LIBRO AUTOBIOGRAFICO DI DENNY BOY 2

scritto da denny boy 2
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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IL GIORNALINO DEL POETA è RITORNATO CON VOI .DENNY BOY 2 PRESENTA
- Nota dell'autore denny boy 2

Testo: LIBRO AUTOBIOGRAFICO DI DENNY BOY 2
di denny boy 2


DAL LIBRO AUTOBIOGRAFICO " UN CAPPELLO SOTTO L'ALBERO "

DENNY BOY 2 PRESENTA

Dopo questa mia prima fallimentare esperienza sentimentale, ritornai alla vita di sempre. In quel periodo frequentavo e mi confidavo spesso con un mio caro amico di scuola. Ci raccontavamo tutto, e io arrivai a confessargli anche la mia omosessualità e la storia dolorosa che avevo vissuto con un altro uomo. Stette ad ascoltarmi con attenzione, e alla fine mi disse:
“Hai mai pensato di cambiare vita, di trovarti una ragazza e sposarti?”
“Sei impazzito?! – risposi io, - a me non piacciono le donne, non ci riesco! Lo so che per te e gli altri è difficile accettarmi come sono, ma io non ci posso fare nulla, questa è la mia vita. Se mi volete accettare bene, altrimenti mi troverò altri amici...”
“Ma non è un problema, per me. Io ti ho già capito e accettato, ma immagina gli altri quando verranno a saperlo!”
“Faccio del male a qualcuno? Io non ho difficoltà, se loro ne avranno, ognuno a casa propria!”
Io continuavo a fare le cose di sempre. Ripresi a frequentare la spiaggia e conobbi molti giovani, ma mi resi conto che col passare degli anni, non era più come prima, in quell’ambiente: fare amicizia diventava sempre più difficile, tutti ti cercavano per sesso. Io ero ancora molto giovane.
Un giorno mi trovavo a Bologna, in una sauna che frequentavo: proprio lì notai un cartello, dove pubblicizzavano una scuola di recitazione. Mi annotai i dati, dopodiché mi misi in contatto con quelli della scuola. Per me era un vero sollievo, abitando con mia nonna non avevo molti svaghi. Così, sfruttai questa occasione per farmi nuove compagnie. Quando diedi la notizia a mia nonna, in un primo momento criticò e non accettò la mia decisione, ma col passare del tempo non disse più nulla a riguardo. Per fortuna, nessuno sospettava nulla.
Un giorno, finite le lezioni a scuola di recitazione, tornai all’auto e mi resi conto che non si metteva più in moto. Proprio in quell’occasione, c’era uno sciopero dei treni che finiva la mattina seguente. Ero a piedi.
Mi venne in mente la scuola di recitazione, e pensai che se avessi avuto fortuna, avrei trovato i miei colleghi ancora presenti. Corsi immediatamente e tornai sui miei passi, ma una volta arrivato alla scuola, non trovai nessuno. Non c’era altra soluzione.
Era una giornata fredda, non sapevo come fare. Avevo sonno e provai a dormire chiuso in auto. Il freddo gelava i vetri dei finestrini, ma non volevo lasciare la mia auto incustodita. Mi addormentai e mi riposai per un’oretta circa. Quando mi svegliai, mi accorsi che attorno a me si erano formati gruppi di tossici e di prostitute. Un viavai che durò molto, mettendomi paura. Continuai a stare schiacciato giù, contro al sedile, in modo che non mi vedessero, e rimasi ad aspettare che se ne andassero via. Dopo un po’ i gruppetti si spostarono in un altro punto. Vidi la polizia girare nei paraggi, così ne approfittai per recarmi in stazione a dormire: anche lì la gente non era troppo rassicurante, ma ero molto stanco e così mi addormentai di nuovo. Mi svegliai la mattina seguente.
