la divina tromb**a

scritto da Marcolino
Pubblicato 20 anni fa • Revisionato 19 anni fa
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Una parodia in chiave erotica della Divina Commedia che tutti conosciamo. Non è esattamente il genere che chi mi conosce è abituato a leggere... Prima di leggere liberatevi da ogni pudore, o non proseguite.
- Nota dell'autore Marcolino

Testo: la divina tromb**a
di Marcolino



Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una figa oscura,
ché la dritta via era smarrita.

Ah quanto a dir qual’era è cosa dura
esto fallo selvaggio e aspro e forte,
che nel pensier rinnova la paura!

Tant’è vogliosa che poco è più morte
che per trattar del ben ch’io vi trovai
dirò de l’altre cose ch’io v’ho scorte;

non so ben ridir com’io v’entrai
tant'è che pien di voglia a quel punto
presto la ragione abbandonai:

Quando fui al piè di questa tana giunto
non scorgea la fin di quell’immensa valle
tanto che m’avea lo cazzo di paur compunto,

e allor fu la paura giunta sin le palle
nel rimirar la grossa selva e cupa,
ch’io già pensava a scalar lo calle.

Lo tappar m’è caro di si tanta topa
allor ch’ella infinita voglia avea,
dunque al sol pensar mi misi sopra

e dinnanzi giunto a sì maestosa vulva
impaurito fui d’una strana insegna
che dal sommo clitoride pendeva:

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“Per me si va nel piacere dolente,
per me si va nell’etterno odore,
per me si va tra la perduta gente.

Lo primo fallo mosse 'l mio alto fervore,
e soltanto fù nelle prime scopate
la somma venuta e lo primo amore.

Dinanzi a me non furon maialate
se non etterne, ed io etterna duro:
Lasciate ogni speranza o voi che un la date”
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e dunque lo maggior dubbio pervasemi:
saromm'io capace di far tali ardite cose
dando lo piacer sanza lasciar semi!?

Poscia ella sua mano alla mia pose
e con lieto volto ond’io mi confortai,
il mise dentro alle segrete cose.

Quivi sospiri, pianti ed altri guai
risonavan per l’aere silenzioso
così ch'io al cominciar ne lagrimai

ch’ella sì male avea in tal moment'ozioso.
E dopo poco l’occhi chiuse e: SIII!!
urlò sanza pavento el corpo suo gaudioso.

E quivi fu che l’inondata fregna
tremò si forte che de lo spavento
la fronte mia di sudor ancor si bagna,

poscia furon tormente di lampi e vento
che balenò una luce vermiglia,
la qual mi vinse ciascun sentimento

e tramortito caddi, come l’uom che’l sonno piglia.



Marcolino.











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