ARBEIT MACHT FREI
La desolazione mi stringe i cuore quando varco i cancelli di questo inferno, mi pare di sentire ancora il calpestio di migliaia di derelitti che trascinano i piedi contro la ghiaia al suono di un'orchestrina. In questo luogo si è concentrato il male nella sua essenza più pura, e quello che colpisce di più, è l'apparenza di irreale normalità dei blocchi, che richiamano alla mente delle palazzine, come se ne vedono tante nelle periferie delle città, l'aria stessa però sa di morte; tocco i muri rossi di mattoni pensando ai lamenti, alle grida, ai pianti, e alle preghiere disperate di tanti di quegli uomini, donne e bambini di cui non se ne conosce neanche l'esatto numero, questi muri ne sono pregni.
La gelida follia dello sterminio, la tortura e l'umiliazione fino all'annientamento, persone come noi con una vita fatta di affetti, sentimenti e quotidiane abitudini, che hanno subito la morte più orribile, quando persino la morte stessa era la vera liberazione da una terribile serie di sevizie.
Ho avuto la conferma che Dio non esiste, perché mi rifiuterei di credere ad un dio che ha permesso questo orrore, un creatore che non si commuove a vedere i propri figli essere le vittime e i carnefici di questo orribile crimine, senza vergognarsi egli stesso, e rinnegarne la paternità. Quanti uomini impuniti per queste atrocità sono ritornati alle loro case, hanno abbracciato le proprie mogli e i figli, mi domando come hanno fatto a non inorridire pensando a quelle mogli che hanno derubato della dignità di donne, a quei figli spogliati della loro innocenza; di questi martiri sono rimasti 7000Kg di capelli, mucchi di scarpe, occhiali, spazzole, protesi, bacinelle, delle valige con cognomi e indirizzi scritti in fretta con il gesso, e un'urna ripiena per un terzo della cenere di centinaia di persone; rimane anche per pochi di loro una pietosa serie di foto in tre pose per essere meglio riconosciuti una volta morti e il numero di matricola, usanze presto abbandonata per la quantità sempre crescente di prigionieri.
Resterà per sempre nella mia memoria il volto di un bambino di poco più di dieci anni, nel momento in cui lo fotografavano guardava verso l'obbiettivo con gli occhi lucidi di lacrime, sembrava fissarmi e interrogarmi sul perché di tutto questo, non saprò mai dargli una risposta, è l'immagine più straziante di tutto questo orrore, sotto la sua foto un cartellino indicava la data di ingresso ad Aushwitz, sarebbe morto dopo tre mesi da quel giorno.
ARBEIT MACHT FREI testo di Vladesh