Al mio risveglio, tornai all’auto per vedere se sarei riuscito a metterla in moto, ma nulla, non volle saperne. Telefonai a mia nonna, preoccupatissima, per avvisarla dell’inconveniente, poi mi misi a cercare un meccanico per far riparare l’auto. La lasciai a Bologna da un carrozzaio, e presi il primo treno per ritornarmene a casa.
Tutte queste esperienze, i viaggi, le conoscenze in qualche modo mi aiutarono a scoprire nuove cose, nuovi mondi a cui non ero abituato. Col tempo, oltre a coltivare la mia vita sessuale, imparai anche come mettere annunci pornografici su riviste specializzate. Fu un altro conoscente a portarmi nel mondo della pornografia, dicendomi che in quel modo potevo fare soldi. La cosa mi incuriosì talmente che accettai la sua proposta.
Mi convinsero a comprare una telecamera, in cui spesi la bellezza di settecentomilalire: ci riuscii grazie a sacrifici e risparmi, ma non fu facile. I miei non sapevano niente di tutto questo. Qualche tempo dopo, iniziai la mia nuova carriera.
L’annuncio fu pubblicato, così cominciarono le prime telefonate. Non mi rendevo minimamente conto che quello era un settore pericoloso.
Iniziai le riprese, e mi diedero centomilalire per la realizzazione di questo filmato, commissionatomi da una coppia etero. Ero molto contento, tanto che ero impaziente di ricevere altre chiamate. Le coppie che mi telefonarono all’inizio furono quattro, poi ne seguirono tante altre. Nel frattempo, lavoravo anche in un’impresa di pulizie. Coi miei nuovi amici dissi che volevo essere sicuro che il mio datore di lavoro non sarebbe mai venuto a saperlo. Loro mi risposero di stare tranquillo, perché nessuno sarebbe venuto a conoscenza di nulla. Diedi loro fiducia, e continuai a portare avanti questi servizi: filmavo le coppie mentre facevano sesso, e la cosa mi entusiasmava parecchio.
La mia vita privata procedeva sui soliti binari: conobbi nei soliti posti un ragazzo sui trentacinque anni, del quale poi mi innamorai. Lui aveva perso il suo compagno da poco, suicidatosi in casa sua per un esaurimento nervoso. Per lui era stato un duro colpo, la loro relazione durava già da cinque anni.
Il nostro incontro avvenne a Bologna, in sauna. Ci eravamo chiusi nello spogliatorio per evitare che altre persone potessero disturbarci. Parlammo di molte cose, e mano a mano che approfondivamo la nostra conoscenza, nasceva attrazione da parte di entrambi. A me dispiaceva moltissimo vederlo in quello stato di depressione, e dal primo momento cercai il modo di farlo stare allegro. Ci abbracciammo forte, senza fare sesso. In quel momento, bastava solo quello. Poi ci lasciammo, perché lui doveva tornare a casa, dandoci un appuntamento per il sabato successivo.
Io rimasi lì, il mio pensiero era per lui, non mi interessava nessun altro. Quando me ne andai per tornare in stazione, non riuscii a trattenere il groppo in gola, e mi misi a piangere: mi sentivo innamorato veramente. La gente mi guardava, mi chiesi cos’avesse mai da guardare, non avevano mai visto una persona piangere? Scacciai il fastidio e continuai per la mia strada, e raggiunsi la stazione. Avevo un unico pensiero: volevo rivederlo ancora.
A mia nonna raccontai una bugia: le dissi che mi avevano chiamato per un servizio fotografico, e così trovai i modo di raggiungerlo senza destare sospetti, e poter stare insieme a lui.
Il paese dove abitava era piccolo: la casa gli era stata data dal Comune. Era bellissima, due stanze al piano superiore, un bagno, le scale, una sala, una cucina e un ampio giardino fuori pieno di verde.
La sera in cui andai a trovarlo lo rese molto contento. Andammo a fare la spesa insieme, mi mostrò il paesino in cui abitava, molto grazioso. Ad un certo punto lo vidi un po’ strano. Sembrava quasi si volesse allontanare da me. Dentro me, mi chiedevo se fosse una questione di feeling, magari, pensai, non ero la persona adatta a lui. Però poi trascorremmo quella serata in modo così tranquillo, che pensai che la crisi fosse passata.
