
Pausa.
«Dietro le transenne, interno curva. Muoviti.»
Lele si voltò di scatto verso il circuito.
«Grazie, bocia.»
Alzò lo sguardo, Nikos gli era già vicino, aveva sentito tutto.
«Fai il giro esterno, Lele. Fai prima.»
«Sì, ma,»
Un piccolo rumore elettrico arrivò alle sue spalle, Max gli passò accanto su un monopattino, si fermò proprio davanti a lui e glielo porse, Lele lo guardò incredulo.
«Cazzo, l’hai trovato questo?»
Max fece spallucce.
«Prima che se lo riprendano, vai a recuperare la peste.»
Lele non se lo fece ripetere, partì a razzo, Il monopattino elettrico attraversò il paddock mentre la gente si scansava all’ultimo momento. Lele passò tra i gazebo, aggirò una transenna, prese la strada esterna e accelerò, a cinquanta metri dal tornantino la vide. Giulia era lì, aveva la macchina fotografica ancora appesa al collo, era circondata da un gruppetto di ragazzi poco più che ventenni.
E non stavano parlando tranquillamente.
Lele mollò il monopattino ancora in corsa, quello fece qualche metro da solo prima di cadere su un fianco, lui non ci fece nemmeno caso, si fece largo tra la gente, aveva già capito che gli animi erano bollenti.
Giulia lo vide arrivare.
«Papà!»
Lele le si piazzò davanti, mettendosi fisicamente tra lei e il gruppo.
«Cosa ti avevo detto?»
«Ma papà!»
«Adesso torni con me al paddock.»
«Ma questi hanno cominciato loro!»
«Non mi interessa. Torni con me.»
Uno dei ragazzi fece un passo avanti.
«Hey, mister. Mind your own business.»
Lele si voltò lentamente.
Lo guardò.
Poi indicò Giulia con un cenno del capo.
«Questa è mia figlia.»
Silenzio.
Lele fece un altro passo verso il gruppo.
«Quindi sì. Questi sono affari miei.»
Il ragazzo lo fissò, per un secondo sembrò quasi voler rispondere, poi vide la faccia di Lele.
E decise saggiamente di non farlo.
Lele si voltò verso Giulia.
«Andiamo.»
«Ma…»
«Giulia.»
Lei sbuffò.
«Va bene.»
Fece appena in tempo a girarsi che ricominciò:
«Comunque siete dei fenomeni, sapete? Parlate tanto perché siete davanti a un pubblico! Quando Alex vi passa davanti voglio proprio vedere.»
«Giulia!»
«Che c’è?!»
«Cammina.»
Lele le mise una mano sulla spalla e la accompagnò via mentre lei continuava a borbottare e a voltarsi verso il gruppo.
«E comunque la Chevy vi fa paura!»
«Giulia!»
«Lo devono sapere!»
«CAMMINA.»
Dall’altra parte del circuito, intanto, Alex aveva già iniziato il giro lanciato, la Chevy era completamente diversa da quella del giorno prima, la nuova coppia conica aveva trasformato il comportamento della macchina, Il motore saliva di giri più rapidamente, le marce sembravano più corte, ogni uscita di curva era una fiondata, Alex affrontò la prima curva senza risparmiare nulla, frenò tardi, scalò, inserì la macchina di precisione, il retrotreno si alleggerì appena, Alex controsterzò di pochi gradi e spalancò il gas.
Il V8 urlò.
La Chevy uscì dalla curva come se qualcuno l’avesse presa a calci.
Alex guardò il punto di corda della curva successiva, adesso non stava più pensando alla macchina, la Chevy stava andando forte, forte davvero.
Le marce più corte, le gomme nuove e quella benzina racing che sembrava aver dato un altro carattere al V8 avevano completato il lavoro.
Alla macchina mancavano quegli ingredienti e adesso li aveva tutti, Alex lo sentiva.
La Chevy rimaneva enorme per quel circuito. Lunga, larga, pesante, ingombrante nei tratti più stretti. Ma appena trovava spazio, diventava un’altra cosa.
Soprattutto nei due rettilinei.
Lì era semplicemente devastante.
Alex spalancava il gas e l’otto cilindri esplodeva.
