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Un anno in quel posto, eppure seguitavo nella solitudine.
Io, Caterina Ventiferi, triestina d.o.c., mi aggrappavo per l’ennesima volta al mancorrente di una carrozza della metropolitana, elemento a me estraneo tanto quanto ero estranea io ad esso, in bocca ancora il sapore del caffè macchiato trangugiato poco prima in uno dei tanti bar sparsi agli angoli delle strade, dov’ero sempre semplice avventrice e mai habituée.
Che poi, a dirla tutta, era ancora un’impresa ricordarsi di ordinare un caffè macchiato, appunto, e non un capo, dopo che per quindici anni buoni avevo pronunciato quel termine di fronte a tutti i banconieri e i camerieri della mia città natale. Magari augurando il buongiorno con un gioviale buondì, che nel resto della penisola sembrava stesse estinguendosi.
La metro non mi piaceva proprio. La calca umana che si distribuiva in mille rivoli sotterranei ora in una direzione, ora nell’altra rievocava in me l’immagine di una brulicante colonia di ratti. E in fondo in quel frangente noi esseri umani eravamo altrettanto rivoltanti nei nostri abiti sciatti ed infeltriti, nei nostri capelli rattrappiti in acconciature informi, nelle nostre espressioni grigie ed ottuse, riflettei con mestizia. Con una sottile differenza: in condizioni normali, non da esperimento Universo 25 per intendersi, i roditori conservavano un certo collante sociale, mentre noi, ah, noi moderni eravamo minuscole bollicine gassose in moto perpetuo, incapaci di aggregarsi per qualsivoglia scopo collettivo.
Sollevai lo sguardo sino ad allora ben piantato in terra, domandandomi, come ormai facevo ogni dannatissimo giorno, perché mai mi fossi avventurata così lontano da casa. Forse per imitare Isabella e Marianna, che al termine degli studi avevano presto fatto fagotto e cercato altri lidi dove poter spiccare il loro volo di farfalle. Già, anche se per loro la partenza era stata più semplice, non essendo figlie uniche e non vivendo in una casetta di proprietà; il loro cordone ombelicale era ben meno saldo del mio. E poi, fisioterapista la prima, ottica la seconda, potevano trovare lavoro praticamente ovunque, mica come me che avevo avuto la geniale pensata di laurearmi in beni culturali e che avevo dovuto pitoccare presso lo Stato per ottenere un impiego, peraltro meno profumatamente pagato di quanto mi aspettassi.
Avevo studiato per mesi e mesi tombandomi quasi in casa, ma alla fine avevo vinto il concorso pubblico ed ero stata assunta a tempo indeterminato. I miei mi avevano stampata tutta di baci e, tentando di ricacciare indietro le lacrime, mi avevano aiutata con le prime incombenze legate a quel trasferimento. Non ero così giovane da essere una pivellina, di anni ne avevo ventotto all'epoca, però, in confidenza, a quelle ultime coccole genitoriali non avevo proprio saputo rinunciare. Le valigie che avevo trascinato sul treno ad alta velocità contenevano gli averi più preziosi che possedessi; non molti in realtà, ma pesavano come macigni sul mio cuore estradato. Avevo ricordato, nel momento in cui il capostazione aveva fischiato e la pensilina aveva iniziato a rimpicciolirsi nella mia visuale, il viso giulivo di Isa che non vedeva l'ora di raggiungere Genova e quello beato di Mary che favoleggiava Perugia e non ero riuscita ad esimermi dal sovrapporli al mio, che, all'opposto, era addobbato di tenebra. I binari mi avevano condotta lontano dai paesaggi che avevo imparato a riconoscere e ad amare per introdurmi in vie sconosciute ed anonime i cui nomi avevo memorizzato a fatica e attraverso le quali si conversava in una parlata che non era la mia.