Il giorno dopo mi invitò ad andare con lui sui colli bolognesi a vedere la basilica di San Luca. Accettai volentieri: dopo essere arrivati, parcheggiammo l’auto e ci incamminammo a piedi.
Ad un certo punto, mentre eravamo impegnati nella salita, in lui qualcosa cambiò. D’un tratto, lo sentivo sempre più lontano. Se gli facevo delle domande, sembrava quasi infastidito e la sua reazione era molto sgarbata. Mi trattava come se non ci fossimo mai conosciuti. Il suo comportamento mi infastidiva parecchio.
Il cammino per raggiungere la basilica era di circa tre chilometri e una volta che arrivammo in cima, ebbe un’altra crisi. Iniziai a chiedergli il motivo del suo comportamento, perché ne soffrivo da impazzire. Si faceva sempre più assente e lontano. Non avendo da lui alcuna risposta ai miei dubbi, mi allontanai per vedere se questa mia reazione lo avrebbe fatto tornare in sé.
Mi cercò. In un primo momento non ne volli sapere, mi ero nascosto dietro a una grossa pianta per non fami vedere. Poi, dispiaciuto, uscii e gli andai incontro.
“Si può sapere dov’eri finito?!” chiese lui.
“Ero laggiù, dietro a quella pianta. Meditavo” risposi io.
“Meditavi su cosa?”
“Sul tuo comportamento – dissi. – E’ tutt’oggi che sei strano, come se non ti interessasse più nulla di me.”
Quello che gli avevo detto aveva colpito nel segno. Stette zitto per un po’.
“Cerca di capire” – mi rispose alla fine, - questa è la basilica dove io e lui ci siamo detti che non ci saremmo mai lasciati...”
“Ormai è passato del tempo, non pensi che sia meglio reagire?”
“Per me è ancora troppo presto...”
Quando lo sentii dire così, mi sembrò di ricevere una pugnalata.
“Allora, per quale motivo mi hai cercato, e mi hai fatto innamorare?! La cosa allora non ti interessa?”
“Non lo so. So solamente che mi dispiace averti fatto soffrire...”
Senza lasciargli il tempo di aggiungere altro, mi allontanai di corsa piangendo, e raggiunsi il parcheggio. Mi raggiunse trafelato, mi prese per un braccio e disse: “Si può sapere che ti è preso?!”
“Hai il coraggio di chiedermelo? Ti sei servito di me per passare un momento di serenità, ma io non ti ho mai interessato, non è così?”
“No, ti sbagli! Anche io provavo qualcosa nei tuoi confronti, però non so dirti fino a che punto.”
Stavo guardando l’orizzonte mentre lui parlava, ero affascinato dal bellissimo paesaggio che si ammirava da lì ma dentro soffrivo tantissimo.
“Spero mi perdonerai per quel che ti ho fatto” concluse.
“No, non riesco – gli risposi. - Questa è una cosa grave, non si può perdonare. Per favore, voglio essere lasciato un attimo in pace!”
Non ebbe il coraggio di continuare oltre: “Va bene. Ti aspetto in macchina” mi disse.
Se ne andò tristemente, e io guardai di nuovo l’orizzonte cercando di capire se anche io avevo la mia dose di colpa, se sbagliavo senza rendermene conto. Tornai all’auto, salimmo entrambi e io gli chiesi di lasciarmi in stazione, perchè avevo deciso di prendere il treno.
“Come vuoi” rispose lui.
Arrivati a destinazione, scesi dall’auto e mi precipitai a controllare quale treno ci fosse per tornarmene a casa. Visto che mancava poco alla partenza, lo ringraziai del passaggio e me ne andai, deluso, nella sala d’aspetto della stazione. Mi voltai spesso per cercarlo tra la folla, lo scorsi un paio di volte dopodiché scomparve alla mia vista. Il mio cuore era spezzato.