Un temporale. Il rumore rimbalzava contro le facciate delle case e saliva sopra le transenne. La gente che fino a mezz’ora prima aveva guardato quella macchina americana con curiosità e qualche sorriso ironico adesso si era completamente ricreduta. Quando passava il razzo americano, la gente si girava.
Quando spalancava il gas non si sentiva altro, Alex completò il primo giro cronometrato senza commettere errori.
Tagliò il traguardo e guardò per un istante il display, un tempo di tutto rispetto, Max lo sentì arrivare e dalla radio:
«Bocia, questo è un gran tempo.»
Alex respirò.
«La macchina c’è.»
«Lo vedo.»
Ma c’era ancora il secondo giro, e quello contava, Alex abbassò la visiera, davanti a lui, le altre vetture cominciavano inevitabilmente ad avvicinarsi, Il distacco tra le auto si era ridotto.
Alex arrivò sul primo gruppo, la prima la prese in uscita di curva, pulito, la seconda poco dopo, ancora più pulito.
«Passata.»
La voce di Max arrivò nell’interfono.
Alex non rispose, non serviva, era concentrato, Il circuito gli scorreva davanti agli occhi come una pellicola già vista.
Frenata.
Cordolo.
Gas.
Cambio.
Frenata.
Un’altra curva.
Poi il secondo rettilineo.
Il V8 salì di giri.
La Chevy sembrò allungarsi sull’asfalto.
Alex si avvicinò alla vettura davanti.
«La prende…» mormorò Max.
L’altra macchina arrivò all’ultima curva, era la curva che immetteva sul rettilineo finale, quello che portava direttamente verso i box, Alex preparò il sorpasso, era più veloce, molto più veloce, gli arrivò da dietro come un avvoltoio, gli arrivò all’esterno ignorando il punto di corda, e si affiancò, la vettura davanti resistette all’interno della curva ma Alex era più veloce, fece l’intera curva come un compasso, al Box nessuno fiatava, la Chevy aveva ancora spazio, mancava poco al rettilineo finale, tre metri, due, poi l’ultimo metro all’uscita della curva e con mezza macchina era davanti, Alex spalancò di prepotenza il gas
Fu in quel momento che sentì il colpo.
Toc.
Piccolo.
Secco.
Sul paraurti posteriore.
Ma bastò.
La Chevy si scompose.
Il retrotreno partì verso l’esterno.
«CAZZO!»
Alex controsterzò.
Una volta.
Poi ancora.
Ma la massa della Chevy aveva ormai preso una direzione tutta sua, il posteriore scivolò, la macchina ruotò, un testacoda completo, pneumatici che urlavano, fumo, asfalto che passava davanti al parabrezza.
Poi la Chevy si fermò.
Di traverso.
A circa trecento metri dal rettilineo dei box.
Per qualche secondo Alex rimase immobile.
Poi esplose nell’interfono.
«MA CHE CAZZO HA FATTO?!»
Max aveva visto tutto.
«Bocia, stai bene?»
«SÌ! MA QUELLO MI HA PRESO!»
Alex guardò nello specchietto, la vettura che aveva appena cercato di sorpassare stava proseguendo, come se niente fosse, Alex strinse il volante.
«Mi ha preso apposta.»
Max rimase in silenzio per un secondo.
«Non lo sappiamo.»
«Mi ha preso.»
«Ho visto.»
«E allora?»
«E allora non sappiamo se l’ha fatto apposta.»
Alex respirò pesantemente.
«Che cazzo…»
Al bordo della pista, intanto, Giulia aveva visto tutto, aveva ancora la macchina fotografica al collo, gli occhi le si spalancarono.
«NO!»
Fece un passo verso il muretto, poi un altro, e guardò dall’altra parte della pista, il gruppo di ragazzi con cui aveva appena litigato era ancora lì, e stavano esultando, uno indicava la Chevy ferma, un altro rideva.
Giulia diventò rossa.
«Questi bastardi…»
Lele la vide.
«Giulia.»
Lei era già salita con un piede sul muretto.
«GIULIA!»
«Quelli stanno festeggiando!»
«GIÙ!»
«Papà, quello ha buttato fuori Alex!»
«GIÙ DA LÌ!»
«Vado a chiedergli che cazzo…»
Lele la afferrò per la vita e la tirò indietro.
«Tu adesso ti siedi.»
«LASCIAMI!»
«Ti siedi!»