Individuai un cantuccino che si era liberato ed andai a sedermi. Mi strinsi nel mio giubbotto rosso e lasciai lo sguardo libero di vagare sulle decine di braccia ancora tese nel tentativo di proteggere i pochi centimetri di presa faticosamente conquistati. Cronografi argentati che cadenzavano giornate uggiose. Fedi nuziali che incorniciavano matrimoni ammuffiti. Smalti semipermanenti che ingentilivano mani atrofizzate. Compagni nell'insensatezza dell'esistenza, la coscienza della quale giungeva – a chi prima, a chi dopo – come un'eruzione pompeiana, tutti ci lasciavamo ciondolare avanti e indietro dagli eventi, ingannando l'attesa della morte con passatempi e distrazioni quanto più saturanti possibile.
Com'era distante l'infanzia! Quella delicata, meravigliosa crisalide di luce in una selva di oscurità. Quel decennio, o poco più, in cui tutte le porte sembrano schiuse e pronte ad accoglierci, in cui l'avvenire sembra un pentagramma ancora da eseguire, in cui anche un sassolino rinvenuto per strada in un pomeriggio piovoso può far scordare un bisticcio e ricolorarci di letizia.
Colori... Sorrisi, perché mi sovvenne di come ci eravamo conosciute io e le mie due amiche del cuore.
Era un tardo e già rabbuiato pomeriggio di marzo e stavo rientrando dalla materna. Lo scassatissimo autobus che doveva riportare a casa me e mia madre sobbalzava ad ogni minima buca della strada, ed io, sul sedile ancora largo, con lui. Anche allora, come ogni santa volta durante il tragitto, mi stavo annoiando terribilmente tra il brusio di vecchiette linguacciute e i neon bluastri che mi facevano venire il mal di testa. Sbuffando, mi ero guardata intorno alla ricerca di qualche intrattenimento.
Davanti alla mia seduta, la scocca grigia che copriva i cavi dietro la cabina di guida traballava instabile e pareva dovesse staccarsi da un momento all'altro. Di punto in bianco avevo preso a fantasticare, immaginando di poterla rimuovere e trovare un qualche passaggio magico verso un altro mondo, da visitare fintantoché non fossi arrivata alla mia fermata. Il Regno dei Draghi, o il Regno delle Sirene, magari.
Era stato allora che era apparsa nella mia vita Isabella. Quand'era salita? Mistero, dacché non me n'ero affatto accorta, ma proprio mentre ero persa nelle mie fantasie aveva appoggiato sul mio 'portale' un suo disegno: un intricatissimo labirinto di rigogliosi rami su cui viveva una famiglia di pappagalli (o altri volatili variopinti come loro; l'arte dei quattrenni è di difficile interpretazione!) piccoli e grandi, dalle penne rosa, arancio, verdi, gialle.
“Non ci sono i cacatua!” aveva esclamato una vocetta poco più in là, con una punta di stizza. Marianna.
L'avevo scoperto soltanto qualche mese dopo, ma il risentimento era dovuto al fatto che lei, a casa, ne aveva due, di cacatua, e li riteneva gli uccelli più belli del creato.
Ecco, ci eravamo incontrate così. Io per coincidenza latitudinale, Isa per coincidenza pittorica, Mary per coincidenza ornitologica. Avevamo iniziato a chiacchierare: l'artista aveva domandato cosa fosse un cacatua – legittimo interesse epistemologico – mentre la parte lesa si era profusa in spiegazioni più o meno precise, io avevo ipotizzato che all'illustratrice fosse mancato il tempo per ultimare l'opera, mi era stata data ragione, poi avevo condiviso la mia speranza nell'uscio magico su altre realtà che potevano forse includere anche un Regno dei Pappagallini, e poi, e poi... impensabile rammentare tutti i dettagli, ma era finita con noi che imploravamo le nostre mamme di scambiarsi i numeri di telefono e loro che ci avevano miracolosamente accontentate. Ci eravamo poi riviste al parco, in biblioteca, agli spettacoli pseudocircensi organizzati in estate nelle piazze cittadine, all'immaginario scientifico; ed infine, ci eravamo iscritte alle stesse elementari e alle stesse medie. Continuamente insieme, avevamo intrecciato le nostre individualità e ci eravamo unite per soffocare quelle che sarebbero state, altrimenti, le nostre solitudini.