Dopo quella volta, non seppi più nulla di lui.
Mi trovavo ancora inserito nel circuito dei servizi fotografici, e nonostante i miei problemi a livello sentimentale, tutto andava a gonfie vele. I miei guadagni erano ottimi, e per questo in casa cominciarono i primi sospetti. Inoltre, le telefonate iniziavano a diventare tante, troppe.
Un giorno, mentre io mi trovavo al lavoro, arrivò una chiamata a cui rispose mia zia. Era una telefonata spinta, dall’altro capo del filo un uomo si mise a parlare con lei che, non essendo abituata a questo genere di situazioni, scoppiò a piangere.
Quando tornai a casa, la situazione precipitò. E iniziò l’interrogatorio.
“Si può sapere in quale giro sporco ti sei cacciato?!”
“Nessuno, - dissi io, facendo finta di nulla, - perché?”
“Allora come mai è arrivata una telefonata nella quale mi sono sentita dire delle porcherie? Voglio sapere la verità, in che brutto giro ti sei cacciato?!”
“Ma forse è stato solo qualche deficiente che si è divertito! Lo sai che ce ne sono tante di queste persone, passano il tempo a fare queste stupidaggini!”
Fui abbastanza convincente.
“Sei sicuro che non c’entrano nulla i tuoi servizi?”
“Ma no, assolutamente, è tutta gente seria.”
Mia zia decise di passarci sopra. Quando la conversazione finì, tirai un sospiro di sollievo: avevo paura che fossero venuti a conoscenza di tutto, ma fortunatamente così non era stato.
Passò qualche mese, dopodiché un annuncio sospetto arrivò nelle mani della mia datrice di lavoro. Un giorno, all’uscita del solito orario lavorativo, mi fermò la mia caposquadra.
“Daniele, puoi fermarti un altro po’? Ho bisogno di parlarti. E’ una cosa che da te non mi sarei mai aspettata.”
Rimasi sorpreso. Non pensavo assolutamente che qualcosa di compomettente fosse già arrivato tra le mani della mia responsabile. Col cuore in gola, le risposi: “Cosa può essere mai successo di così grave?”
Prese dall’interno della borsa un foglietto e lo aprì davanti a me.
“Mi sai dire che cos’è questo?” chiese.
Io rimasi senza parole.
“Nulla di ché. Sarà sicuramente uno scherzo che qualche buontempone ha voluto farmi!” risposi io, tentando di allontanare i sospetti.
“E tu ti aspetti che io ci creda.”
Iniziò un vero e proprio interrogatorio, tanto che, subissato di domande a raffica, non riuscii a resistere, mi lasciai andare e dissi tutta la verità. Sul posto di lavoro la situazione era diventata molto imbarazzante, e in un primo momento pensarono addirittura di licenziarmi per non avere altri problemi di questo tipo. Poi, per fortuna, col tempo ci passarono sopra, ricordandomi però che se non avessi smesso, mi avrebbero lasciato a casa davvero.
Dopo aver corso questo grave rischio, feci di tutto per togliere l’annuncio che era rimasto ancora pubblicato, per non avere più problemi di alcun tipo. Sul lavoro, vennero a conoscenza del fatto anche le mie colleghe: quando ci si trovava a lavorare insieme, mi lasciavano sempre in disparte perché non accettavano di avere un collega gay. Questa cosa mi dava molto fastidio, e quando mi capitava di vederle mi sentivo in imbarazzo: la situazione che si era creata mi faceva passare la voglia di incontrarle.
Con le avventure sentimentali cercai così di colmare i vuoti che sentivo e i problemi che dovevo ogni giorno affrontare negli altri settori della mia vita.
Col tempo il sesso diventava sempre più pericoloso. Non usavo mai alcun tipo di precauzione, in quanto mi sentivo sano e non mi preoccupavo di nulla. Inoltre, continuavo a frequentare sempre più spesso luoghi dove potevo essere un facile bersaglio per ogni genere di malattie. Ma io me ne fregavo, e facevo di testa mia.