«Ma hai visto?!»
«Ho visto tutto!»
Giulia cercava ancora di sporgersi oltre il muretto.
«Io a quello…»
«GIULIA! SIEDITI!»
«Ma papà!»
«SIEDITI!»
Poco più indietro, Max aveva tolto l’interfono e stava fissando la pista.
«Porca puttana…»
Si passò una mano sulla faccia, poi cominciò a imprecare, non in italiano, non in greco, non in nessuna lingua conosciuta dall’uomo.
Nikos gli mise una mano sulla spalla.
«Max.»
«L’hai visto?»
«Ho visto.»
«Quello l’ha preso.»
«Non sappiamo se volontariamente.»
Max si voltò.
«Nikos, se quello l’ha fatto apposta io.»
«Max.»
«No, io…»
«Max.»
Nikos lo guardò dritto negli occhi.
«Calmati.»
Dall’altra parte della pista Giulia continuava a dimenarsi.
«Papà, fammi andare!»
«Non vai da nessuna parte.»
«Quelli ci stanno prendendo per il culo!»
«E tu vuoi andare là a fare cosa?»
«A dirgliene quattro!»
«No.»
«Ma.»
«No.»
Lele la fece sedere sul bordo del muretto.
Poi le si mise davanti.
«Adesso respiri.»
Giulia lo fissò furiosa.
«Ma hai visto cosa è successo ad Alex?»
Lele abbassò la voce.
«Sì.»
Poi guardò verso la pista.
Alex con un burnout aveva appena messo la macchina nella direzione giusta passando davanti al traguardo avvolto dal fumo delle gomme, era una furia.
«E adesso pensiamo a lui.»
Nikos, intanto, aveva già ripreso l’interfono.
«Alex.»
Silenzio.
«Alex, rispondi.»
Un fruscio, poi la voce del ragazzo.
«Ci sono.»
«Stai bene?»
«Sì.»
«Macchina?»
Alex guardò il cruscotto.
Poi gli specchietti.
«Mi sembra tutto a posto.»
Max intervenne.
«Non muovere niente. Fai il giro lentamente e rientra.»
Alex strinse i denti.
Guardò la pista davanti a sé, il tempo era ormai andato, ma non era quello a farlo arrabbiare.
«Quello non era un sorpasso.»
E mentre la Chevy faceva il giro di chiusura, a bordo pista il gruppo dei ragazzi continuava a ridere, Giulia li guardava, Lele guardava Giulia, Nikos guardava tutti e Max, con le braccia incrociate, disse sottovoce:
«Questa giornata sta prendendo una piega di merda.»
Nessuno gli diede torto.
Cap. 17 – Rassegnazione
Alex fece il giro di rientro senza più guardare il cronometro, la rabbia c’era ancora, sentiva il cuore battere forte e ogni tanto gli scappava qualche imprecazione sottovoce, ma la macchina rispondeva bene. Nessuna vibrazione strana, nessun rumore sospetto. La Chevy era rimasta intera.
Mentre percorreva il circuito per tornare ai box, però, cominciò ad accorgersi di una cosa, la gente lo applaudiva, prima qualcuno isolato, poi gruppetti. poi intere file di spettatori dietro le transenne.
Alex alzò una mano dal volante e salutò, la risposta fu ancora più forte, la Chevy, nonostante tutto, era piaciuta, aveva conquistato quel pubblico nel giro di pochi passaggi.
Alex sorrise dentro il casco e continuò a salutare, una mano sul volante e l’altra alzata ogni volta che passava davanti a qualcuno che lo incitava.
Alla fine imboccò la corsia dei box.
Rallentò.
Il V8 borbottò ancora per qualche secondo, poi Alex tolse il contatto.
Il temporale finì.
Il silenzio che seguì sembrò quasi irreale.
Alex rimase seduto qualche secondo, le mani ancora sul volante.
Poi si tolse il casco.
Katerina era già lì.
Gli porse una bottiglietta d’acqua fresca.
«Bevi.»
Alex la prese e bevve quasi metà bottiglia in un sorso.
«Mi ci vorrebbe un Montenegro.»
Katerina lo guardò.
«Dopo quello che è successo?»
Alex sorrise.
«Ah ah… magari.»