Purtroppo quella parentesi si era ormai conclusa. Tirai fuori il cellulare dal tascone del giubbetto: malgrado i loro ultimi accessi risalissero a un paio di ore prima, nessuna delle due mi aveva inviato messaggi. Sospirai. Non credevo che la distanza geografica potesse separarci, e invece ero stata smentita. Gettate nel tritacarne della vita adulta, i nostri abbracci si erano sciolti. Probabilmente per sempre.
Una lampadina del soffitto sfarfallò per qualche secondo, facendo girare tutte le teste, compresa la mia, nella stessa direzione. È ironico, pensai, che malgrado siano state scritte pagine e pagine da poeti, filosofi, antropologi, etnologi, con o senza metafore, non si sia ancora capito che l'animo umano si mantiene uguale nel corso dei secoli e in tutti i luoghi e che basterebbe allungare il collo fuori dalla solitudine dell'uno per sbirciare in quella dell'altro per trovare uno o più punti d'incontro e captare ciò che di buono ognuno può darci.
Da trentenni, quarantenni ed oltre è impresa disperata costruire nuovi ponti amicali. Lo stavo provando sulla mia pelle. Forse, terminata l'adolescenza, diventiamo pangolini, impenetrabili nelle nostre corazze di ansia e paura; forse diventiamo lombrichi e ci rintaniamo nella nuda terra così familiare per sfuggire al sole, attraente ma in grado di bruciarci a morte; forse siamo talmente impegnati a tentare di ricordarci, ogni mattina quando apriamo gli occhi, chi eravamo prima dell'eruzione da non avere l'energia per colonizzare nuove terre. Fatto sta, mi dissi, che o conserviamo i rapporti preesistenti, o difficilmente troveremo altre anime sole cui affiancarci.
“Ma porca vacca!”
Quell'imprecazione richiamò la mia attenzione. Alcuni metri più in là una giovane donna, forse uno o due anni più piccola di me, stava strattonando il laccio blu di una sacchetta, che era rimasto avviluppato nella grossa vite, parzialmente allentata e quindi sporgente, di un pannello. Quelli attorno a lei erano troppo presi dai video sui loro schermi o dalla musica rintronante delle cuffiette per sentirla.
Mi alzai e sgusciai da lei.
“Posso aiutarti?”
Alzò i suoi rotondi occhi verdi su di me, all'inizio con un'ombra di diffidenza, poi di speranza.
“Sì, grazie! Devo scendere alla prossima, ma sono rimasta impigliata e non riesco a...”
“Anch'io scendo alla prossima. Aspetta, provo io, mi pare di avere le unghie più lunghe delle tue.”
Mi chinai in avanti e trafficai con la cordicella sinché non ebbi successo. Mi scappò un 'ah!' di esultanza.
“Forse si è un po' sfrangiata però...” precisai a malincuore.
“Non importa!” mi rassicurò lei ridendo. “Son già contenta così, ho questa sacca da quando ero in quinta e mi sarebbe spiaciuto davvero doverla strappare per non perdere la fermata!”
Si portò l'involucro al petto e fu così che notai la sua stampa... anomala.
Motivi ripetuti e sovrapposti più e più volte di parrocchetti, are, lorichetti.
“Ma tu guarda...” commentai a mezza voce.
Un annuncio metallico ci informò che eravamo in prossimità della stazione.
“Senti” riprese lei. “Sei di fretta? Posso offrirti un caffè per sdebitarmi?”
Le porte si aprirono ed entrambe smontammo dal mezzo. La guardai in faccia, esitante. Il tempo l'avrei anche avuto, uscivo sempre di casa in anticipo per non rischiare; ma ero triestina e noi, nella nostra ereditata asburgicità, non siamo in genere tipi da andare al bar con qualcuno di appena conosciuto.
Poi l'occhio mi ricadde sulla sua sacchetta. Il Regno dei Pappagallini.
“Va bene!” acconsentii infine. “A proposito, io sono Caterina.”
“Marilisa.” si presentò a sua volta. “Vieni, conosco un posticino proprio niente male oltre il semaforo!”
Mi afferrò sottobraccio.
Forse era il calore di un nuovo inco
ntro di solitudini.