In televisione avevo spesso sentito parlare dell’HIV, ma non ci avevo mai dato il giusto peso. Se non ché, una sera tornai a casa dal lavoro con la febbre alta, la nausea e una debolezza tale che mi impediva di stare in piedi.
Andai subito dal medico, che in un primo momento pensò a una banale influenza. Visto che non se ne andava, mi fece una richiesta di analisi per verificare da dove provenivano questa febbre così alta e il vomito.
Passò qualche settimana e ricevetti finalmente gli esiti: quando li sottoposi al mio medico, lui li osservò attentamente e notò che qualcosa non andava. I miei valori, invece di aumentare, calavano.
Giorno dopo giorno, io stavo sempre peggio, e perdevo peso. Mi fece rifare le analisi un’ultima volta, inserendo anche la verifica dell’HIV. Visto che i miei valori calavano sempre di più, mi fece ricoverare subito in ospedale. Non mi rendevo ancora conto che quel che portavo addosso era la peste del Duemila, e non ci davo peso. Chiesi però al mio medico di non dire nulla ai miei famigliari: mio zio, il fratello di mio padre era un suo amico e volevo tutelarmi da eventuali fughe di notizie. Mi venne garantito il segreto professionale e io fui più tranquillo.
Qualche settimana dopo il mio primo ricovero, venni di nuovo mandato in ospedale, dove rimasi tre giorni, per fare altri accertamenti. Mio padre mi domandava sempre che cosa mi stesse succedendo, era all’oscuro di tutto. E anche io non volli credere alle mie orecchie, quando mi diedero la terribile notizia. Purtroppo scoprii la verità: ero sieropositivo.
A quel punto, il mio medico non seppe o non volle tenere il segreto, e riferì tutto a mio zio che, saputa la tremenda notizia, venne a trovarmi. Rimase a parlarne insieme a me per una mezza giornata, e cercammo di escogitare un modo per non farlo sapere a mio padre, che sicuramente non avrebbe accettato la cosa. Io mi confidai totalmente a lui: riuscii a dirgli tutto, spiegandogli per filo e per segno come potevo aver preso questa malattia. Lui ci rimase molto male, non si sarebbe mai aspettato di avere un nipote omosessuale.
Dopo i tre giorni all’ospedale, tornai a casa. Mio padre non conosceva la verità, e io non gliela dissi. Il mio malessere si ripresentò: febbre altissima, vomito, una nuova corsa all’ospedale dove rimasi un’altra settimana. A quel punto i sospetti di mio papà ritornarono più insistenti che mai: turbato, andò dal mio medico e affrontandolo faccia a faccia si fece dire che cosa avevo. Il medico tentò di non rispondere, ma alla fine dovette cedere e insieme a mio zio gli spiegò tutto.
La sua reazione fu immediata. Venne di corsa dentro alla stanza, e mi fece il terzo grado con una violenza tale che io non riuscii a dire una parola. Capì subito col mio silenzio che era la verità. Furioso, prese e se ne andò dalla stanza.
Io d’altro canto non sapevo più come fare, le mie condizioni peggioravano sempre di più, tanto che invece di una sola settimana, la mia degenza in ospedale si prolungò per un mese intero, a causa delle ghiandole linfatiche che con la malattia di cui soffrivo si erano irritate e mi tormentavano.
Quel periodo mi vedeva fermo sia col lavoro sia con l’orchestra con la quale suonavo. Per tutto il mese in cui rimasi all’ospedale, mio padre non si fece vedere, era ancora scosso da quello che mi era accaduto. Si fece rivedere nel momento in cui io fui pronto per uscire. Si presentò per riaccompagnarmi a casa. Una volta giunti a destinazione, ci sedemmo al tavolo e mi fece un discorso molto duro:
“D’ora in avanti, basta telefonate, basta uscite. La tua vita sarà divisa tra casa e lavoro, lavoro e casa.”