Lei scosse la testa, ma stava sorridendo anche lei, nel giro di pochi secondi attorno alla Chevy si radunarono tutti, Max si chinò immediatamente verso il posteriore, Lele controllò il paraurti.
Alex raccontò ancora una volta quello che aveva sentito.
«Ero già davanti. Avevo chiuso la curva e quello mi ha toccato dietro.»
Max annuì.
«Ho visto.»
«Mi ha girato.»
«Sì.»
«Secondo me l’ha fatto apposta.»
«Probabile.»
«Probabile non mi basta.»
Nikos, fino a quel momento, non aveva detto una parola.
Stava in piedi accanto alla macchina e ascoltava.
Non voleva che gli animi si scaldassero ulteriormente.
Soprattutto perché intorno a loro c’era ancora un’atmosfera strana. Il pubblico continuava a parlare della Chevy e, più lontano, si sentivano ancora gli annunci dagli altoparlanti.
Lisa teneva d’occhio Giulia, la ragazza era ancora furiosa.
«Giulia, adesso basta.»
«Mamma, guarda cosa hanno fatto!»
«Lo abbiamo visto.»
«No, ma guardate bene!»
Giulia si mise in mezzo a Lele e Max, aveva ancora la macchina fotografica appesa al collo.
«Io ho fotografato tutto.»
Lele sospirò.
«Giulia…»
«No, papà. Guarda.»
Accese il display e cominciò a scorrere le fotografie, una, poi un’altra, poi un’altra ancora, Max si chinò, Lele si avvicinò, Giulia passò rapidamente la sequenza del sorpasso, la Chevy affiancata, le due macchine quasi appaiate, Alex davanti, la vettura avversaria che si avvicinava, poi il contatto, otto fotografie consecutive, Nikos, che fino a quel momento era rimasto in disparte, si avvicinò.
«Ehi, piccola attaccabrighe.»
Giulia alzò gli occhi.
«Sì?»
«Mi faresti vedere tutta la sequenza degli scatti?»
«Certo. Guarda.»
Gli porse la macchina fotografica, Nikos prese la fotocamera e cominciò a scorrere, non si limitò alle fotografie del sorpasso, andò indietro.
Ancora.
Poi si fermò.
Una fotografia mostrava il paddock prima dell’inizio delle prove, le macchine erano ancora ferme, i meccanici lavoravano, la gente cominciava ad arrivare.
E sullo sfondo, quasi per caso, Giulia aveva immortalato Christos, era in piedi accanto a un uomo.
Il pilota della macchina che avrebbe poi toccato Alex.
Nikos rimase fermo, scorse la fotografia successiva, Christos parlava con lui, quella dopo ancora.
Ancora insieme, non era il pilota del suo team, era una vettura di un’altra squadra, ma Nikos conosceva bene quella macchina, conosceva anche il pilota.
E soprattutto sapeva che Christos faceva da sponsor a quel team, il quadro era improvvisamente molto più chiaro, Nikos lasciò andare lentamente il dito dallo schermo, scosse la testa.
Poi si mise a ridere.
Max lo guardò.
«Che c’è?»
Nikos continuò a sorridere.
«È chiaro.»
Alex lo fissò.
«Cosa?»
Nikos gli restituì la macchina fotografica a Giulia, poi guardò il ragazzo.
«Che andavi troppo forte per qualcuno.»
Alex rimase in silenzio.
Nikos allargò le braccia.
«Siamo venuti qui per scherzo…»
Guardò la Chevy.
«…ma abbiamo fatto paura a qualcuno.»
Max fece un mezzo sorriso, Lele annuì lentamente, Alex guardò ancora la pista.
«Quindi mi hanno buttato fuori.»
«Non posso dimostrarlo.»
Nikos fece una pausa.
«Ma adesso sappiamo che non era proprio una coincidenza.»
Giulia, soddisfatta, incrociò le braccia.
«Ve l’avevo detto.»
Lele la guardò.
«Tu invece la prossima volta, prima di litigare con mezza Grecia, vieni a chiamare tuo padre.»
«Ma se non avessi litigato non avrei fatto quelle foto.»
Lele rimase zitto.
Max scoppiò a ridere.
«Ha ragione.»
«Tu stai zitto.»
«Io non ho detto niente.»
«Appunto.»
La tensione cominciò lentamente a sciogliersi, non erano più arrabbiati, erano fuori dalla gara, certo, il regolamento non lasciava spazio a discussioni: la media dei due tempi li aveva spinti fuori dai primi dieci.
Niente gara. la Chevy sarebbe tornata sul carrello, ma mentre Max e Lele stavano già iniziando a preparare tutto, una voce arrivò dalle transenne.
«Alex!»
Lui si voltò, un gruppo di ragazzi era lì, con loro c’erano anche alcuni genitori e bambini, uno dei quali indicava la Chevy.
«Can we take a picture with you?»
Alex guardò Katerina, poi sorrise.
«Certo.»
Uscì dal box, in pochi secondi si ritrovò circondato, una foto, poi un’altra, qualcuno gli chiese l’autografo, un bambino voleva sapere quanto fosse potente il motore, un altro indicava le gomme.
Alex rispondeva a tutti, ancora con la tuta addosso e il sorriso stampato in faccia.
Giulia, naturalmente, aveva già ripreso la macchina fotografica.
«Fermi tutti! Questa la faccio io.»
Lele la guardò e sorrise.
Poi si rivolse ad Alex.
«Dai che ormai hai dei fan. Fatti le foto che dopo carichiamo la macchina sul carrello.»
Alex rise.
«Va bene.»
Si mise accanto alla Chevy, il grande muso americano ancora caldo, le gomme nuove sporche di gomma e polvere, il cofano che rifletteva il sole di Sparta, dietro di lui, il pubblico continuava a guardare.
La gara sarebbe andata avanti senza di loro.
Ma in fondo, mentre Giulia scattava l’ennesima fotografia, nessuno dei Squerciatombini sembrava più particolarmente dispiaciuto di non esserci.
La Chevy aveva già lasciato il segno.
E qualcuno, evidentemente, se n’era accorto prima di loro.
Capitolo 18 – L’ultima serata Greca
La luce cominciava a calare quando Giulia si accorse che mancava una cosa.
«Fermi tutti.»
Lele la guardò.
«Cosa c’è adesso?»
«La foto.»
«Quale foto?»
«Quella finale, papà. Quella vera.»
Aveva già tirato fuori la macchina fotografica.
«Una foto di cosa?»
Giulia indicò la Chevrolet.
«Di tutti noi. Attorno alla Chevy.»
Nessuno ebbe il coraggio di dirle di no, sistemarono la macchina fotografica su un piccolo treppiede, proprio davanti alla Belva. Giulia impostò l’autoscatto e corse verso gli altri, Alex si mise davanti al muso della Chevy. Max accanto a lui. Lele dall’altra parte, con Lisa al suo fianco. Katerina si strinse ad Alex, mentre Nikos arrivò per ultimo, scuotendo la testa divertito.
Giulia controllò l’inquadratura, poi si mise in mezzo.
«Pronti!»
La macchina fece il primo bip, tutti si sistemarono, Secondo bip .Alex alzò una mano. Terzo bip.
Click.
Per qualche secondo rimasero immobili, poi Giulia corse a controllare la fotografia.
«È venuta!»
«Fammi vedere.»
Si strinsero tutti attorno allo schermo, la Chevy occupava quasi tutta la fotografia.
Era sporca, con le gomme ancora segnate dalla giornata, qualche traccia di gomma sui parafanghi e la carrozzeria che rifletteva le ultime luci del pomeriggio.
E attorno a lei c’erano loro.
Il Team Squerciatombini.
«Questa la stampiamo», disse Lisa.
«Questa la mettiamo in officina», aggiunse Max.
Lele guardò la fotografia e sorrise.
«Questa la teniamo.»
Non aggiunse altro, non ce n’era bisogno, poi arrivò il momento di smontare.
Attrezzi nelle cassette. Cric. Cavalletti. Taniche. Compressore. Cavi. Caschi. Tute. Le ultime cose sparse per il paddock finirono dentro il pick-up, la Chevrolet venne spinta lentamente verso il carrello.
Alex rimase per qualche secondo accanto alla macchina.
«Ti sei divertito oggi?» gli chiese Katerina.
Alex guardò la Chevy.
«Parecchio.»
«Anche quando ti hanno girato?»
«Quello un po’ meno.»
Katerina gli diede una piccola spinta sulla spalla.
«Allora siamo pari.»
Con l’aiuto di Max e Lele, la Belva salì sul carrello, le ruote vennero fissate con le cinghie.