Mia nonna iniziava a dare i primi segni di squilibrio, a causa della sua età avanzata. Mio padre, inoltre, pensava col suo comportamento di poter ottenere ciò che voleva. Il problema in realtà era un altro: questa pessima notizia aveva fatto raffiorare antichi rancori e ferite mai cicatrizzate. Mio papà, infatti, si sentiva in colpa, e mi ripeteva spesso che se fossi rimasto con lui, durante la mia crescita, sarebbe stato meglio, e forse tutto questo non sarebbe mai successo. A dire il vero, non fu tutta colpa sua: in parte fu anche mia, perché non avevo avuto l’accortezza di stare attento a quello che facevo.
Ora sto vivendo con un nemico addosso, che da un momento all’altro potrebbe portarmi all’altro mondo.
Quando mi operarono, le mie condizioni di salute erano stabili, come se non avessi nulla. L’unico problema era mio padre, perché a causa delle sue imposizioni non potevo più uscire. Per un periodo di tempo accettai le sue condizioni, per fare calmare le acque.
Continuavo ancora a suonare con la mia orchestra. Una sera ci trovammo in un locale all’aperto della provincia. Nel momento di pausa, la mia ingenuità mi mise di nuovo nei guai. Feci vedere ai miei compagni il foglio rilasciatomi dall’ospedale, senza rendermi conto che così facevo un danno a me stesso.
Aprirono la lettera. Io notai subito il loro cambiamento. Dissi che era solo un po’ di male al fegato, per minimizzare, ma loro sapevano già la verità perché avevano letto il risultato scritto sul foglio. Rimasero senza parole, anche perché non pensavano che io fossi gay. In più, sapere che ero sieropositivo li spaventò. Tanto che, da quel momento, presero le distanze da me. Io confidavo nella loro comprensione, ma rendere a loro nota la mia malattia mi danneggiò solamente.
Alla fine della serata, se ne andarono a cena tutti insieme senza invitarmi, perché evidentemente avevano paura di essere contagiati: la loro reazione mi spezzò il cuore. Ero sul palco che mettevo via la mia fisarmonica, e visto il loro comportamento, chiusi la valigia e la caricai sull’auto. Gli occhi mi si appannarono di lacrime. Nonostante mi avessero visto andare via, non mi salutarono e non provarono nemmeno a fermarmi: per loro ero una persona da cacciare via e da evitare. Ero distrutto e disperato, non capivo che cosa li potesse portare a comportarsi in questo modo ingiustificabile. Ancora oggi quando mi capita di incontrare qualcuno di quel gruppo, non ci si scambia neanche un saluto: non si voltano, come se io non esistessi.
Un giorno, per strada incontrai la moglie del padrone dell’orchestra, e mi chiese come andava. Io, ancora arrabbiato e scosso da quella volta, risposi:
“E a voi, che importa di come sto?!”
“Come sei scontroso...” mi rimproverò.
“Voi, a quanto pare, non siete da meno.”
“Cerca di capire: noi abbiamo una famiglia.”
“Ah sì? Allora risponda a questa mia domanda: se sua figlia, o quella di un suo parente, si trovasse nel mio stato come vi comportereste? La caccereste come un’appestata?”
Non mi diede risposta. Facendo cenno di allontanarsi, mi parlò di nuovo:
“Prima di andare, vorrei invitarti alla festa del’Unità di Ponte Nuovo.”
Sembrava più che altro una giustificazione. Così, ci lasciammo senza darci nemmeno un saluto.
La mia vita era diventata piena solo di dispiaceri e momenti difficili da superare. Quella malattia aveva sconvolto il mondo, tanto che dalle persone venivamo considerati drogati. Non era giusto, ed era molto lontano dalla realtà.




La mia storia che è scritta tratta solo verità della mia vita . Se qualcuno desidera leggere tutto completo il mio libro , mi mandi l'indirizzo email , e gle l'ho invierò al più presto.
EMAIL --------------- danieleravaioli65@libero.it
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