Un’ultima occhiata.
«Bene», disse Max. «Adesso non scappa più.»
«Non ne sarei così sicuro», rispose Alex.
La sera, invece di partire subito, decisero di fermarsi a mangiare, lo stand gastronomico era ancora pieno.
Era diventato il punto di ritrovo praticamente di tutto il paddock, tavoli lunghi, panche di legno, piatti che continuavano ad arrivare dalla cucina, birra, vino, carne alla griglia e il profumo delle spezie che si mescolava all’aria fresca della sera, la musica popolare aveva cominciato a suonare.
All’inizio si sedettero semplicemente a mangiare, poi arrivò il primo brindisi, poi il secondo, poi qualcuno si alzò, alla fine si ritrovarono tutti in piedi.
Giulia era completamente scatenata.
Lisa la guardava ballare scuotendo la testa.
«Quella non è mia figlia.»
«No», disse Lele. «È sicuramente stata scambiata in ospedale.»
Alex rideva con una bottiglia in mano.
Finalmente Katerina gli allungò un bicchiere.
«Tieni.»
Alex lo guardò.
«Cos’è?»
«Il Montenegro che volevi.»
Alex scoppiò a ridere.
«Finalmente!»
«Te lo sei meritato.»
Intorno a loro passavano persone che durante la giornata avevano visto la Chevy in pista.
Un pilota si fermò davanti ad Alex.
Gli strinse la mano.
«Very good driving.»
Alex sorrise.
«Thank you.»
Poco dopo arrivò un altro team manager.
Poi un altro pilota.
Qualcuno voleva parlare della macchina, qualcuno del motore, qualcuno semplicemente fare i complimenti.
«Beautiful car.»
«Fast car.»
«Very loud.»
A quell’ultima osservazione Max rispose serio:
«Non è rumorosa. È educata.»
Il greco lo guardò per qualche secondo senza capire.
Poi scoppiò a ridere.
Anche Nikos rideva.
La serata andò avanti così.
Mangiarono.
Bevvero.
Ballarono.
Parlarono con gente che fino a quella mattina non conoscevano nemmeno, e per qualche ora sparì tutto, il contatto, la qualificazione, la rabbia, il fatto che non avrebbero corso, rimasero soltanto una squadra, una macchina americana enorme e una giornata di corse in Grecia.
Quando finalmente caricarono tutto sul pick-up e sistemarono il carrello, era ormai notte.
Il circuito era quasi vuoto.
Restavano soltanto alcune luci accese, qualche furgone e il rumore lontano della musica.
Alex salì sul pick-up e prima di chiudere la portiera si voltò verso la pista.
Rimase qualche secondo a guardarla.
«Peccato.»
Max lo sentì.
«Per cosa?»
Alex fece spallucce.
«Potevamo divertirci.»
Lele chiuse il portellone del pick-up.
«Bocia, oggi ci siamo divertiti abbastanza.»
Alex sorrise.
Max salì sul sedile.
«E soprattutto abbiamo scoperto una cosa.»
«Cosa?»
Max guardò la Chevy sul carrello.
«Che qualcuno si caga sotto quando vede una Chevrolet americana.»
Scoppiarono tutti a ridere.
Nikos mise in moto.
I fari illuminarono la strada davanti a loro.
Sparta rimase lentamente alle loro spalle.
Alla villa di Nikos arrivarono tardi, scaricarono soltanto le cose indispensabili e lasciarono la Chevy sul carrello, il resto poteva aspettare, la mattina successiva sarebbe stata dedicata ai saluti, alle ultime valigie e a quella strana sensazione che arriva quando una vacanza finisce.
La sera seguente, Lele, Max e le loro famiglie avrebbero preso l’aereo per tornare in Veneto, la Grecia sarebbe rimasta dietro di loro, ma non sarebbe rimasta soltanto una vacanza.
Le giornate passate in officina. Le risate. La corsa.
E soprattutto quella Chevrolet che, arrivata a Sparta quasi per gioco, aveva fatto parlare di sé molto più di quanto chiunque avesse immaginato.
Anche se non aveva corso la gara.
Forse, pensò Alex prima di addormentarsi, era proprio quello il bello.
Non sempre bisogna arrivare al traguardo per lasciare il segno.
Fine.